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Pediatria

Perché la storia del vaiolo ha ancora molto da insegnarci

Nel 2026 è scomparso William Foege, l'epidemiologo che contribuì in modo decisivo all'eradicazione del vaiolo grazie alla strategia della vaccinazione ad anello

È il 1980 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMG) annuncia la scomparsa del vaiolo dalla faccia della terra. Mentre è di quest’anno la notizia della morte di William Foege (al centro, nella foto*), il medico che ebbe un ruolo fondamentale nell’eradicazione di una malattia che, per millenni, aveva mietuto milioni di vittime. La sua scomparsa offre l'occasione per ripercorrere una delle vicende più significative nella storia della medicina. Una storia che parla di vaccini, cooperazione internazionale e salute pubblica e che continua a offrire insegnamenti preziosi anche nell'era delle nuove epidemie.

LA STORIA DEL VAIOLO

«Il vaiolo era una malattia contagiosa di origine virale che si trasmetteva da uomo a uomo. Non si trattava, dunque, di una zoonosi, ossia di una patologia trasmissibile dagli animali all’uomo, tramite lo spillover, il salto di specie di cui ampiamente abbiamo sentito parlare, a proposito di Covid» spiega il professor Vittorio A. Sironi, storico della  Medicina e della Sanità e docente presso l’Università di Milano Bicocca.

«Il vaiolo - prosegue - era una patologia devastante con un tasso altissimo di mortalità. Si manifestava con febbre elevata, cefalea, lombalgia, dolori addominali, talvolta vomito e, appena la febbre diminuiva, il corpo si ricopriva di eruzioni cutanee caratteristiche. Queste pustole contenevano l’agente virale infettivo, il Variola virus, responsabile della malattia che si diffondeva, sia attraverso il contatto diretto con le lesioni, sia tramite goccioline respiratorie emesse con la tosse o gli starnuti».

LE PRIME STRATEGIE DI DIFESA

Il vaiolo era una malattia antichissima, riscontrata addirittura già nelle mummie egizie tremila anni fa. «La prima grande epidemia conosciuta avvenne nel 1350 a.C, durante il conflitto Egizio-Ittita. La malattia si diffuse in Oriente e in Europa, provocando milioni di vittime nel corso dei secoli. In India, in particolare, fu a lungo endemica e proprio dal subcontinente giungeranno i primi tentativi per fronteggiare le sue nefaste conseguenze. Furono, infatti, le donne indiane a praticare la “variolizzazione”, un approccio pragmatico ancestrale, noto fin dall’XI secolo, che prevedeva l’inoculazione del materiale tratto dalle pustole dei malati sulla cute scarificata dei soggetti che si volevano proteggere. Concretamente le madri prelevano dalle pustole infette materiale virale che veniva “iniettato” nella cute scarificata dei propri bambini per indurre una sorta di immunizzazione.  In questa maniera la malattia si manifestava in forma più lieve», spiega Sironi. Si trattava, insomma, di una pratica anticipatoria rispetto all’acquisizione delle successive conoscenze scientifiche in ambito immunologico e all'avvento della vaccinazione

LA RIVOLUZIONE DI EDWARD JENNER

«La variolizzazione fu sicuramente un approccio empirico interessante, tramandato dalla tradizione popolare, ma non in grado di limitare completamente la trasmissione del virus. Anzi questa modalità presentava anche un terribile rischio: quello cioè di trasmettere, sia pure involontariamente, la stessa micidiale malattia da un soggetto malato a uno sano. Fu un medico inglese, Edward Jenner, a rivoluzionare questa pratica, grazie alle sue attente osservazioni che portarono nel 1796 alla scoperta dell’efficacia della vaccinazione antivaiolosa», afferma Sironi.  Nel corso del Settecento, infatti, in Europa il vaiolo aveva avuto un incremento allarmante. Nel 1753 a Parigi morirono di vaiolo 20.000 persone; a Napoli nel 1768 ne morirono 60.000 in poche settimane e, ogni anno a causa del virus Variola, l’Inghilterra doveva fare i conti con 40.000 decessi. 

«Jenner viveva in una zona rurale della Gran Bretagna, il Gloucestershire, e aveva notato che i contadini contagiati da un virus analogo a quello della Variola, il cowpox, il vaiolo dei bovini (che era invece una zoonosi), una volta superata la malattia che si manifestava in forma più blanda, non si ammalavano più di vaiolo. Inoltre - spiega ancora il professor Sironi - nelle campagne la mortalità era assai più bassa che in città. Jenner decide allora di estrarre del pus dalle pustole infette di vaiolo bovino da un contadina e inoculò la sostanza in un bambino di otto anni che non aveva mai contratto alcuna forma di vaiolo. Il bambino si ammalò in maniera estremamente lieve. Circa sei settimane dopo, Jenner procedette, dunque, con l’inoculazione di vaiolo umano e il bambino non contrasse più la malattia. Il vaccino aveva funzionato». 

Così ebbe inizio la storia della vaccinazione, una delle scoperte più rivoluzionarie e sensazionali della storia della medicina mondiale. Il termine “vaccinazione” deriva, non a caso, dall’aggettivo latino vaccinus, da “vacca”, proprio in riferimento al vaiolo dei bovini, impiegato per praticare l’immunizzazione attiva contro il vaiolo umano. Oggi il vocabolo ha assunto un significato più esteso per indicare la profilassi idonea a provocare una risposta immunitaria nei confronti una malattia infettiva virale o batterica. L'inoculazione a scopo profilattico di un qualsiasi tipo di vaccino è detta, infatti, vaccinazione. 

WILLIAM FOEGE E L'ANELLO PROTETTIVO

«Mentre il passo ulteriore verso l’eradicazione della malattia fu merito dell’epidemiologo statunitense William Foege, grazie alla strategia della “vaccinazione circolare” o “vaccinazione ad anello”. Il medico si trovava in Nigeria, Paese dell’Africa Occidentale, afflitto da epidemie di vaiolo e con pochissimi vaccini a disposizione. Pensò quindi, per far fronte alla devastante malattia e, al contempo alla carenza di vaccini, di vaccinare le persone a stretto contatto con i soggetti infetti per creare un anello protettivo e interrompere così la catena di trasmissione del virus. Fu una pratica molto efficace che contribuì in maniera significativa all’eradicazione della malattia. L’ultimo caso di vaiolo fu registrato in Somalia nel 1977 e il vaiolo è diventato il simbolo di una grande vittoria della storia della medicina», conclude Sironi. 

*Nella foto: Tre direttori del Global Smallpox Eradication Program mostrano la notizia dell'eradicazione del vaiolo. Da sinistra J. Donald Millar, direttore dal 1966 al 1970, William H. Foege, direttore dal 1970 al 1973, J. Michael Lane, direttore dal 1973 al 1981. (Centers for Disease Control, 1980)
Crediti: CDC, via Wikimedia Commons

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