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tumore al seno

«Con le donne della mia famiglia ho visto i progressi della ricerca sul tumore al seno»

Anna, sua madre e sua nonna si sono ammalate di tumore al seno. Lei, grazie alla prevenzione, ha scoperto la malattia in fase precoce e ha capito quanto diagnosi e terapie siano cambiate nel tempo

Nella mia famiglia il tumore al seno è una presenza ben nota. Prima si è ammalata mia nonna, che purtroppo non ce l'ha fatta, poi mia madre e, l'anno scorso, io. Tre generazioni della stessa famiglia, tre esperienze molto diverse, che mi hanno fatto capire quanto la prevenzione e i progressi della ricerca possano cambiare la storia di una malattia.

LA PREVENZIONE

I test a cui io e mia mamma ci siamo sottoposte non hanno evidenziato varianti genetiche note associate a una predisposizione ereditaria alla malattia. A prescindere da questo, la nostra storia ha comunque portato me e le mie sorelle ad avere un'attenzione particolare alla prevenzione, effettuando regolarmente ecografie e mammografie. È stato durante uno di questi controlli, nel gennaio 2025, quando avevo 38 anni, che sono state individuate alcune microcalcificazioni che richiedevano ulteriori approfondimenti.

Mia sorella minore Paola, che all'epoca stava terminando la specializzazione in oncologia, mi ha spinta a non sottovalutarle e a rivolgermi a una radiologa. Gli approfondimenti successivi hanno portato alla diagnosi di tumore al seno e poi all'intervento di quadrantectomia.

Sono profondamente riconoscente alla prevenzione. I controlli hanno permesso di individuare precocemente il tumore sia a me sia, anni prima, a mia madre.

LE CURE

Dopo l'intervento abbiamo aspettato i risultati dell'esame istologico e dell'Oncotype per definire il percorso terapeutico più adatto. Ho affrontato la chemioterapia, la radioterapia e oggi proseguo con la terapia ormonale.

La chemioterapia è stata molto impegnativa. Conoscevo già quel mondo perché ero stata accanto a mia madre durante le sue cure, ma viverlo sulla propria pelle è inevitabilmente diverso. Ho avuto però la fortuna di avere sempre vicino mia sorella e di essere curata nello stesso ambiente in cui lei stava completando la sua formazione, presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli. Anche la perdita dei capelli è stata un passaggio delicato. Io e mio marito abbiamo deciso di anticiparla ed è stato proprio lui a tagliarmeli.

Finite chemio e radio, quando pensavo che il peggio fosse passato, é sopraggiunta un’ulteriore difficoltà dovuta alle conseguenze della terapia ormonale e della menopausa indotta. A 38 anni ritrovarsi improvvisamente in una condizione che non corrisponde alla propria età ha un forte impatto psicologico, ma anche fisico.

RESTARE VICINO ALLE PERSONE CHE AMO

Durante le cure ho preferito restare il più possibile all'interno della mia cerchia più stretta: mio marito Antonio, la mia famiglia e poche ma buone amicizie. Nei momenti difficili tendo a chiudermi a riccio e sono poche le persone che sanno entrare nel mio mondo senza forzarmi.

Credo molto nell'importanza del supporto psicologico e penso che possa essere prezioso durante e dopo una malattia oncologica, e non escludo di intraprendere io stessa un percorso in futuro. In quel momento, però, per me è stato più naturale cercare sostegno nelle persone che conoscevo e che sapevano starmi accanto nel modo di cui avevo bisogno.

A chi è vicino a una persona che sta affrontando un tumore direi soprattutto di non farla sentire costantemente malata. Non tutto deve ruotare continuamente intorno al tumore. Si può parlare d'altro, fare le cose di sempre, esserci con naturalezza e attraverso piccoli gesti.

NON È UNA BATTAGLIA

C'è un'altra cosa che mi piacerebbe cambiasse nel modo in cui si parla di tumore: la retorica della battaglia. Non mi riconosco nell'immagine del malato come guerriero che deve combattere contro un nemico. Il tumore fa parte del nostro corpo e, per me, pensare di dover combattere contro una parte di me stessa non ha mai avuto molto senso. Bisogna certamente trovare la forza per attraversare quello che succede e andare avanti, ma non necessariamente viverlo come una guerra.

C'è una canzone di Niccolò Fabi, Nessuna battaglia, che consiglierei di ascoltare alle persone che si ammalano, ma anche ai loro familiari e amici, perché racconta molto bene un modo diverso di guardare alla malattia.

Io preferisco pensare al mio percorso come a una scalata in montagna. Mentre sali fai fatica, ci sono momenti in cui vorresti fermarti, ma quando arrivi in cima e ti rendi conto di avercela fatta, scopri anche che, da lassù, il panorama non è poi così male.

IL MIO DOPO

La malattia per me rappresenta un confine molto netto tra un prima e un dopo dove sono cambiate le mie priorità.

Oggi ho più voglia di vivere, rimando meno e cerco di riprendermi i miei spazi. Ho imparato a dare più valore alle cose semplici e alle persone che scelgono davvero di esserci. È un po' come se venissero tagliati i rami secchi e si rafforzassero invece le radici: chi non ha saputo reggere si è allontanato, mentre i rapporti più autentici si sono cementati naturalmente.

LA MIA ESPERIENZA PER GLI ALTRI

Di natura sono una persona riservata, parlo poco di quello che mi succede e infatti inizialmente ho raccontato della malattia soltanto alle persone più vicine. A un certo punto, però, ho pensato che da questa esperienza potesse nascere anche qualcosa di utile.

Durante le cure ho letto molte testimonianze pubblicate sul Magazine di Fondazione Veronesi che mi hanno accompagnata e, in alcuni momenti, mi hanno aiutata a orientarmi in quello che stavo vivendo. È anche per questo che oggi ho deciso di raccontare la mia storia. Se la mia esperienza riuscisse a convincere anche una sola persona a non rimandare un controllo, per me avrebbe già avuto un senso.

TRE GENERAZIONI E UNA MEDICINA CHE CAMBIA

Ho sempre sostenuto la ricerca, ma dopo la mia malattia lo faccio in prima persona, esponendomi direttamente. Prima avrei sicuramente acquistato i pomodori per la ricerca di Fondazione Veronesi. Quest'anno, invece, ho deciso di diventare responsabile di un banchetto.

Quando guardo la storia della mia famiglia penso inevitabilmente a mia nonna, a mia madre e a me. Penso a quanto le possibilità di cura siano cambiate nel tempo da una generazione all'altra, e persino nel giro di pochi anni. Ed è per questo che oggi sento ancora più forte il bisogno di sostenere la ricerca e di ricordare quanto sia importante la prevenzione.

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