Nelle ultime settimane, le Nazioni Unite e diverse organizzazioni sanitarie hanno segnalato un aumento della presenza di roditori nei campi profughi di Gaza, dove sovraffollamento, accumulo di rifiuti e carenza di servizi igienici possono favorire la diffusione di alcune infezioni. Non significa che sia in corso una nuova emergenza globale, ma che in contesti così fragili il rischio sanitario locale può aumentare rapidamente e richiede sorveglianza e interventi tempestivi.
Parallelamente, il recente ritorno dell’attenzione sull’hantavirus ha riacceso i riflettori sul ruolo degli animali come serbatoio di agenti patogeni che, in determinate condizioni, possono essere trasmessi all’uomo. È il caso delle zoonosi, cioè infezioni che possono passare dagli animali alle persone. Non tutte hanno la stessa pericolosità e non tutte sono in grado di diffondersi facilmente tra esseri umani. Ma tutte ricordano un punto centrale: la salute umana non è separabile da ciò che accade negli ecosistemi in cui viviamo.
È proprio questa interconnessione a essere al centro del modello One Health, che invita a leggere insieme salute umana, salute animale e ambiente per comprendere e prevenire le minacce emergenti, come ci racconta la Dott.ssa Maria Grazia Dente del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità.
SISTEMI DI SORVEGLIANZA E RISCHIO INFETTIVO: COSA SUCCEDE NEI CONTESTI DI CRISI
Nella Striscia di Gaza, devastata dalla guerra, si aggiungono battaglie quotidiane contro ratti e altri roditori, che possono contribuire ad aumentare il rischio di infezioni per l’uomo. Una crisi di salute pubblica per la quale gli operatori umanitari chiedono interventi urgenti.
La capacità di arginare epidemie e pandemie dipende da sistemi di sorveglianza in grado di individuare tempestivamente i segnali di rischio sanitario. Nel caso di Gaza, ad esempio, un sistema efficace dovrebbe rilevare fenomeni come l’aumento dei morsi di roditori e consentire una corretta valutazione del rischio per la salute umana.
Tuttavia, come spiega la Dott.ssa Dente: «Nei contesti di guerra o emergenza questi sistemi spesso si indeboliscono o collassano: per questo è fondamentale rafforzare strumenti di early warning capaci di intercettare rapidamente possibili focolai. Il deterioramento delle condizioni igienico-sanitarie aggrava ulteriormente la situazione: la gestione dei rifiuti si interrompe, i vettori proliferano e il rischio infettivo aumenta. A ciò si aggiungono i cambiamenti climatici, che attraverso eventi estremi come piogge anomale e inondazioni amplificano la fragilità dei sistemi. Il sovraffollamento nei rifugi, infine, crea condizioni ideali per la diffusione delle infezioni».
In Paesi con sistemi sanitari stabili l’impatto sarebbe probabilmente più contenuto, mentre nei contesti di guerra questi fenomeni possono trasformarsi rapidamente in emergenze sanitarie.
TRA RISCHIO LOCALE E MINACCIA GLOBALE
La lettura del rischio infettivo, spiega Dente, non può fermarsi al singolo contesto. Mobilità di persone e merci e cambiamenti ambientali stanno, infatti, modificando la distribuzione delle malattie e la loro capacità di diffusione: «Globalizzazione e cambiamenti climatici favoriscono la diffusione di vettori e reservoir, ampliando la circolazione di malattie zoonotiche ed eventi che avvengono in un Paese possono avere ripercussioni globali. Tuttavia, è essenziale evitare generalizzazioni: non tutti i patogeni hanno la stessa capacità di diffusione. Alcuni restano locali, altri - come nel caso di SARS-CoV-2 - si trasmettono rapidamente da uomo a uomo. Anche nei contesti di crisi, come Gaza, è fondamentale distinguere tra rischio locale e possibile diffusione oltre i confini. Questo non toglie, però, che problemi come quelli legati ai roditori restino questioni prioritarie di sanità pubblica. Esperienze come Ebola mostrano infatti che, anche senza un’estesa circolazione internazionale, la gravità delle infezioni richiede comunque un’attenzione condivisa e coordinata».
IL PARADIGMA ONE HEALTH
È in questo scenario che si inserisce il modello One Health, che interpreta questi fenomeni come parte di un unico sistema in cui salute umana, animale e ambientale sono strettamente interconnesse.
«Il concetto di One Health si è sviluppato soprattutto nelle zoonosi, che rappresentano circa il 75% delle nuove infezionie di quelle riemergenti. L’aumento è legato ai cambiamenti ambientali indotti dall’uomo, come deforestazione e urbanizzazione, che alterano gli ecosistemi e aumentano il contatto tra uomo e fauna selvatica. Un contatto forzato favorisce spillover zoonotici, cioè il salto di agenti patogeni dagli animali all’uomo» spiega Dente.
«È, quindi, necessario un cambio di mentalità: siamo parte dello stesso ecosistema e ciò che accade nell’ambiente ha conseguenze dirette sulla salute umana. Queste dinamiche si sono accentuate con globalizzazione e cambiamento climatico. Un esempio sono le arbovirosi come il West Nile virus, oggi presenti anche in Italia, favorite dall’aumento delle temperature che permette la diffusione dei vettori, in questo caso alcune specie di zanzare».
LA SALUTE: UNA RESPONSABILITÀ CONDIVISA
Appare, quindi, necessaria una riflessione sull’importanza di un coordinamento internazionale per tutelare la salute globale, con la necessità di responsabilità condivise e visioni di lungo periodo: «L’approccio One Health non è ancora pienamente compreso da istituzioni e società. Serve quindi investire su prevenzione e formazione, passando da un approccio reattivo a uno preventivo: identificare i rischi e intervenire a monte. Questo richiede anche scelte politiche e regolatorie concrete. La formazione sanitaria dovrà diventare sempre più interdisciplinare, perché non è più possibile separare salute umana, animale e ambientale. Come Centro di Salute Globale, sosteniamo la necessità di un forte coordinamento internazionale per tutelare le situazioni più fragili di fronte a minacce sanitarie complesse. È un approccio che richiede una visione integrata, che coinvolga non solo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma anche FAO e programmi ONU per l’ambiente e salute animale. In un contesto di cambiamenti geopolitici e ambientali, i Paesi fragili sono quelli più colpiti. Per questo, promuoviamo un’etica della salute che consenta di intervenire dove i sistemi non riescono più a rispondere in autonomia» conclude Dente.

