Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica si è concentrata sulla vicenda dei casi di hantavirus registrati a bordo della nave da crociera MV Hondius. Al momento si contano otto casi, di cui tre confermati in laboratorio e tre decessi.
La vicenda non è più limitata ai passeggeri ancora a bordo. Le autorità sanitarie svizzere hanno confermato un caso in un uomo che aveva partecipato alla crociera nelle settimane precedenti. Dopo aver ricevuto una comunicazione dall’operatore della nave, si è presentato spontaneamente in un ospedale di Zurigo, dove è attualmente in cura.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sta coordinando il contact tracing internazionale, per monitorare le persone esposte e limitare eventuali ulteriori contagi.
DI CHE VIRUS SI TRATTA?
I casi segnalati non sono affatto da attribuire ad un virus nuovo. Gli hantavirus -conosciuti da decenni- sono responsabili, tra le altre, della sindrome cardiopolmonare da hantavirus (HCPS), una forma respiratoria potenzialmente grave.
In questo cluster di contagi relativi alla nave da crociera è stato identificato il virus Andes (Orthohantavirus andesense), una variante già nota in Sud America.
DOVE PUÒ ESSERE NATO IL FOCOLAIO?
Un primo elemento chiarito riguarda l’origine del focolaio. Secondo quanto riportato dall’World Health Organization, l’evento non si sarebbe sviluppato a bordo ma probabilmente in Sud America, prima dell’imbarco.
Due passeggeri olandesi, poi deceduti, sarebbero stati infettati in quella fase iniziale e avrebbero contribuito alla diffusione tra altri viaggiatori. Non è escluso che l’esposizione sia avvenuta durante tappe in aree con presenza di roditori, che rappresentano il serbatoio naturale del virus.
In questa direzione va anche la decisione di avviare il tracciamento dei passeggeri di un volo Sant’Elena–Johannesburg, su cui una delle persone coinvolte aveva viaggiato il 25 aprile dopo aver già manifestato sintomi gastrointestinali.
TRASMISSIONE: IL NODO APERTO
Il punto più delicato riguarda la modalità di trasmissione. Maria Van Kerkhove, responsabile OMS per la preparazione e risposta alle epidemie, ha indicato come possibile una trasmissione da uomo a uomo tra passeggeri.
È un passaggio da interpretare con cautela. In generale, infatti, gli hantavirus si trasmettono dai roditori all’uomo, attraverso contatto con urine, feci o saliva infette o con superfici contaminate.
Il virus Andes rappresenta un’eccezione parziale. È uno dei pochi hantavirus per cui è stata documentata una trasmissione interumana, ma si tratta di eventi rari, legati a contatti stretti e prolungati.
Capire se questo meccanismo abbia avuto un ruolo nel cluster della MV Hondius è oggi l’aspetto centrale delle indagini.
QUANTO È FREQUENTE?
Le infezioni da hantavirus restano rare a livello globale. Sono più frequenti nelle Americhe, mentre in Europa i numeri sono contenuti: 1.885 casi nel 2023, pari a 0,4 per 100.000 abitanti, il valore più basso degli ultimi anni.
Si tratta quindi di un’infezione nota ma poco diffusa, soprattutto nel contesto europeo.
I SINTOMI E IL DECORSO
La malattia può iniziare con sintomi aspecifici -febbre, dolori muscolari, cefalea, disturbi gastrointestinali- e in alcuni casi evolvere rapidamente verso un coinvolgimento respiratorio severo, con difficoltà respiratoria e ipotensione.
Non esistono terapie specifiche né vaccini. La gestione resta di supporto, spesso in ambiente ospedaliero.
IL PUNTO CRUCIALE
Il nodo cruciale ora è stabilire il seguente punto: il virus si sta comportando come previsto o ha cambiato modalità di trasmissione?
Bisogna capire se ci troviamo di fronte a una sequenza di eventi spiegabile con dinamiche note -esposizione iniziale e contatti ravvicinati- oppure se esiste una maggiore capacità di trasmissione tra esseri umani.
Ad oggi non ci sono elementi per sostenere la seconda ipotesi. Nel frattempo l'OMS continua a monitorare la situazione e a supportare i Paesi coinvolti. Il lavoro delle prossime settimane servirà a chiarire l’origine dei casi e le catene di trasmissione.


