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Depressione: i 15 giorni critici dopo il ritorno a casa

pubblicato il 02-07-2013

L’uscita da un reparto psichiatrico è un momento delicatissimo. Un’ampia ricerca ha messo in evidenza i molti fattori di rischio. Lo psichiatra Nahon: «Il paziente deve avere già una visita prenotata entro un mese e non deve tornare subito al lavoro»

Depressione: i 15 giorni critici dopo il ritorno a casa

L’uscita da un reparto psichiatrico è un momento delicatissimo, evidenzia una ricerca inglese. Lo psichiatra Nahon: «Visita già prenotata entro un mese e una pausa prima del rientro al lavoro»

Il ritorno a casa dopo un ricovero per motivi psichiatrici è un momento molto delicato. Diciamo pure rischioso perché si impenna il pericolo di tentativi di suicidio. Lo si sa da tempo, ma una ricerca inglese lo riporta all’attenzione con uno studio retrospettivo su 100 casi di pazienti psichiatrici (età 18-65 anni), che si sono tolti la vita entro due settimane dall’uscita dall’ospedale. Il Centre for Mental Health and Risk dell’Università di Manchester li ha messi a confronto con 100 pazienti tuttora viventi, scelti in base ad analoghe date di dimissioni. Scopo dell’indagine, individuare i fattori di rischio e, all’opposto, i fattori protettivi per un passaggio che acuisce le fragilità.

GIORNI RISCHIOSI - Il 55% dei suicidi è risultato verificarsi nella prima settimana dopo l’uscita dall’ospedale e, di questi pazienti, la metà non aveva ancora avuto la prima visita di controllo. Quanto ai fattori di rischio la ricerca ha indicato: avversità recenti, ricovero molto breve, età più alta, infine la presenza (comorbidità) di altri disturbi psichiatrici. Come fattore protettivo contro il suicidio è emersa un’intensa e tempestiva assistenza post-ospedaliera, che non lasci solo il paziente, e la necessità che i medici siano al corrente delle sue vicende personali prima di decidere se e come dimetterlo. 

IL SOSTEGNO DI UN APPUNTAMENTO - «Giusto. Mai facciamo uscire un paziente senza che nel foglio di dimissioni sia già fissata una data precisa di appuntamento con uno psichiatra, o il suo oppure con uno psichiatra del Servizio territoriale di competenza. La prenotiamo noi, la visita, e deve avvenire entro un mese. E’ un obbligo per le dimissioni da un reparto di psichiatria, non esiste per gli altri settori. Perché si è constatato che tra quanti avevano l’appuntamento e sono stati visitati dallo psichiatra, i suicidi sono meno frequenti».

A parlare è il professor Leo Nahon, direttore della Struttura complessa di Psichiatria 3 all’ospedale Niguarda di Milano, che aggiunge: «Avere già l’appuntamento con uno psichiatra al momento della dimissione costituisce di per sé una misura terapeutica, tampona i sintomi. Perché il ritorno in società dopo la “protezione” del ricovero è come esporre un ustionato di nuovo al calore. Questo vale soprattutto per i maniacali: dopo appena 24 ore di esposizione alla pressione sociale, affettiva, spesso sono già tornati maniacali». E’ vero anche, ribadisce Nahon, che i giorni più critici sono quelli più vicini al ritorno a casa : «Come ci si allontana da quella data, il rischio cala. A 6 mesi è nettamente inferiore che a 3 mesi».

D’altro lato precedenti ricerche inglesi – ricorda - hanno mostrato un fatto che pare contraddittorio: «Fra quanti commettono o tentano il suicidio circa l’80 % è andato dallo psichiatra o dal medico di famiglia nel mese precedente. Se un paziente viene e dice: “Mah, dottore, sono venuto così, per una visita di controllo…”, cioè dichiara un non preciso motivo, ma è evidente che è depresso, allora il rischio è alto».

NO AL LAVORO SUBITO - Il professor Nahon torna sulla cautela con cui si devono decidere le dimissioni di un paziente ricoverato per  disturbi psichiatrici: «Occorre valutare se davvero ha ripreso contatto  con le sue parti psichiche più sane, se ha subito avversità recenti. E raccomandare che non torni al lavoro. Un malato così ha bisogno di una convalescenza molto lunga, rientrare nella realtà dev’essere molto graduale. Ma le famiglie in genere premono: “Beh, adesso stai bene, puoi rimetterti a lavorare, ti aiuterà anche”. Invece, prima c’era l’ospedale che la conteneva, la proteggeva, ora la persona è lì sola davanti a se stesso e alla  complessità della vita».

I NUOVI  DISPERATI - Per chiudere, riportiamo la notizia di un altro studio, inquietante, specie se, come spesso si dice, l’America rappresenta il nostro futuro. A un’indagine statistica sul suicidio si è constatato un forte aumento, addirittura il 28% in più, dal 1999 a oggi tra le persone di mezza età (35-64 anni). E non negli altri stadi della vita. Il Centro per il controllo e la prevenzione della malattia (Cdc) che ha condotto l’inchiesta sottolinea il proprio stupore ricordando che finora le età più a rischio apparivano quella giovanile e quella degli anziani.  Oltretutto – è sempre il Cdc a ricordarlo – nella mezza età si trova ora una parte dei tantissimi nati durante il “baby boom”.

Serena Zoli

il ritorno in società dopo la “protezione” del ricovero è come esporre un ustionato di nuovo al calore

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