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Diabete: un caso su tre è mal curato

pubblicato il 25-10-2013
aggiornato il 12-01-2017

La denuncia viene dagli stessi specialisti della glicemia. Anche se oggi ci sono ben 9 tipi di terapie anziché le tradizionali 3, il medico ci mette 2-3 anni per cambiare i farmaci e proporne di più idonei. Ok alla pasta, ma se è al dente

Diabete: un caso su tre è mal curato

 

La denuncia viene dagli stessi specialisti della glicemia. Anche se oggi ci sono ben 9 tipi di terapie anziché le tradizionali 3, il medico ci mette 2-3 anni per cambiare i farmaci e proporne di più idonei. Ok alla pasta, ma se è al dente

Un allarme dall’Associazione medici diabetologi (Amd): un terzo dei malati non sono curati adeguatamente, come le attuali terapie permetterebbero. E addirittura uno su due dei pazienti sopra i 65 anni si troverebbero in questa spiacevole situazione. Gli specialisti della glicemia l’hanno denunciato nel loro Congresso nazionale, resta scritto nei loro Annali che raccolgono i dati di un’indagine annuale su 320 servizi di diabetologia e 550 mila pazienti. Perché succede?

Risponde il presidente della Fondazione Amd, Carlo Giorda: «Il motivo è che molti arrivano alla diagnosi e presa in carico tardivamente e non vengono trattati con la dovuta intensità».

Ma se risulta che la metà sopra i 65 anni è trattato con farmaci non più tanto adatti o che non funzionano più, si è pure visto che la ‘correzione’ in genere prende 2-3 anni di tempo. Ma perché?

«E’ vero. Il medico di famiglia e spesso anche alcuni diabetologi temporeggiano rimandando il cambio verso terapie più efficaci. Questo è più evidente se si tratta di avviare la terapia insulinica in sostituzione di quella orale. E dire che per moltissimo tempo abbiamo potuto disporre di tre soli farmaci – metformina, sulfanirulee e glinidi, insulina – mentre oggi possiamo contare su ben nove classi di terapie, il che permetterebbe di personalizzare la cura di ciascun paziente».

Quanti controsensi. Tanti pazienti non curati al meglio, eppure voi avete registrato che sono dimezzati i ricoveri per complicanze acute. Non sono dati in contrasto?

«No. Il coma diabetico da iperglicemia, chetoacidosico e iperosmolare è sempre più raro grazie alla facilità con cui al giorno d’oggi vengono fatti esami di controllo. Resta, poi, che la cura successiva a volte non è attuata con la dovuta tempestività».

Stando ai vostri dati, sembrerebbe che la complicanza più temibile e probabile sia un crisi di ipoglicemia. Come mai? Noi da profani pensiamo che il guaio sia quando la glicemia scatta in alto…

«L’ipoglicemia è la complicanza dovuta alla terapia, non al diabete in sé. Soprattutto con insulina e sulfaniluree, si deve a un accumulo del farmaco spesso unitamente a scarsa alimentazione. Può essere mortale, in ogni caso rovina la qualità della vita del paziente che, dopo la prima volta, teme sempre di avere un’altra crisi».

Tra le vostre esternazioni c’è anche una bella notizia: la pasta al dente va bene – o per lo meno meglio – per chi ha problemi di glicemia: come mai? E’ un’altra “promozione” sul campo della nostra cucina?

«Vero. Gli amidi della pasta al dente sono assorbiti più lentamente provocando un picco glicemico minore e, quindi, un danno minore all’endotelio dei vasi sanguigni. La pasta molto cotta dà un’iperglicemia post-prandiale maggiore».

Serena Zoli


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