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Cardiologia

Coronavirus: i pazienti ipertesi non devono sospendere le cure

pubblicato il 13-03-2020

Dubbi legati a un possibile «vantaggio» che gli ipertensivi Ace-inibitori garantirebbero al Coronavirus. Ma non è il caso di modificare le cure

Coronavirus: i pazienti ipertesi non devono sospendere le cure

In Italia, 1 persona su 3 è ipertesa. Ha, cioè, valori di pressione sanguigna troppo alti. E, per questa ragione, assume quotidianamente dei farmaci, con l’obbiettivo di ridurre i rischi per la salute cardiovascolare. Una prassi che non deve cambiare nel corso dell’epidemia di Coronavirus. «Le terapie per l’ipertensione devono essere portate avanti come sempre», dichiara Ciro Indolfi, direttore dell’unità operativa complessa di cardiologia del policlinico di Catanzaro e presidente della Società Italiana di Cardiologia. «Il rispetto degli schemi terapeutici serve a proteggere se stessi e a non rischiare di sovraccaricare gli ospedali in questa fase delicatissima».

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CORONAVIRUS E SALUTE CARDIOVASCOLARE

Cosa c'entrano l'ipertensione e - in maniera più ampia - la prevenzione cardiovascolare con l'epidemia in atto? Per rispondere a questa domanda, occorre partire dai risultati dei primi studi cinesi. Chi ha una salute precaria di cuore e arterie è più a rischio su questo fronte, queste in sintesi le evidenze finora raccolte. Dati che hanno trovato conferma nelle prime analisi condotte dall'Istituto Superiore di Sanità sulle vittime italiane del Coronavirus. L'ipertensione e la cardiopatia ischemica sono risultati i tratti più spesso riscontrati tra le persone decedute a seguito del contagio. Evidenze che, considerando i più alti tassi di mortalità registrati tra ipertesi, diabetici e pazienti con alle spalle problemi di natura cardio e cerebrovascolare, hanno portato gli esperti a porre attenzione nei loro confronti. «Oggi possiamo dire che chi convive con queste condizioni, ha un rischio più alto di infettarsi e di registrare un decorso più grave della malattia Covid-19», conferma Pasquale Perrone Filardi, ordinario di cardiologia dell'università Federico II di Napoli.


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ACE-INIBITORI, SARTANI E COVID-19

Ma più dell'evidenza epidemiologica, ad alimentare il dibattito è stata un'analisi pubblicata sulla rivista Nature Reviews Cardiology. Chiaro il messaggio: il virus «sfrutterebbe» l'enzima ACE2 (favorisce l'aumento della pressione sanguigna) per entrare nelle cellule dei tessuto cardiaco (miociti) e polmonare (pneumociti). Il condizionale è però d'obbligo, visto che il riscontro è finora giunto soltanto su modelli animali. A ciò occorre aggiungere che ACE2 è il bersaglio degli ACE-inibitori, considerati la prima scelta per ridurre i valori della pressione sanguigna. Si tratta di molecole che favoriscono la «sovraesposizione» dell'enzima, con l'obbiettivo di bloccarne poi l'attività e agevolare il controllo pressorio. Più «vettori» (ACE2) ci sono, però, più semplice sarebbe per il virus entrare nelle cellule e creare il danno alle base delle complicanze respiratorie e circolatorie. Sulla base di questa ipotesi, secondo i ricercatori, «occorre considerare la sicurezza e gli effetti della terapia antiipertensiva con gli Ace-inibitori e con i sartani», altra categoria di farmaci per abbassare la pressione. 

RISPETTARE LA TERAPIA ANTIPERTENSIVA

La notizia ha messo in allerta gli oltre 20 milioni di italiani che assumono questi farmaci - non soltanto ipertesi, ma anche gli infartuati, chi ha un'insufficienza cardiaca o soffre di nefropatia diabetica - e ha chiamato i cardiologi a fare chiarezza. Allo stato attuale, la relazione rappresenta un'ipotesi di ricerca che, in assenza di dati raccolti sull'uomo, «non deve indurre a variare il piano terapeutico - precisa Perrone Filardi, presidente eletto della Società Italiana di Cardiologia -. Gestire l'ipertensione permette di proteggere milioni di persone dal rischio di complicanze cardiovascolari quali l’infarto del miocardio, lo scompenso cardiaco, la morte improvvisa e l’insufficienza renale». Indicazione ribadita anche dalla Società Europea di Cardiologia, secondo cui «non c'è alcuna evidenza di un effetto dannoso determinato dall'utilizzo degli Ace-inibitori e dei sartani nell'epidemia di Coronavirus in corso». Più probabile che la maggiore vulnerabilità dei pazienti ipertesi e cardiopatici derivi da una condizione di partenza già non ottimale, oltre che dal «tropismo» del Coronavirus per le cellule polmonari e cardiache.


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Considerando che ad assumere questi farmaci sono soprattutto i pazienti anziani, i più colpiti dalla malattia determinata dal nuovo Coronavirus, gli specialisti invitano a rispettare le indicazioni diffuse dal Ministero della Salute e a garantirsi la continuità delle cure. Ma come fare se le ricette del proprio medico di base sono in scadenza? Nessun allarme, perché per evitare l'affollamento degli studi medici e ridurre i rischi di contagio, l'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha prorogato di tre mesi i piani terapeutici. Un passaggio che ha evitato a molti malati cronici di trovarsi presto senza farmaci salvavita, tra cui per l'appunto gli antipertensivi.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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