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Cardiologia

Inquinamento e Covid-19: che cosa sappiamo?

pubblicato il 27-07-2020

Sars-CoV-2 si trasmette attraverso le persone. Ma l’inquinamento rende più fragili chi, a seguito del contatto col virus, si ammala di Covid-19

Inquinamento e Covid-19: che cosa sappiamo?

In Italia, le aree più colpite dal Covid-19 sono state quelle caratterizzate da una maggiore presenza di polveri sottili nell'aria. Da qui l’ipotesi che la diffusione del virus e la sua aggressività possano aver risentito dell’inquinamento atmosferico. Cosa c’è di vero, a riguardo? Il tema è stato affrontato nel corso di due webinar, organizzati dall’Associazione Italiana di Epidemiologia e dalla Fondazione Menarini (nell’ambito del progetto «RespiraMI»). Può l'esposizione all'inquinamento atmosferico (sia cronica sia acuta) avere un effetto sulla probabilità di contagio, la comparsa dei sintomi e il decorso della malattia del coronavirus causata da Sars-CoV-2?  


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INQUINAMENTO ATMOSFERICO E COVID-19

La supposizione che lo smog e una più alta concentrazione di polveri sottili possano aver accresciuto il rischio di contagio e favorito un decorso più rapido della malattia nasce dalla presa d'atto che «l'inquinamento atmosferico è associato a un aumentato rischio di infiammazione prolungata, anche in soggetti giovani e sani: con la conseguente iperattivazione del sistema immunitario», ha spiegato Andrea Ranzi, epidemiologo ambientale dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell’Emilia Romagna. Caratteristiche (peraltro) comuni a quelle riscontrate nei pazienti colpiti dal Covid-19. Da qui l'ipotesi che vivere in un luogo con un'aria poco salubre possa aver reso più evidente l'impatto della malattia. A ciò occorre aggiungere che «chi respira abitualmente un'aria carica di inquinanti atmosferici, è a maggior rischio di contrarre infezioni respiratorie». E che alcune evidenze analoghe (correlazione tra inquinamento e infezione) erano emerse già all'inizio del secolo, in occasione dell'avvento della Sars

PERCHE' COVID-19 PREOCCUPA PIU' DELL'INFLUENZA STAGIONALE? 

COME SI SPIEGA IL CASO-PIANURA PADANA?

Come ulteriore dato a supporto di questa ipotesi, c'è poi anche la fotografia dell'epidemia in Italia: quasi uno tsunami abbattutosi sulle Regioni del Nord che insistono nell'area della Pianura Padana, una delle più inquinate d’Europa. L'elevato livello di polveri sottili qui presenti potrebbe aver spianato la strada alla diffusione del Sars-CoV-2 e contribuito a determinare che tra il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e l'Emilia Romagna si registrasse quasi l'80 per cento dei decessi? No, a sentire il parere di Pier Mannuccio Mannucci, docente emerito di medicina interna all’Università Statale di Milano e membro del comitato scientifico di Fondazione Umberto Veronesi. «Il fatto che l’epidemia abbia colpito con maggiore forza la Pianura Padana può essere dovuto a diverse ragioni. In primis l’essere una delle aree più industrializzate del Paese, con un numero elevato di contatti internazionali. Questo aspetto, assieme all’elevata densità abitativa, può essere considerato il maggior determinante dell’impennata dei contagi nei mesi scorsi».


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COME SI TRASMETTE SARS-COV-2?

A escludere la possibilità che il virus possa «viaggiare» a bordo delle polveri sottili è stato anche Sergio Harari, direttore dell’unità operativa di pneumologia dell’ospedale San Giuseppe di Milano. «Il virus viene trasmesso perlopiù tramite le goccioline respiratorie (droplets, ndr) di una persona infetta che tossisce, starnutisce o parla a distanza ravvicinata. Il contagio da superfici infette è più raro, mentre alcune indicazioni suggeriscono che il virus possa rimanere infettivo nell’aerosol di un ambiente chiuso. Al momento, invece, l’ipotesi che il particolato riesca a trasportare il virus e contribuire a diffonderlo per via aerea non sembra plausibile. Questo perché, sebbene sia in grado di veicolare particelle biologiche, è improbabile che i Coronavirus mantengano intatte caratteristiche morfologiche proprietà infettive dopo una permanenza prolungata all’esterno. Questo perché la temperatura, l’essiccamento e l’esposizione ai raggi ultravioletti danneggiano l’involucro del virus e la sua capacità di infettare».

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CRESCE IL NUMERO DELLE MALATTIE CON L’ARIA INQUINATA

Le ricerche disponibili non sono dunque in grado di dimostrare un rapporto causa-effetto tra lo smog e i contagi. Secondo gli esperti, anche il calo drastico delle infezioni a seguito del lockdown e del distanziamento sociale suggerisce che il particolato non sia decisivo nella trasmissione del virus. Detto ciò, una relazione tra l'inquinamento e la pandemia non è comunque da escludere: nello specifico in relazione al possibile aggravamento del decorso della malattia, una volta avvenuto il contagio. È noto, infatti, che l’inquinamento ambientale aumenta la probabilità di malattie cardiovascolari, metaboliche e polmonari. «Ragion per cui, nelle aree più inquinate, è maggiore la quota di popolazione ad alto rischio di sviluppare le complicanze da Covid-19», ha aggiunto Harari. A ciò occorre aggiungere che quando l’organismo è compromesso (scenario più probabile per chi vive da tempo in luoghi altamente inquinati), i danni determinati dal coronavirus rischiano di essere maggiori.

MALATTIA PIU' AGGRESSIVA PER COLPA DELL'INQUINAMENTO?

Il particolato inquinante comporta un incremento della risposta infiammatoria a livello polmonare. Questo aspetto, in presenza di Sars-Cov-2, può favorire la comparsa di sintomi più gravi. «Per analogia con quanto si osserva per altre malattie, è possibile che livelli di inquinamento ambientale maggiori abbiano reso le persone infette più suscettibili alla progressione di Covid-19», ha precisato Francesco Forastiere, epidemiologo ambientale del Cnr e del King’s College di Londra. Tuttavia, a oggi, non abbiamo dati sufficienti per essere certi dell’impatto dell’inquinamento atmosferico sul decorso dell’infezione da Sars-Cov-2. Per arrivare a dati conclusivi saranno necessari studi epidemiologici rigorosi, con un’adeguata raccolta dei dati clinici ed ambientali su base individuale il più possibile omogenea su tutto il territorio nazionale».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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