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Cardiologia

La chirurgia mininvasiva che «ripara» la valvola mitralica

pubblicato il 30-05-2017
aggiornato il 12-07-2017

Nei casi di insufficienza della valvola mitralica in cui non è possibile un intervento a cuore aperto, la chirurgia mininvasiva permette risultati analoghi. Ma in Italia solo un centro su 5 è attrezzato

La chirurgia mininvasiva che «ripara» la valvola mitralica

L’insufficienza della valvola mitralica oggi può essere affrontata con successo anche con la chirurgia mininvasiva. Se oggi abbiamo la fortuna di poter vivere più a lungo, dobbiamo abituarci a una maggiore frequenza di problemi legati alla salute che in passato risultavano meno ricorrenti. Uno di questi è l’insufficienza della valvola mitralica.


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COS’E' L’INSUFFICIENZA DELLA MITRALE

La valvola mitralica (o mitrale) è il «cancelletto» che separa le due camere della metà sinistra del cuore. Il sangue, normalmente, passa dall’atrio al ventricolo: e da qui viene pompato nell’arteria aorta, senza rifluire a ritroso. Ma se la mitrale non è più in grado di svolgere appieno la sua funzione, il flusso diventa bidirezionale. Il risultato è una sofferenza cardiaca - tanto più grave quanto più accentuata è l’insufficienza - che prepara il terreno allo scompenso cardiaco: oggi sulla carta guaribile, benché si intervenga in un caso su tre di quelli che lo richiederebbero.


COME RICONOSCERE UN DIFETTO VALVOLARE?

Nei casi più gravi, le disfunzioni valvolari - le più diffuse sono l’insufficienza della mitrale e la stenosi dell’aortica (la valvola che permette al sangue di lasciare il ventricolo sinistro per essere pompato nell’arteria aorta) - hanno una sola opzione terapeutica: quella chirurgica. La correzione della valvola mitrale, stando ai numeri riportati dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise), sarebbe una necessità per almeno 3.000 over 65 italiani. Molti di loro possono avere un «rigurgito» pur in assenza di sintomi. «Ma una semplice visita medica può rilevare un soffio cardiaco, che è il principale segno clinico dell’insufficienza mitralica - afferma Giuseppe Musumeci, direttore dell’unità di cardiologia dell’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo e presidente del Gise -. Per confermare la diagnosi, l’ecocardiogramma è l’esame strumentale più adeguato, in grado di dare una stima anche della gravità della condizione. Altre indagini utili sono la radiografia del torace, l’elettrocardiogramma e l’angiografia coronarica».


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Una volta scoperta l’insufficienza, occorre intervenire sulla valvola. La sua sostituzione, per dirla con le parole di Giuseppe Tarantini, responsabile dell’unità di cardiologia interventistica dell’azienda ospedaliero-universitaria di Padova, «è il trattamento di elezione e più radicale». Ma quando il cuore è malconcio e non in grado di eiettare con forza il sangue, ovvero nella maggior parte dei casi che si presentano al cardiologo interventista, «il rischio operatorio è molto alto. Di conseguenza si preferisce riparare la valvola mitralica». Come? Applicando sui due lembi, che con lo scompenso tendono a far rifluire il sangue dal ventricolo all’atrio sinistro, una «molletta» che assicura il flusso corretto ed evita il «rigurgito». Così la riparazione della mitrale è divenuto il trattamento più effettuato per ridurre la portata dello scompenso cardiaco. «L’insufficienza mitralica è un problema con un impatto consistente sulla mortalità - prosegue Musumeci, che in occasione del congresso europeo di cardiologia interventistica conclusosi a Parigi ha presentato un position paper con le indicazioni al trattamento percutaneo di sostituzione o riparazione della valvola mitralica -. In Italia sono più o meno mille gli interventi simili effettuati ogni anno, ma potrebbero essere molti di più».

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IL NODO DELLA SOSTENIBILITA’ ECONOMICA

Ci sono due ostacoli a limitarli, tra loro concatenati. Il nodo è economico: un intervento simile può costare alle casse del Servizio Sanitario Nazionale fino a ventimila euro. Una cifra spropositata? A leggere il dato così, si direbbe di sì. Ma lo sviluppo della clip, e più in generale delle valvole cardiache, ha richiesto anni di investimento e soprattutto è in fieri. I device che si usano oggi non sono quelli che debuttavano tre lustri addietro. «Si tratta di un investimento di salute, che nel tempo rientra in anni di vita guadagnati, di buona qualità», controbattono gli esperti, sempre in bilico tra la volontà di tutelare il paziente e la necessità di dover far quadrare i conti. L’altro rimanda alla disparità di accesso su base territoriale. Dai dati presentati nel corso dell’appuntamento, è emerso che lungo la Penisola il maggior numero di interventi viene effettuato in Lombardia, in Campania e in Sicilia. Anche in questo caso c’entrano i numeri, «perché i tetti di spesa rigidi non consentono di remunerare l’innovazione». Risultato? Per garantire la riparazione con il migliore device, le strutture che se lo possono permettere ci rimettono anche di tasca propria.

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QUANDO SI CONSIGLIA IL TRATTAMENTO PERCUTANEO?

L’ascesa della cardiologia interventistica sta riducendo il numero di interventi di cardiochirurgia per la riparazione della valvola mitrale (l’insufficienza è tre volte più frequente rispetto alla stenosi aortica). Una procedura che, non risultando priva di rischi, veniva sconsigliata «ai pazienti con un quadro di salute complesso: penso ai diabetici, agli ipertesi, alle persone con fibrillazione atriale e insufficienza renale», precisa Tarantini. Per costoro, in passato, lo scompenso cardiaco segnava l’ultima fase della vita. Adesso c’è una chance. L’intervento di correzione dell’insufficienza mitralica dura un’ora: dalla preparazione alla sutura dell’incisione. Diversi i vantaggi: ridotto sanguinamento, rischio di infezioni inferiore, come i tempi di ricovero (si torna a casa in una settimana). Ma soprattutto, suturando i lembi della valvola nativa, non occorre fermare il cuore del paziente.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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