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La lunga «eredità» del Covid-19 sulla salute dei polmoni

pubblicato il 28-05-2020

Il Covid-19 può lasciare un segno sui polmoni anche a distanza di mesi dalla guarigione. Farmaci e fisioterapia respiratoria per evitare la fibrosi polmonare

La lunga «eredità» del Covid-19 sulla salute dei polmoni

Qual è lo stato di salute dei pazienti che hanno messo alle spalle il Covid-19? La malattia nuova e le dimensioni dell’emergenza hanno portato gli operatori sanitari a concentrarsi anzitutto sulle possibilità di guarigione di ogni paziente. Ma oggi che il numero degli italiani che hanno superato l’infezione da Sars-CoV-2 sfiora quota 150mila, occorre tenere in considerazione anche questi aspetti. Covid-19 potrebbe comportare conseguenze che vanno oltre la risoluzione della polmonite. «I tempi di osservazione ristretti non permettono di avere dati certi, ma il danno polmonare determinato dalla malattia potrebbe non scomparire alla risoluzione della polmonite», avverte Luca Richeldi, direttore del dipartimento di pneumologia del Policlinico Gemelli di Roma e membro del comitato tecnico scientifico della Protezione Civile. 

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Evidenze al momento preliminari, che sembrano però confermare l'ipotesi che l'assistenza di cui abbisognano questi pazienti debba andare oltre la fase acuta della malattia. «L’infezione polmonare da coronavirus può lasciare un’eredità cronica sulla funzionalità respiratoria - aggiunge lo specialista, alla guida della Società Italiana di Pneumologia -. A un adulto, in media, potrebbero servire da 6 a 12 mesi per un recupero funzionale, che non è detto però che sia sempre completo. La causa è da ricercare nella fibrosi polmonare, che porta comportare l'irrigidimento del tessuto colpito dall’infezione. Con la conseguente riduzione nella funzionalità degli scambi gassosi». Una condizione che potrebbe richiedere il ricorso all'ossigenoterapia anche a domicilio. O, come scenario più avveniristico, il ricorso alle cellule staminali mesenchimali e alle sostanze da esse prodotte (citochine, fattori di crescita, chemochine) che, in uno studio (in vitro) pubblicato sulla rivista Cells nel 2018, si sono rivelate in grado di combinare l'azione antinfiammatoria e antifibrotica a quella rigenerativa. Da qui l'ipotesi di una possibile soluzione ai danni determinati da Covid-19.


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IL PRECEDENTE DELLA SARS

La persistenza di questo strascico la si osserva già nei primi pazienti colpiti dalla polmonite bilaterale interstiziale provocata dal Covid-19, che hanno trascorso un lungo ricovero: al di là dell'essere stati o meno intubati. Un riscontro che ha portato gli esperti a rivangare quanto verificato nelle persone colpite dalla Sars, tra il 2002 e il 2003. «I dati raccolti in passato su questi pazienti mostrano che, chi aveva superato la malattia, a sei mesi di distanza mostrava anomalie polmonari ben visibili alle radiografie, una minore capacità respiratoria, un ridotto volume polmonare, una scarsa forza dei muscoli respiratori e una minore resistenza allo sforzo - precisa Richeldi -. In 3 persone su 10 reduci dalla Sars, inoltre, erano evidenti grosse cicatrici sul polmone. Queste, segno di una fibrosi polmonare, compromettevano la respirazione al punto da far sorgere affaticamento anche dopo una breve camminata». Ricadute che, aggiunge Angelo Corsico, direttore dell'unità operativa complessa di pneumologia del Policlinico San Matteo di Pavia, «si sono verificate anche in pazienti giovani, con un’incidenza variabile dal 30 fino al 75 per cento dei casi valutati». 

MALATI DA MONITORARE NEL TEMPO

Con il passare delle settimane e con l'attenuasi dell'emergenza, il tema delle conseguenze del Covid-19 sta emergendo in superficie: anche alla luce delle possibili conseguenze a carico di altri organi, al di là dei polmoni. Da qui la scelta di molti ospedali di aprire degli ambulatori post-Covid, per continuare a seguire queste persone anche una volte riportate alla loro quotidianità. «La fibrosi polmonare è la sfida del giorno dopo, per il Covid-19 - aggiunge Corsico -. Per questo è necessario controllare questi pazienti anche dopo la dimissione dall'ospedale. E, se necessario, trattarli con dei farmaci (cortisonici e immunosoppressori, ndr) o avviarli verso un percorso riabilitativo ad hoc. Al momento a Pavia, seguendo le indicazioni della British Thoracic Society, i pazienti vengono sottoposti a una radiografia del torace, alle prove di funzionalità respiratoria, al test del cammino di sei minuti, a un'ecografia toracica e cardiaca e, se necessario, a Tac del torace per indagare la presenza di una malattia interstiziale diffusa o di un'embolia polmonare. I dati preliminari sembrano confermare le prime osservazioni dei colleghi cinesi: diversi pazienti dimessi presentano un'insufficienza respiratoria cronica e segni di fibrosi a distanza di settimane dalla guarigione dal Covid».  


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Alla luce di queste considerazioni, emerge che  per questi pazienti è fondamentale evitare qualsiasi altro fattore di rischio in grado di compromettere la salute dei polmoni. Inevitabile pensare al fumo di sigaretta, che si conferma comunque un rischio: tanto per chi non si è ammalato (e rischia il contagio, partendo da una funzionalità polmonare già ridotta) quanto per chi è reduce dal Covid-19. La paura della malattia infettiva potrebbe rappresentare un incoraggiamento per smettere di fumare. Secondo un sondaggio inglese, sarebbero già 300mila i fumatori del Regno Unito che avrebbero abbandonato le sigarette durante la pandemia. Qualcosa di analogo, stando a quanto riportato dai media internazionali, sarebbe avvenuto anche in California. Il Covid, secondo il comitato scientifico per la lotta al fumo di Fondazione Umberto Veronesi, deve essere considerato una ragione in più «per considerare fra le misure necessarie al contrasto della pandemia anche l'educazione alla salute, l'informazione sui danni del tabagismo e l'aiuto ai fumatori che desiderano smettere, attraverso supporti adeguati, counseling, terapie farmacologiche e sostegno psicologico». Quale occasione migliore, allora, per fare del bene alla propria salute?

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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