Chiudi
I nostri ricercatori

Alimentazione, invecchiamento e prevenzione: la nostra «carta d’identità»

pubblicato il 28-09-2020

Alessandro Gialluisi studia i processi che legano DNA, alimentazione, invecchiamento e prevenzione, “raccontando” più da vicino chi siamo

Alimentazione, invecchiamento e prevenzione: la nostra «carta d’identità»

Tra i principi più importanti della medicina di precisione, c’è il concetto di medicina delle 4P: personalizzata, predittiva, partecipativa e preventiva. Proprio il concetto di prevenzione è – e sarà sempre di più – alla base del rapporto tra il paziente e la pratica medica, poiché preservare lo stato di salute ha una valenza ancora più importante della “sola” cura della patologia in sé. Un assunto che può apparire banale, ma che richiede di ampliare il nostro bagaglio di conoscenze sulla popolazione europea e italiana in particolare, così da capirne differenze genetiche e polimorfismi peculiari.

Alessandro Gialluisi, biotecnologo e genetista presso l’IRCCS Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed di Pozzilli (Isernia), studia i processi che legano DNA, alimentazione, invecchiamento e prevenzione, “raccontando” più da vicino chi siamo. Il suo lavoro per tutto il 2020 grazie al sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

Alessandro, raccontaci di più del tuo lavoro: in che modo è legato al concetto di longevità?

«Beh, si può dire che in generale, nel progetto, miriamo a conoscere più chiaramente le basi molecolari legate al concetto di dell’invecchiamento biologico. Partiamo da un dato evidente: se prendiamo l’età “legale”, quella riportata sulla carta di identità, e l’effettiva età di un organismo, o “biologica”, possono infatti esserci differenze. Perché questo accade? Per rispondere alla domanda sto analizzando le cosiddette componenti biologiche dell’invecchiamento».

In cosa consistono?

«Si tratta di marcatori biologici (quali DNA, RNA o proteine, N.d.R.) che possono essere rilevate e misurate, nel nostro causo nel sangue e con un semplice prelievo. Il nostro obiettivo è quello identificare dei marcatori che siano in grado di predire bene l’invecchiamento e le sue implicazioni cliniche, come per esempio la mortalità o il rischio di ospedalizzazione, tipiche della popolazione più fragile e in età avanzata. Ma non solo. Il nostro lavoro si concentra anche sulle potenziali influenze esterne che può avere l’ambiente, soprattutto in termini di stili di vita (informazioni legate al concetto di epigenetica, N.d.R.)».

Ad esempio?

«Una domanda su tutte che riguarda l’alimentazione: chi segue la dieta mediterranea ha un invecchiamento rallentato? Le mie ricerche, in particolare, vengono condotte attraverso lo sviluppo, la validazione e l’analisi di una misura di invecchiamento, basata su analisi del sangue e sui marcatori biologici dei partecipanti allo studio Moli-sani. Questo studio è composto da una coorte di popolazione di 24.325 cittadini residenti nella regione Molise: si tratta di una sorta di laboratorio a cielo aperto per studiare i determinanti (cioè le cause) delle malattie croniche più comuni, istituito nel 2005 e tuttora in funzione».

Cosa ci può raccontare la fotografia di un territorio e di una popolazione così ampia?

«I risultati finora ottenuti aprono all’utilizzo di alcuni marker di invecchiamento come vero e proprio indice di sanità pubblica, in quanto predicono il rischio di mortalità e ospedalizzazione e mostrano associazioni protettive con diversi stili di vita sani (come la dieta mediterranea, non fumare, mantenere una certa forma fisica). Queste evidenze suggeriscono che si potrebbero utilizzare marker di questo tipo – sviluppati a partire da comuni analisi del sangue – per monitorare lo stato di salute della popolazione. Si potrebbero inoltre sviluppare dei programmi personalizzati di “decelerazione” dell’invecchiamento biologico per quegli individui che mostrassero criticità, al fine di prevenire il rischio di malattie croniche e promuovere un invecchiamento in salute nella popolazione generale».

Alessandro, raccontaci di te: sei mai stato all’estero per fare ricerca?

«Ho avuto la fortuna di lavorare per due Max Planck Institute, uno in Olanda e uno in Germania. Lì ho toccato con mano la potenza di fuoco di centri di ricerca di punta, sostenuti da un intero sistema-Paese. È qualcosa che l’Italia ha dimenticato negli ultimi decenni. Uno degli aspetti più positivi è rappresentato dai bei ricordi che queste esperienze ti lasciano, in cui spesso si intrecciano vita lavorativa e vita privata. In ognuno di questi posti mi sono sentito un po’ a casa, e spesso me ne sono accorto solo quando andavo via».

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno da dimenticare.

«Ricordo ancora la frustrazione che provavo quando il mio supervisore di dottorato mi mandava le correzioni delle prime bozze di articoli e della tesi. Ma non è stata una sofferenza inutile. Ho imparato a scrivere bene un testo scientifico, e ricordo ancora certi commenti positivi di colleghi e reviewers per alcuni manoscritti finora pubblicati».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La sensazione di non svolgere mai una mansione routinaria, di dover pensare a qualcosa di nuovo ogni giorno, e l’adrenalina di vedere qualcosa per la prima volta, magari dopo mesi o anni di sofferenze e tentativi andati a vuoto. È questo che mi spinge a fare ricerca».

Dove ti vedi fra dieci anni?

«Mi piacerebbe poter dire con assoluta certezza “facendo ricerca” ma, dato il Paese in cui viviamo, non so. Come nella scienza, non do mai nulla per scontato nei miei programmi di vita».

Hai una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale o professionale?

«Non ne ho una specifica. Credo di aver preso qualcosa da tutti i mentori e i supervisori che ho avuto. Nei momenti bui penso sempre all’uomo solo che cammina nel deserto in cerca di acqua, o al monaco che vive in isolamento nei monasteri. Sono percorsi che includono dei tormenti, ma anche momenti di estasi inattesi».

E quale messaggio hai fatto tuo in questi “incontri”?

«La resilienza. Non mollare mai e avere fede, anche quando sembra che tutto vada storto. Più arduo è il compito, più grande è la soddisfazione».

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Ho sempre pensato che sarei stato un bravo parrucchiere. Ma anche il panettiere o il macellaio sono mestieri che mi affascinano».

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Come tutte le cose fatte dagli uomini, anche la comunità scientifica soffre delle debolezze umane. Il sistema basato su peer reviewing (valutazione tra pari) dei progetti di ricerca e degli articoli scientifici, ad esempio, mostra diverse debolezze: politica, soggettività delle decisioni, imparzialità possono talvolta influenzare i giudizi di alcuni manoscritti o progetti. Anche i più grandi giornali prendono delle cantonate, come ad esempio è successo al Lancet nel caso del famoso studio sull’idrossiclorochina legato al Covid-19. Tuttavia questo sistema, anche se migliorabile, rimane a oggi rimane il migliore possibile».

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Percepisco quella classica sensazione da “pacca sulla spalla”, cioè di apparente stima cui poi non fanno quasi mai seguito azioni concrete in termini di meritocrazia, infrastrutture e finanziamenti. Al netto di grosse fette di popolazione che non hanno ricevuto alcuna educazione scientifica (in alcuni casi senza alcuna colpa), vi è comunque poca pressione da parte dell’opinione pubblica sui decisori politici, che si riflette spesso nei pochi investimenti in ricerca e sviluppo fatti nel corso degli anni».

Cosa fai nel tempo libero?

«Gioco a tennis, corro e passo del tempo con la mia famiglia».

Hai famiglia?

«Sì, due figli stupendi che hanno la sfortuna di avere un padre “missionario della ricerca”, che vedono poco. Però dicono con orgoglio che “papà fa il ricercatore”. Tanto mi basta».

E se un giorno ti dicessero di voler diventare a loro volta ricercatori, come reagiresti?

«Di inseguire i loro sogni, non se ne pentiranno mai».

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Tutti i viaggi a cui ho rinunciato finora, in particolar modo vorrei visitare il parco dello Yellowstone e i fiordi norvegesi».

La cosa di cui hai più paura.

«Dei fallimenti. Ma certe volte fanno bene. Aiutano a fare tabula rasa e a ricostruire».

Un ricordo a te caro di quando eri bambino.

«Le campagne pugliesi. I muretti a secco, le sterpaglie bruciate, le case sugli alberi. Ci divertivamo un mondo».

Prima di salutarci, c’è qualcosa che vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei dire loro che stanno creando conoscenza e una speranza per chi soffre. Noi ricercatori stiamo semplicemente tentando di realizzare i nostri sogni con il loro aiuto, e per questo li ringraziamo».



Commenti (0)


In evidenza

Torna a inizio pagina