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Geni e ambiente: come influenzano la depressione?

pubblicato il 16-03-2021

La depressione è una malattia diffusa e dai sintomi invalidanti, ma è ancora difficile prevederne il decorso: è l'obbiettivo della ricercatrice Chiara Fabbri

Geni e ambiente: come influenzano la depressione?

La depressione è uno dei disturbi mentali più comuni nel mondo e l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha indicata come la prima causa di disabilità a livello planetario. Si tratta di un disturbo complesso, con sintomi eterogenei in grado di compromettere sia lo stato emotivo che quello fisico del paziente, peggiorando la qualità della vita di chi ne soffre. La depressione può colpire chiunque, a ogni età e in ogni condizione di vita, con gravi conseguenze sul piano personale e relazionale. Da qui l’urgenza di comprenderne i meccanismi complessi, per poter orientare precocemente la diagnosi e la cura a vantaggio del paziente e della comunità.

 

Chiara Fabbri, psichiatra e ricercatrice della Alma Mater Studiorum - Università di Bologna si occupa di studiare i fattori individuali che influiscono sull’andamento della depressione nel medio-lungo termine. L’integrazione dei dati clinici e genetici dei pazienti con le loro caratteristiche personali potrebbe fornire elementi predittivi sul decorso della malattia, ottimizzando il percorso terapeutico individuale.


Il suo progetto verrà sostenuto nel 2021 grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Come nasce l’idea del vostro lavoro?

«Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i disturbi depressivi rappresentano la malattia non fatale con maggiore impatto sulla salute, responsabile del 7.5 per cento di tutti gli anni vissuti con disabilità. Più di 1 persona su 10 si ammala di depressione almeno una volta nel corso della vita e quasi la metà mostra sintomi residui a lungo termine, con ripercussioni sulla salute e sul funzionamento socio-lavorativo. I percorsi terapeutici sono piuttosto standardizzati e mancano di variabili in grado di prevedere l’andamento della malattia a livello individuale, ostacolando lo sviluppo di piani di terapia personalizzati. Noi vorremmo modificare l’approccio terapeutico utilizzato per la cura della depressione: fornire ai medici strumenti oggettivi per definire la prognosi fin dalla prima visita, in modo da poter ottimizzare e personalizzare il percorso terapeutico».

 

Quali sono gli aspetti che volete approfondire?

«Durante il mio precedente progetto di ricerca sostenuto da Fondazione Umberto Veronesi, ho studiato le caratteristiche che contraddistinguono diversi sottotipi di depressione, trattandosi di una malattia che può presentarsi in forme molteplici e sintomi anche opposti tra persone diverse, con andamento variabile e diverse risposte alle terapie disponibili. Ho contribuito a chiarire che la depressione con sintomi atipici condivide fattori di rischio genetici con le malattie cardiometaboliche. E che si associa a un maggior rischio di inefficacia delle terapie antidepressive. Nell’anno in corso, ci proponiamo di identificare i fattori individuali che influiscono sull’andamento della depressione nel medio-lungo termine, in particolare considerando il benessere dell’individuo, il funzionamento sociale, famigliare e lavorativo. I fattori individuali associati a un declino funzionale possono costituire un elemento prezioso per identificare precocemente le persone a rischio e fornire interventi terapeutici più intensivi fin dalle fasi iniziali del percorso di cura».

 

Come intendete condurre il vostro progetto quest’anno?

«Lavoreremo su un ampio database con oltre 45mila persone con storia di depressione e una ricca serie di informazioni rispetto alle loro caratteristiche individuali, come stili di vita e malattie concomitanti, oltre alle loro varianti genetiche in tutto il genoma. Valuteremo l’effetto singolo e congiunto dei fattori individuali per identificare modelli in grado di predire il benessere e il funzionamento socio-lavorativo».

 

Quali sono le possibili prospettive per la salute umana?

«I risultati di questo progetto possono essere integrati nel processo di valutazione clinica delle persone con depressione, così da identificare i pazienti con maggior rischio di decorso cronico e compromissione del benessere. La depressione può essere curata, ma in parte delle persone è più difficile ottenere una buona risposta alle terapie di prima linea: avere questa informazione è fondamentale per ottimizzare la loro cura».

 

Chiara, sei mai stata all’estero per un’esperienza di ricerca?

«Sì, ho lavorato come ricercatrice al King’s College di Londra tra il 2015 e 2016, come parte della mia formazione specialistica in psichiatria. Questa esperienza mi ha dato così tanto in termini di crescita professionale che ho deciso di tornare per altri due anni, grazie a un travel grant di Fondazione Umberto Veronesi e a una borsa di ricerca Marie-Curie finanziata dalla Comunità Europea».

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Mi ha fatto confrontare con i miei limiti per cercare di andare oltre. Ho conosciuto persone che ammiro e che mi hanno aiutata, e continuano, ad aiutarmi a crescere. Spesso mi sono sentita un pesce fuor d’acqua: il costo della vita è pazzesco a Londra e bisogna rinunciare a qualcosa, ma ne è valsa assolutamente la pena».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Ho scelto durante il quinto anno del corso di laurea in medicina e chirurgia. All’inizio pensavo che mi avrebbe aiutato ad avere una migliore formazione come futura psichiatra, ma negli anni successivi l’ho vista come una parte fondamentale della mia attività, perché mi trasmette una forte motivazione nel migliorare le conoscenze disponibili e quindi della cura dei pazienti».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare?

«Vorrei incorniciare il momento in cui ho iniziato la mia collaborazione con il King’s College di Londra, che ancora prosegue a distanza e vorrei continuare a coltivare. Un momento da dimenticare? Alcuni anni fa ho ricevuto un premio durante un convegno, ma ero così imbarazzata che ho fatto dietro-front un attimo prima che la persona che si congratulava con me mi tendesse la mano, lasciandola perplessa a tendere la mano nel vuoto. Il tutto immortalato in foto».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Mi assorbe completamente, dandomi motivazione ed energia».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Ci sono alcuni aspetti che spesso sono difficili, come trovare fondi e una posizione lavorativa stabile: talvolta la competizione può diventare pesante».

 

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca e dà significato alle tue giornate lavorative?

«Penso che la ricerca possa avere un significato romantico essendo per me connessa al mondo emotivo, sia in senso positivo sia negativo. In fondo, però la parte positiva è maggiore: non vedo solo numeri quando lavoro ma qualcosa che porta eccitamento, aspettative, desideri, delusioni, sorprese».   

 

Secondo te, in che modo e da chi potrebbe essere aiutato il lavoro di chi fa scienza?

«Sicuramente Fondazione Umberto Veronesi dà un gran aiuto a tanti giovani ricercatori che altrimenti non riuscirebbero a dedicarsi a questo lavoro per mancanza di fondi. Penso che una maggiore consapevolezza dell’importanza della ricerca potrebbe aiutare a investire maggiormente in questo settore e questo dovrebbe essere un comune sentire».

 

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Non lo definirei un sentimento antiscientifico, quanto una difficoltà nel confrontarsi con la complessità di un mondo sempre più tecnologico, in cui il come e il perché sono spesso poco intuitivi e difficili da interpretare. Penso che una parte fondamentale sia giocata nelle scuole, dove vengono gettate le basi della cultura generale. Le iniziative di Fondazione Umberto Veronesi nelle scuole sono un aiuto positivo, in questo senso. È importante far conoscere di più il lavoro dei ricercatori, perché ci vogliono anni prima di arrivare a un risultato concreto o un’applicazione pratica. La nostra quotidianità è fatta di tanti piccoli passi avanti e di fallimenti, ugualmente importanti per il risultato finale. Questo non dovrebbe rimanere nascosto né essere sottovalutato».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Amo leggere romanzi e racconti, stare in mezzo alla natura e viaggiare».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Quando ho visto il video della prima persona che ha ricevuto il vaccino anti-Covid-19: penso che dopo questi mesi tragici sia stato un traguardo fondamentale».

 

La cosa di cui hai più paura?

«Quando il tempo passa troppo in fretta e te ne accorgi troppo tardi».

 

E la cosa che più ti fa arrabbiare?

«Chi non ascolta e fa critiche non costruttive, soprattutto se dietro ci sono dei pregiudizi».

 

Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera e cosa ti piacerebbe chiedergli?

«Se ci fosse ancora, mi piacerebbe andare a cena con Umberto Veronesi e chiedergli cosa ha guidato e ispirato il suo incredibile lavoro».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Non c’è cosa più importante da fare, la ricerca è la nostra porta verso il futuro e tanti ricercatori che donano passione e impegno hanno bisogno del vostro sostegno e della vostra fiducia».


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