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Una doppia strategia per colpire il neuroblastoma

pubblicato il 06-02-2017
aggiornato il 08-02-2017

Fabio Morandi punta a testare l’effetto di linfociti, programmati per riconoscere le cellule maligne, abbinati a un farmaco per renderli più efficaci

Una doppia strategia per colpire il neuroblastoma

Il neuroblastoma è un tumore del sistema nervoso simpatico, che controlla funzioni involontarie come la respirazione e il battito del cuore. Colpisce soprattutto bambini sotto ai 5 anni di età. I pazienti affetti da un neuroblastoma ad alto rischio tendono a ricevere una prognosi sfavorevole nonostante il trattamento con terapie aggressive: è quindi più che mai importante trovare nuove opportunità di cura. In quest’ottica una strada promettente è quella dell’immunoterapia, cioè l’addestramento di cellule del sistema immunitario per colpire specificamente le cellule tumorali.

Un limite di questo approccio è però la scarsa possibilità per queste cellule di raggiungere l’interno della massa tumorale: spesso purtroppo si limitano a restare in superficie. A questo problema sta cercando di ovviare Fabio Morandi, biologo genovese che grazie al sostegno del progetto Gold for Kids di Fondazione Umberto Veronesi lavora all’Istituto Giannina Gaslini di Genova. Fabio punta a utilizzare una strategia immunoterapica combinata con un agente che aumenti l’ingresso di speciali linfociti T (cellule chiave del sistema immunitario) nel tumore, rendendoli quindi più efficaci.

 

Fabio, di cosa ti occupi più nello specifico?

«Il progetto si propone di sviluppare nuove strategie terapeutiche per il neuroblastoma utilizzando una linea di linfociti T geneticamente modificati e combinati al Bevacizumab. GD2 è una molecola espressa dalle cellule di neuroblastoma: in questo lavoro verificheremo su modelli preclinici l’attività dei “linfociti T GD2 CAR”, modificati per riconoscere e legare specificamente GD2, e attaccare così in maniera efficiente e selettiva il tumore.

Per aiutare i linfociti CAR GD2 a penetrare più facilmente nella massa cancerosa e di conseguenza massimizzare la loro efficacia, vogliamo combinarli a un trattamento con il Bevacizumab, già ampiamente utilizzato come farmaco chemioterapico. Si tratta di un anticorpo che contrasta la formazione aberrante di nuovi vasi sanguigni nei tumori: oltre ad avere di per sé un’efficacia anti-tumorale, è in grado a basse dosi di “normalizzare” la vascolatura tumorale».

 

Quali prospettive apre il tuo progetto per la salute umana?

«Se gli studi preclinici avranno successo, lo studio aprirà nuove prospettive di cura per i pazienti affetti da neuroblastoma ad alto rischio, la cui sopravvivenza è minima nonostante trattamenti aggressivi, e per i quali è quindi assolutamente necessario trovare nuove strategie terapeutiche. I primi dati che stiamo ottenendo sono molto promettenti, sia in termini di penetrazione dei linfociti nel tumore, sia in termini di morte delle cellule cancerose».

 

Sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sono stato per brevi periodi a Bellinzona in Svizzera, presso l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) diretto dal Prof. Lanzavecchia, nell’ambito di un progetto di collaborazione col mio istituto. È stata un’esperienza molto positiva, mi ha insegnato molto: il modo di lavorare è decisamente diverso da quello a cui siamo abituati in Italia, e forse più produttivo».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che volevi fare ricerca?

«Sono sempre stato affascinato dalla biologia, dal conoscere i meccanismi alla base della vita. Dopo il diploma di maturità artistica ho frequentato un anno integrativo e mi è capitato di seguire un corso di scienze biologiche: lì ho capito che quella era la mia strada».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Mio papà è cuoco: credo avrei seguito le sue orme».

 

Raccontaci un momento della tua vita professionale da ricordare e uno invece da dimenticare.

«Il momento più bello è stato senz’altro quando ho vinto un premio indetto dal mio Istituto e destinato a giovani ricercatori, per un lavoro scientifico che ho pubblicato su un’importante rivista internazionale. D’altro canto non c’è un momento brutto in particolare: ci sono stati tanti momenti di scoramento dovuti a vari “insuccessi”, a tanti progetti che non sono andati come ci si aspettava. E una generale frustrazione per la precarietà lavorativa purtroppo legata al nostro mestiere».

 

Parli di precarietà: come ti vedi fra 10 anni?

«Il precariato è proprio l’aspetto della ricerca che, se fosse possibile, eviterei volentieri: è davvero logorante e non consente di avere la serenità necessaria per lavorare al meglio. È decisamente difficile fare ricerca in Italia, ed essere precari da 16 anni con nessuna prospettiva di un lavoro stabile. Se dipendesse solo da me, negli anni a venire mi piacerebbe continuare a contribuire allo sviluppo di nuove cure».

 

Qual è invece l’aspetto che più ti piace della ricerca?

«Mi piace poter mettere in pratica le mie idee, e dare il mio contributo per nuove scoperte scientifiche. Il bello della ricerca è proprio poter condividere tramite le pubblicazioni scientifiche le proprie scoperte, che possono poi aiutare altri ricercatori a svilupparne altre».

 

Cosa ne pensi delle persone contrarie alla scienza per motivi ideologici?

«Credo che la causa principale sia l’ignoranza e i messaggi non veritieri che circolano sui social media, che concorrono a fomentare complottismi. Basterebbe documentarsi in modo serio per conoscere bene determinate realtà. Certo la scienza presenta senz’altro aspetti da migliorare. La sperimentazione sugli animali ad esempio non piace a nessuno, ma al momento non abbiamo alternative concrete. Tuttavia le prospettive etiche sono cambiate e sono stati fatti molti passi avanti in tal senso».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Faccio sport (poco!) e canto in un coro gospel».

 

La cosa che ti fa ridere a crepapelle?

«Uno spettacolo della compianta Anna Marchesini».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commosso?

«Mi commuovo spesso, specie davanti a un film».

 

Qual è il film che ti piace di più?

«Sliding Doors».

 

La cosa di cui hai più paura?

«Perdere le facoltà mentali: penso sia la cosa peggiore che possa capitare».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale?

«Rita Levi Montalcini».

 @AgneseCollino

 


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