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L'esperto risponde

Se il tampone è positivo, perché dopo 21 giorni si è definiti guariti?

pubblicato il 09-12-2020

Covid-19: se il tampone è positivo a tre settimane dalla comparsa dei sintomi, quasi sempre viene interrotto l'isolamento. Perché? La risposta dell'esperta

Se il tampone è positivo, perché dopo 21 giorni si è definiti guariti?

Perché una persona che continua a risultare positiva all'infezione da Sars-CoV-2, che è guarita clinicamente, viene reinserita in società dopo un tampone positivo a 21 giorni dalla comparsa dei sintomi? 

Fabio B. (Fossano, Cuneo)


Risponde Maria Chironna, responsabile del laboratorio di epidemiologia molecolare e sanità pubblica dell'azienda ospedaliero-universitaria di Bari e coordinatore della rete dei laboratori Sars-CoV-2 della Regione Puglia

 

Nelle indicazioni diffuse dal ministero della Salute lo scorso 12 ottobre, si parla di casi positivi a lungo termine. Come tali, si considerano coloro che, pur non presentando più sintomi quali la febbre, la tosse, le difficoltà respiratorie, i dolori muscolari e la spossatezza, continuano a risultare positivi al test molecolare per Sars-CoV-2 anche 21 giorni dopo la comparsa dei sintomi. In questo caso, la persona che risulti asintomatica da almeno una settimana (fanno eccezione le alterazioni di gusto e olfatto, che possono registrarsi anche oltre la guarigione) potrà interrompere l’isolamento.


A questa conclusione si è giunti dopo aver rilevato che la carica virale è molto alta subito prima e nei primi giorni successivi alla comparsa dei sintomi. Dopodiché, tende gradualmente a diminuire: fino a non essere quasi più rilevabile al giorno 21. Questo vale anche per chi è reduce da una forma di Covid-19 severa, che ha richiesto il ricovero in ospedale. D'altra parte, la decisione assunta dal ministero della Salute tiene conto dell’aggiornamento dei criteri per l’interruzione dell’isolamento dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2 completato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il messaggio, risalente a giugno e tuttora valido, tiene conto soprattutto delle conclusioni di uno studio cinese pubblicato sulla rivista Nature Medicine ad aprile. Ma nei giorni scorsi un altro lavoro, apparso sulle colonne di The Lancet Microbe, ha confermato questi dati. E, di conseguenza, l’opportunità della scelta adottata.

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La sua domanda è però legittima. Non conoscendo con certezza la durata del periodo di contagiosità di un soggetto con Covid-19, il rischio di trasmissione dell’infezione esiste anche oltre le tre settimane dalla comparsa dei sintomi. Ma rispettando il distanziamento e facendo sempre uso della mascherina, tale rischio viene considerato molto basso. E comunque accettabile, rispetto all'alternativa rappresentata da un lungo periodo di isolamento che finirebbe per condizionare la vita privata e quella professionale. Detto ciò, il criterio può essere sempre modulato dalle autorità sanitarie d’intesa con i clinici, i microbiologi e i virologi, tenendo conto dello stato immunitario delle persone interessate. Questo perché, nei pazienti immunodepressi, il periodo di contagiosità può essere prolungato.

In più, in questo modo, si riduce il numero di tamponi a cui viene sottoposta una sola persona con infezione. Un aspetto che, per chi legge, può essere secondario. Ma che nel corso di una seconda ondata come quella che stiamo vivendo in Italia, tale non è. In sostanza, meglio concentrare le risorse per intercettare il maggior numero di positivi che continuare a testare persone ormai non più in pericolo e la cui positività non rappresenta un rischio per la salute pubblica. Questo, almeno, fino a prova contraria. 

 


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