Il tampone molecolare - attualmente - è lo standard con cui si diagnostica l’infezione da Sars-CoV-2. Ma la saturazione raggiunta dal sistema di tracciamento nelle Regioni italiane sta mostrando un limite che è anche concausa dell’aumento dei contagi in corso da quattro settimane. Ci sono infatti persone che rimangono in attesa di essere sottoposte al test per giorni (nel frattempo, non è detto che vivano in isolamento). A ciò occorre aggiungere che i laboratori - in condizioni normali - impiegano in media 24 ore per svelare l’esito di un tampone. Ma con l'attuale carico di contagi, capita di aspettare anche una settimana prima di avere l’esito. Da qui la necessità di rivedere l'approccio diagnostico. «In un contesto di rapida crescita del numero di infezioni, occorre individuare una nuova strategia che porti a identificare il maggior numero di contagi», è quanto messo nero su bianco dall'epidemiologo Michael Mina (Harvard) in un articolo apparso sulle colonne del New England Journal of Medicine. Più indagini - complementari, considerando dunque anche la prospettiva aperta dai test salivari - possono rappresentare la strategia per contenere la seconda ondata di Covid-19.
TEST SALIVARI: A CHE PUNTO SIAMO?
Nessun test salivare è al momento in uso nel nostro Paese per intercettare la positività al coronavirus. Detto ciò, non è da escludere che un’offerta di questo tipo possa diventare disponibile in un arco di tempo ristretto. La saliva è infatti considerata un campione diagnostico ideale per eseguire la ricerca del virus - più facile da raccogliere rispetto al tampone nasofaringeo e al lavaggio broncoalveolare - e può essere utilizzata con sistemi veloci e già disponibili. Quanto alla sensibilità, gli ultimi dati a riguardo giungono da uno studio condotto dagli specialisti dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani e dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, in collaborazione con l’University College di Londra. Il team ha analizzato 337 campioni salivari di 164 pazienti per poi metterli a confronto con altrettanti tamponi nasofaringei. Dalla comparazione dei dati, pubblicati sulla rivista Viruses, è emerso «un elevatissimo grado di concordanza», afferma Maria Rosaria Capobianchi, a capo del laboratorio di virologia dello Spallanzani. «Sia la quantità sia la durata di rilascio del virus si sono mostrati sovrapponibili, nella saliva e nel tampone». Idem dicasi nel confronto con il lavaggio broncoalveolare, a cui vengono sottoposti i pazienti intubati (nel loro caso, il virus può non essere più rintracciabile nelle vie aeree superiori). Ciò vuol dire che, a differenza di quanto accade in caso di positività a un test antigenico, un’indagine di questo tipo è sufficiente a certificare il contagio e non richiede la conferma del tampone.






