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Neuroscienze

L’umore dipende anche da come si cammina

pubblicato il 17-12-2014
aggiornato il 08-02-2017

Diversi studi rivelano che l’attività motoria può condizionare le funzioni cerebrali cognitive ed emotive. Applicazioni possibili dopo l’ictus e nella schizofrenia

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Quando siamo di buonumore la nostra camminata è spavalda, Le spalle sono su, muoviamo le braccia, il passo è elastico. Ora c’è chi ha pensato a provare il processo contrario: far camminare con i gesti di una camminata allegra delle persone depresse. E vedere l’effetto che fa.

Ai pazienti arruolati alla Queen’s University (Canada) in questo esperimento è stato chiesto di camminare su un tapis roulant fornito di una lancetta che segnava – a loro insaputa - quanto più lo stile del marciare era allegro o triste.

Prima di tutto, però, ai partecipanti era stata fatta leggere una lista di parole positive e negative tipo “ansioso”, “grazioso”, “paura”.

 

MEMORIA “DEPRESSA”

Alla fine della camminata sul tapis è stato chiesto a ciascuno di scrivere su un foglio quante più parole ricordavano della lista iniziale. E si è verificato che quelli che avevano camminato con le spalle curve, raccolti in sé e braccia incollate al corpo ricordavano soprattutto termini negativi mentre quanti erano stati indotti a una camminata allegra scrivevano sul foglio in maggioranza parole positive.

«Il nostro si è rivelato anche un test su come l’umore condizioni la memoria», ha sottolineato il dottor Nikolaus Troje, uno dei ricercatori. «Richiama il fatto ben noto che chi soffre di depressione ricorda soprattutto eventi sgradevoli del suo passato».

Ma il vero obiettivo cui l’esperimento tendeva era vedere se “far finta” di camminare allegramente poteva indurre un umore più allegro. E questo si è verificato: «Potrebbe derivarne un nuovo efficace metodo di terapia», ha concluso Troje.

 

DAI PIEDI ALLA TESTA

«Mi pare che questa prova canadese si inserisca nella linea di evidenze che stanno valorizzando la down to bottom sinergia tra cervello e periferia», commenta Stefano Pallanti, docente di psichiatria all’Università di Firenze. «Cioè dal basso verso l’alto, verso la testa. Infatti varie attività motorie sembrano stimolare positivamente funzioni cerebrali, cognitive ed emozionali. Anche nella riabilitazione neurologiche e neurocognitiva dopo un ictus si è visto che l’attività motoria, così a lungo sottovalutata, agisce anche sulla parte cognitiva. Al suo recupero, prima, si lavorava soltanto con test cognitivi, tipo parole incrociate ed esercizi simili».

 

UN METODO DI CURA

Continua Pallanti: «C’è uno studio recente che documenta l’aumento del volume del lobo limbico dopo 6 settimane di attività fisica di un certo tipo. E la zona limbica ha a che fare con l’apprendimento e le emozioni. In certi protocolli il movimento viene impiegato anche per il miglioramento cognitivo nella schizofrenia. Infine, un lavoro recente su un ictus cerebrale ha mostrato che l’esercizio fisico attiva la corteccia motoria, ma si “allarga” ad altre aree. Anche se il meccanismo non è ancora chiaro, sembra che agisca sulla plasticità del cervello, rimodellandone delle parti di continuo. Concludendo, in tanti settori della medicina si incoraggia la promozione di programmi motori specifici per obiettivi definiti».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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