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Neuroscienze
Serena Zoli
pubblicato il 12-12-2011

Una "sonda" per registrare la coscienza



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E' stato messo a punto un metodo capace di cogliere se c'è coscienza nel cervello delle persone all'apparenza in stato vegetativo

Una "sonda" per registrare la coscienza

E’ stato messo a punto un metodo capace di cogliere se c’è coscienza delle persone all’apparenza in stato vegetativo. Ne parla il professor Marcello Massimini, che interverrà giovedì alla conferenza MINDset

E’ consapevole o no? E’ vivo o no? E’ questa la domanda angosciosa davanti a quei corpi muti, sempre di più per le migliorate terapie, che respirano, possono anche avere gli occhi aperti, rispondere a volte a un comando («stringimi la mano», «chiudi due volte le palpebre») ma tante altre volte no. Corpi misteriosi che interrogano la nostra coscienza oltre che la scienza. Corpi fino a poco tempo fa insondabili con le tecnologie disponibili alla ricerca dell’”anima”, ma su cui ora il professor Marcello Massimini svela che un metodo di misurazione è stato messo a punto. Almeno nei tratti essenziali.

Ne parlerà giovedì al convegno "Mindset" all’Università di Milano, dove è ricercatore in Fisiologia umana, oltre a essere “invited professor” presso il Coma Science Group di Liegi (Belgio). «Abbiamo dovuto partire dal chiederci: che cosa rende il cervello capace di coscienza? Certi pazienti con gravi lesioni cerebrali incapaci di qualsiasi comunicazione esterna potrebbero essere come chi si risvegli da un’anestesia generale ma sia ancora sotto l’effetto dei farmaci paralizzanti: ha coscienza ma non può comunicarlo in alcun modo essendo completamente paralizzato. Questo è lo stato in cui, a volte, si possono trovare i pazienti che aprono gli occhi e si risvegliano dal coma: pienamente coscienti, ma incapaci di segnalare la loro coscienza in modo inequivocabile al mondo esterno. Questi pazienti di trovano in una zona grigia tra lo stato vegetativo e uno stato di coscienza minima che pone molti problemi diagnostici ».

Per rompere questo muro di silenzio da che teoria siete partiti?

«Dalla considerazione teorica che la coscienza può essere interamente generata all’interno del cervello, anche in assenza di interazione con l’esterno. Accade a tutti ogni notte: è così quando sogniamo, no? Dunque, abbiamo pensato che, se volevamo andare al di là questo apparente silenzio, dovevamo sviluppare uno strumento per misurare direttamente la comunicazione interna del cervello, il collegamento tra le diverse aree. Una volta sviluppato questo strumento, lo abbiamo provato in condizioni di sonno profondo, di sonno rem (quando si sogna), di anestesia con diversi anestetici. Alla fine abbiamo portato la misurazione al letto dei pazienti che uscivano dal coma ».

Casi arrivati anche alla ribalta della cronaca, per i quali c’è stato un vivace dibattito pubblico in Italia….

«Restiamo alla scienza. Questa specie di ‘sonda’ per scovare la coscienza anche là dove non sembra esserci è particolarmente utile nel caso di quei pazienti che si trovano nella zona grigia: pazienti che a volte pare rispondano a qualche sollecitazione altre volte no… Sono i casi più difficili. E’ proprio nel cervello di questi pazienti che abbiamo cercato il dialogo interno».

Ma che mezzo usate e cosa intendete esattamente per dialogo interno?

«Misuriamo il dialogo interno combinando la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalogramma. In questo modo, possiamo attivare direttamente alcune aree cerebrali a nostra scelta, poi vedere se questa stimolazione si propaga alle altre zone. Emerge a volte che in alcuni pazienti all’apparenza ‘spenti’ c’è una ricchissima comunicazione interna».

Sono i casi più disperanti…

«Sono certamente casi difficili, ma in alcuni pazienti il recupero della comunicazione interna è stato seguito, a breve, da un manifesto recupero della coscienza e della capacità di comunicare.

Vuol dire che grazie al vostro metodo si sono ottenute più guarigioni?

«No, ma questo sistema permette di fare 1) una diagnosi più accurata, 2) una prognosi che ci aiuti a dire se un dato paziente sta evolvendo verso un recupero. 3) infine, poiché rivela che il ripristino della comunicazione interna al cervello è un meccanismo fondamentale per il recupero della coscienza, ci guiderà nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche ».

Si capirà meglio che cosa fare nel famoso dilemma se è il caso di staccare la spina o no?

«Lascerei fuori queste questioni per attenerci alla scienza. E qui la cosa fondamentale, adesso, è capire di più: prima di tutto, dobbiamo capire meglio che cos’è la coscienza, per poterla trovare anche dove pensiamo che non ci sia e per poterla aiutare ad emergere».


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