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Oncologia

Tumore del colon-retto: in Europa casi in aumento negli under 40

pubblicato il 06-11-2018
aggiornato il 19-11-2018

Le diagnosi di tumore del colon tra i giovani in crescita anni anche in Italia. L'impatto degli stili di vita e l'ipotesi di anticipare lo screening a 45 anni

Tumore del colon-retto: in Europa casi in aumento negli under 40

Il dato, negli Stati Uniti, è nero su bianco già da diversi anni. Il tumore del colon-retto, il terzo più diffuso al mondo e il secondo per numero di decessi, non è più soltanto una preoccupazione che alberga nella mente degli adulti attempati e degli anziani. Oltreoceano quasi una diagnosi su due avviene infatti in persone con meno di 50 anni. In Europa non si è agli stessi livelli, ma il trend di crescita tra i più giovani si registra anche nel Vecchio Continente. Nell'ultimo decennio, le diagnosi tra uomini e donne di età compresa tra i 20 e i 39 anni sono infatti cresciuta del 7,4 per cento, come evidenziato nel corso del congresso europeo di gastroenterologia, appena conclusosi a Vienna.


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TREND IN CRESCITA NEGLI ULTIMI 30 ANNI

I dati sono stati presentati da un gruppo di ricercatori del dipartimento di gastroenterologia ed epatologia dell'Erasmus University di Rotterdam, che hanno analizzato l'andamento dei numeri della malattia in Europa negli ultimi 25 anni. Il lavoro è stato condotto spulciando i registri tumori di venti Paesi (o aree geografiche): Belgio, Catalogna, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Groenlandia, Islanda, Italia, Irlanda, Lettonia, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Slovenia, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Statistiche alla mano, la diffusione del tumore del colon risulta in crescita dal 1990 (+1,5 per cento). Ma l'aumento più significativo s'è registrato tra il 2008 e il 2016, ultimo anno di osservazione. 

PERCHE' LO SCREENING PER IL TUMORE
DEL COLON-RETTO PUO' SALVARE LA VITA?

NEI GIOVANI LA MALATTIA E' PIU' AGGRESSIVA

Tradizionalmente considerata una malattia che colpisce gli over 50, il cancro del colon-retto negli ultimi anni ha interessato dunque sempre più i giovani adulti. La ricerca, osservando anche il decorso del tumore, ha permesso di trarre informazioni sulla tipologia delle diagnosi. È così emerso che, quando colpisce i giovani, il tumore del colon è solitamente più aggressivo. E le diagnosi, in ragione di una più rapida progressione della neoplasia, avvengono in una fase più avanzata. «Non abbiamo certezze circa le possibili cause di questo aumento, ma con ogni probabilità occorre fare riferimento all'aumento dei tassi di obesità, alla tendenza a fare sempre meno sport e a seguire una dieta di peggiore qualità nutrizionale - afferma Fanny Vuik, la ricercatrice che ha presentato i dati a Vienna -. A questo punto, però, occorre ragionare su come identificare quei giovani adulti ad alto rischio di sviluppare la malattia». 


Tumore del colon-retto: quale prevenzione prima dei 50 anni?


LA PREVENZIONE PRIMARIA RIMANE «CENERENTOLA»

Ipotesi che trova d'accordo Stefano Cascinu, direttore della struttura complessa di oncologia medica dell’azienda ospedaliero-universitaria di Modena. «Occorre studiare a fondo quel cinque per cento di pazienti che, anche in Italia, si ammala di cancro del colon prima dei 50 anni. Questi dati lanciano un'allerta: la prevenzione primaria è ancora una cenerentola, se cresce il numero di pazienti per una malattia che è sempre stata associata alla terza età». Se l'incidenza del tumore del colon cresce in maniera costante da tre decenni, è da escludere un ruolo della genetica. Certo, la sensibilità diagnostica può aver aggiunto un certo numero di diagnosi che prima sfuggivano all'occhio del gastroenterologo e dell'oncologo. Ma, visto anche l'aumento di incidenza di altri tumori strettamente correlati allo stile di vita, come quello del pancreas, «dobbiamo farcene una ragione: l'eccesso di peso, la sedentarietà e l'aumento dei consumi di alimenti ricchi di conservanti è quasi certo che abbiano contribuito all'aumento dei casi di malattia». Consigli per chi legge? «Tenere sotto controllo il peso corporeo, innanzitutto - prosegue l'esperto -. E poi fare presente al proprio medico se ci sono stati più casi di poliposi o di malattia tra i parenti di primo grado». 


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COSA FARE CON LO SCREENING?

Negli Stati Uniti, dove il problema del tumore del colon tra i più giovani è sentito da tempo, è in corso un dibattito circa la possibilità di far partire lo screening dai 45 anni nelle persone a medio rischio di ammalarsi. In Italia invece l'iter - lo screening per il tumore del colon rientra nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), come quello per il tumore al seno e il tumore della cervice uterina - prevede che, tra i 50 e i 69 anni, a cadenza biennale, uomini e donne effettuino su invito della propria Asl (gratuitamente) il test del sangue occulto nelle feci. Se positivo, si procede con un esame endoscopico: la colonscopia. Fanno eccezione soltanto il Piemonte, che ha scelto una strada alternativa (rettosigmoidoscopia per tutti a 58 anni o, in alternativa, ricerca del sangue occulto nelle feci fino a 69 anni) e la Puglia (maglia nera: unica regione italiana a non aver ancora fatto partire lo screening per i propri cittadini). Gli ultimi dati devono suggerire l'opportunità di anticipare l'esame per la diagnosi precoce del tumore del colon anche nel nostro Paese? «Questa è una valutazione che può essere fatta soltanto in un secondo momento - prosegue Cascinu -. Sono infatti almeno tre i punti in sospeso: di quanto anticipare lo screening, con quale esame effettuarlo e a chi rivolgersi. Un'indagine di popolazione non può prescindere da queste informazioni». La scelta di partire dai 50 anni è puramente organizzativa. Cominciando prima, però, aumenterebbe il numero delle colonscopie da effettuare. E, di conseguenza, si allungherebbero le liste di attesa.

 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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