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Cardiologia

Covid-19: l'aumento dei casi non è dovuto alle mutazioni del virus

Sars-CoV-2 non è diventato più contagioso: questo l'esito dall'analisi di oltre 46mila genomi virali. Una notizia incoraggiante in vista dell'arrivo dei vaccini

Né più né meno aggressivo rispetto al passato. Sars-CoV-2, il virus responsabile della malattia Covid-19 che finora ha provocato quasi 60 milioni di casi nel mondo, ha la stessa capacità di farci ammalare che aveva alla fine dello scorso anno, quando fu documentato il passaggio da un animale all'uomo. Ad affermarlo è un gruppo di ricercatori inglesi e francesi, attraverso le colonne della rivista Nature Communications. Il lavoro conferma la sensibilità dei coronavirus alle mutazioni. Ma al contempo esclude che una o più di queste abbiano conferito al patogeno maggiore contagiosità. Una risposta che sgombera il campo dai dubbi relativamente alla seconda ondata di casi che ha colpito l'Europa durante l'autunno. A determinarla, con ogni probabilità, è stato un mix legato alla ripresa di alcune abitudini sociali (scuole, attività lavorative in presenza) e all'abbandono dei luoghi all'aperto in favore di quelli chiusi (case, uffici, mezzi di trasporto, negozi).

COVID-19: IL VIRUS È MUTATO O NO?

Il coronavirus, in un anno di circolazione nell'uomo, è «variato» a più riprese. Analizzando i genomi provenienti da oltre 46mila pazienti ammalatisi di Covid, i ricercatori dell'Istituto di genetica dell'University College di Londra hanno rilevato quasi 13mila mutazioni. Nello specifico, 398 sono risultate le più frequenti. Non è dunque in discussione che il virus, poco alla volta, sia mutato. «Come tutti i virus a Rna, Sars-CoV 2 si replica generando una sorte di sciame di entità biologiche che fra loro presentano piccole variazioni - afferma Maria Rosaria Capobianchi, direttore del laboratorio di virologia dell'Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma -. Abbiamo registrato, per esempio, mutazioni scaturite con ogni probabilità dall'insediamento del virus in organi differenti. Questa potrebbe essere la conseguenza di un meccanismo di adattamento alle diverse sedi anatomiche in cui avviene la replicazione». Detto ciò, nessun allarme. Secondo la scienziata che per prima a febbraio isolò il nuovo coronavirus in Italia, «stiamo parlando di un virus con una variabilità genetica dalle dieci alle cento volte inferiore a quella dell'HIV».

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