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Fumo

Quei fumatori che vorrebbero smettere, ma non riescono

AstraRicerche: per la gran parte dei fumatori smettere è una priorità ma pensano di non farcela. Poco conosciuti centri antifumo e risorse utili. I medici, grandi assenti

Che cosa sanno e che cosa pensano gli italiani riguardo alla possibilità di smettere di fumare? Ci pensano? Conoscono le risorse disponibili per smettere? I fumatori vogliono liberarsi dalla nicotina o stanno bene così come sono? E gli svapatori o gli utilizzatori di tabacco riscaldato? Ce lo siamo chiesti, perché il fumo rappresenta la prima causa evitabile di malattia, disabilità e morte precoce. Fondazione Veronesi ha così affidato ad AstraRicerche il compito di indagare il tema, interpellando fumatori ed ex fumatori adulti di entrambi i sessi, residenti nelle varie aree del Paese*.

I DATI

I risultati dell'indagine "Prevenzione del tabagismo e aiuto alla cessazione" sono stati presentati oggi in Senato in occasione dell'incontro “Strumenti e misure politiche contro il tabagismo, dalla prevenzione alla smoking cessation: ricerca, clinica e istituzioni a confronto”. Il dato fondamentale emerso è che smettere di fumare è un pensiero diffuso, addirittura "una priorità" per sei fumatori di sigarette su dieci, ma anche per la metà di coloro che usano sigarette elettroniche e riscaldatori di tabacco. Però per la gran parte di loro è un obiettivo "molto difficile" e pensano di non poterlo raggiungere. Due fumatori su tre dichiarano di avere provato a smettere. Tendono a fare da soli, spesso però ricadono nel giro di pochi mesi.

Cosimo Finzi, direttore AstraRicerche, così ha commentato il dato: «Perché tante persone pensano che sia così difficile smettere di fumare? Anche perché non sanno come farlo, non conoscono metodi e risorse. E in tutto questo i grandi assenti sono i medici e gli operatori sanitari in genere, che sembrano giocare un ruolo di secondo piano tanto nel motivare alla cessazione quanto nell'aiutare chi ci prova».

UN CONSUMO ANCORA ELEVATO E SEMPRE PIÙ “IBRIDO”

L’82,3% del campione* dichiara di fumare attualmente, mentre il 17,8% è composto da ex fumatori. Tra chi fuma, il 62,2% utilizza sigarette tradizionali, ma il 54,7% ricorre anche ai nuovi dispositivi: il 38,0% usa sigarette elettroniche e il 19,3% prodotti a tabacco riscaldato.

Il dato evidenzia un comportamento sempre più “ibrido”, in cui il passaggio ai nuovi dispositivi non coincide necessariamente con l’abbandono delle sigarette tradizionali. La sovrapposizione tra prodotti è particolarmente frequente tra uomini, 30-39enni e fumatori abituali.

Il livello di consumo resta inoltre elevato: oltre 6 fumatori su 10 consumano almeno sei sigarette al giorno, mentre quasi il 28% supera le undici sigarette quotidiane, indicando una relazione consolidata con il fumo e una significativa esposizione continuativa alla nicotina.

I NUOVI DISPOSITIVI PERCEPITI COME MENO DANNOSI

La quasi totalità degli intervistati riconosce la pericolosità delle sigarette tradizionali: quasi il 90% le considera molto o abbastanza dannose per la salute.

Diversa invece la percezione dei nuovi dispositivi, ritenuti molto dannosi solo dal 26,1% del campione. Il dato suggerisce che sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato beneficino ancora di un’immagine scarsa dannosità, soprattutto tra i più giovani.

Il tema è particolarmente rilevante alla luce della campagna OMS 2026, che punta a smascherare le strategie con cui l’industria del tabacco e della nicotina continua a rendere attrattivi prodotti sempre nuovi attraverso aromi, design, packaging e marketing rivolti soprattutto alle nuove generazioni.

SMETTERE RESTA DIFFICILE

La consapevolezza dei danni del fumo è diffusa: oltre l’80% degli intervistati si considera informato sui rischi legati al tabacco e il legame con tumori e malattie respiratorie è ampiamente riconosciuto.

Tuttavia, conoscere i rischi spesso non basta a interrompere la dipendenza. Per il 66,3% del campione smettere di fumare sigarette tradizionali è molto o estremamente difficile. Perché? Le principali barriere sono la dipendenza fisica dalla nicotina, gli aspetti psicologici e rituali legati al fumo e il suo utilizzo come strumento di gestione dello stress.

Chi non ci ha provato lo ha fatto per abitudine (38,8%) o mancanza di motivazione (37%), ma anche per timore di non ricevere supporto adeguato (14%), soprattutto i più giovani, e gli uomini più delle donne, e perché pensa che sia troppo difficile (26%).

Due fumatori su tre dichiarano di aver già provato a smettere. Fra chi ci ha provato, oltre la metà ha tentato di smettere almeno una volta nell’ultimo anno. I motivi addotti sono molteplici, ma il più citato (dal 29,6%) è il costo economico del fumo, seguito da malattia o morte di altre persone (24,8%), dal venir meno del piacere del fumo (24,6%) e dalla preoccupazione degli effetti negativi del fumo passivo per i propri cari (23,8%). Tuttavia, il mantenimento dell’astinenza rappresenta la fase più critica: quasi due terzi di chi tenta di smettere ricade entro i primi sei mesi, soprattutto a causa di stress e momenti difficili (51,9%). Solo il 17,8% riesce a restare senza fumo per oltre un anno.

PREVALE IL FAI-DA- TE E PERSISTE LA DIFFIDENZA VERSO I FARMACI

Più della metà degli intervistati dichiara di aver tentato di smettere senza alcun supporto specialistico, affidandosi esclusivamente alla volontà personale.

Solo una minoranza ha utilizzato terapie sostitutive della nicotina, farmaci o percorsi strutturati. Persistono inoltre false convinzioni sugli strumenti terapeutici: meno del 40% sa che le terapie sostitutive non “sostituiscono una dipendenza con un’altra”, mentre appena un quarto riconosce come falsa l’idea che i farmaci per smettere siano pericolosi.

Ancora limitata anche la conoscenza dei servizi disponibili: il 44,1% non conosce alcuno strumento di supporto alla cessazione e solo poco più di un terzo conosce i Centri Antifumo.

CENTRI ANTIFUMO POCO CONOSCIUTI (E I MEDICI?)

Tra chi conosce i Centri Antifumo, appena il 15,3% vi si è rivolto almeno una volta. Eppure, chi li ha utilizzati apprezza soprattutto la presenza integrata di medici e psicologi, la possibilità di accedere a terapie farmacologiche e il supporto continuativo nel tempo.

L’indagine evidenzia inoltre una disponibilità potenziale molto ampia: quasi due persone su tre si dichiarano favorevoli a utilizzare un Centro Antifumo in futuro, soprattutto se più accessibile, vicino e semplice da raggiungere.

Il dato conferma la necessità di rafforzare la rete dei servizi dedicati alla cessazione e di aumentare il coinvolgimento dei professionisti sanitari, ancora oggi poco presenti nei percorsi di orientamento verso questi strumenti.

CAMPAGNE ANTIFUMO, IMPATTO ANCORA LIMITATO

Le campagne antifumo risultano molto presenti nella memoria collettiva: quasi il 90% degli intervistati ricorda di averne viste o ascoltate. I canali considerati più efficaci sono televisione e radio, seguiti da ospedali, ambulatori e internet.

Tuttavia, meno della metà del campione le considera davvero efficaci nel favorire un cambiamento concreto dei comportamenti, segnalando la necessità di strategie di comunicazione sempre più continuative, mirate e capaci di accompagnare i fumatori anche nei percorsi di cessazione.

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