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Le mie lacrime davanti a un bambino malato di tumore

Avete mai visto un «parcheggio» di piccole sedie a rotelle?

Le mie lacrime davanti a un bambino malato di tumore

Avete mai visto un «parcheggio» di piccole sedie a rotelle,  a misura di bambino? Io so che nei lunghi anni in cui ho lavorato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano non passavo mai davanti a quella anticamera dell’oncologia infantile senza sentire una dolorosa stretta al cuore: proprio nell’età in cui la forza vitale dell’infanzia si esprime nelle corse gioiose e nel movimento continuo, quelle sedie a rotelle formato bambino erano una testimonianza quasi insopportabile che c’erano bimbi troppo deboli per camminare, o ai quali era stato necessario amputare una gamba per fermare l’osteosarcoma, il tumore delle ossa che colpisce soprattutto i giovanissimi. Nel 1973 era successo a un figlioletto di Ted Kennedy, e tutto il mondo ne aveva parlato.

Ma già allora, in anni ormai lontani, erano sempre di più i bambini che potevano essere curati, e che guarivano. Era quello che mi ripeteva con tenace  speranza la grande Franca Fossati Bellani, che a quella divisione dell’Istituto dei Tumori ha dato tutta la sua vita professionale, curando e guarendo tanti bambini, e accompagnandone altri alla fine del cammino, sempre con un amore grandissimo non solo verso i bimbi, ma anche verso i loro genitori.

Io Franca l’ho vista piangere, mentre cercava di portare a termine la sua relazione a un congresso, e le sono stato grato di quelle lacrime  che condividevo, tutti e due soldati della grande battaglia contro il cancro: tutti e due disperati davanti agli insuccessi, ma sempre ed ostinatamente fiduciosi nei progressi della ricerca.

Amore, dolore e speranza mi sono tornate in mente in occasione della  Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile. Con tanti lanci di palloncini bianchi in questo cielo incerto, e con un importante convegno a Torino: «Adolescenti e giovani adulti ammalati di tumore: guarire di più, guarire meglio». E’ un tema su cui bisogna impegnarsi, perché curare un bambino o un ragazzo ammalato di cancro significa anche preservare la sua personalità nascente, non escluderlo dal mondo. «Anzi, si può aiutarlo a rientrarvi con una marcia in più», ha sempre sostenuto Giuseppe Masera, il grande specialista delle leucemie infantili.

Ricordo una giornata particolare all’Istituto Europeo di Oncologia, qualche anno fa. Era venuto Masera, e aveva portato con sé tanti ex bambini malati. Fino agli anni Sessanta per i bimbi malati di leucemia non c’era nessuna speranza, ma oggi la percentuale dei bambini che sconfiggono la morte è di oltre l’80 per cento.

Ricordo le testimonianze di quel giorno, un giorno di grande gioia e commozione. Lorena, una gioiosa signora di 49 anni, diventata madre di due giovanotti. Giancarla, che è diventata medico e adesso cura a sua volta i bambini con leucemia. Manuel, papà di due maschietti in perfetta salute, piccoli terremoti. Luca, che è entrato nella polizia. Maurizio, che fa ridere tutti nella sala quando racconta che alla visita di leva gli chiesero che malattie aveva avuto, e che spiazzò tutti con la strabiliante risposta: «La leucemia».

Non è facile, ma vincere si può.

Umberto Veronesi



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