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Neuroscienze

La luce per recuperare la vista: le applicazioni del Nobel all’optogenetica

Pochi giorni dopo il Nobel per la Medicina, uno studio sul New England Journal of Medicine mostra le potenzialità terapeutiche dell'optogenetica. In sei persone con retinite pigmentosa avanzata migliorata significativamente la sensibilità alla luce

Dalla possibilità di controllare i circuiti cerebrali con la luce a quella di restituire alcune capacità visive a persone che hanno perso la vista. A pochi giorni dall'assegnazione del Premio Nobel per la Medicina 2026 a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le loro scoperte sull'optogenetica, arrivano i risultati di una delle prime applicazioni cliniche di questa tecnologia.

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha dimostrato che, attraverso una particolare terapia genica associata all'utilizzo di speciali occhiali, è possibile recuperare parte della sensibilità alla luce in persone affette da retinite pigmentosa avanzata. Un primo risultato incoraggiante che dimostra come una tecnologia nata per studiare il funzionamento del cervello possa trovare applicazione anche nella cura delle malattie.

COS'È LA RETINITE PIGMENTOSA?

La retinite pigmentosa è un insieme di malattie ereditarie caratterizzate dalla progressiva degenerazione della retina, il tessuto nervoso che riveste la parte interna dell'occhio e permette di trasformare la luce in segnali diretti al cervello.

A essere colpiti sono soprattutto i fotorecettori, le cellule specializzate nel percepire la luce. La malattia comporta generalmente una progressiva perdita della visione notturna e periferica, fino a compromettere gravemente la capacità di vedere. Nelle forme più avanzate può condurre alla cecità.

Uno dei principali problemi è la grande variabilità genetica della malattia. Sono infatti oltre cento i geni che, quando alterati, possono contribuire al suo sviluppo. Questo rende particolarmente difficile individuare una terapia valida per tutti. Sebbene esistano trattamenti di terapia genica per alcune forme specifiche, la maggior parte delle persone con retinite pigmentosa non dispone oggi di una cura capace di recuperare la funzione visiva perduta.

COME FUNZIONA L'OPTOGENETICA?

Ed è proprio qui che entra in gioco l'optogenetica, la tecnica al centro del Nobel per la Medicina 2026. Come abbiamo raccontato in questo nostro approfondimento in occasione dell'assegnazione del premio, questa tecnologia combina genetica e luce per rendere determinate cellule sensibili agli stimoli luminosi. Il principio consiste nell'introdurre nelle cellule le informazioni per produrre particolari proteine, chiamate channelrhodopsine, capaci di trasformare la luce in un segnale elettrico.

Se questa capacità viene trasferita alle cellule nervose, diventa possibile controllarne l'attività attraverso la luce. Nel caso della retinite pigmentosa, i ricercatori hanno sfruttato proprio questo meccanismo per aggirare il problema della perdita dei fotorecettori. Anziché tentare di rigenerare le cellule ormai scomparse, hanno cercato di rendere sensibili alla luce altre cellule della retina ancora funzionanti.

Per farlo hanno utilizzato una terapia genica con l'obiettivo di fare produrre alle cellule ChrimsonR, una proteina sensibile alla luce. La terapia è stata somministrata attraverso una singola iniezione all'interno dell'occhio. Le cellule trattate hanno così acquisito la capacità di rispondere alla luce e di produrre segnali elettrici che possono essere trasmessi al cervello.

IL RUOLO DEGLI OCCHIALI

La sola terapia genica, però, non basta. Le proteine utilizzate dai ricercatori non possiedono la stessa sensibilità dei fotorecettori naturali. Per questo motivo è necessario un dispositivo capace di trasformare le immagini dell'ambiente circostante in stimoli luminosi adatti ad attivare le cellule modificate.

Il sistema era composto da speciali occhiali dotati di una videocamera che acquisisce le immagini e le converte in impulsi luminosi di una determinata lunghezza d'onda, proiettati sulla retina. La combinazione tra terapia genica e dispositivo ha permesso quindi di creare una sorta di percorso alternativo per trasmettere le informazioni visive al cervello.

Si tratta di una strategia profondamente diversa dalle terapie geniche tradizionali: non corregge il difetto genetico responsabile della malattia, ma cerca di aggirarne le conseguenze. Proprio per questo, almeno in linea teorica, potrebbe essere utilizzata in persone con forme geneticamente differenti di retinite pigmentosa.

I RISULTATI DELLO STUDIO

Nello studio da poco pubblicato, i ricercatori coordinati da José-Alain Sahel e Botond Roska hanno coinvolto dieci persone con cecità dovuta a retinite pigmentosa avanzata. Tutti i partecipanti hanno ricevuto una singola iniezione del trattamento nell'occhio con la capacità visiva maggiormente compromessa.

Lo studio, denominato PIONEER, aveva come obiettivo principale la valutazione della sicurezza della terapia. I ricercatori hanno però esaminato anche la possibilità di recuperare alcune funzioni visive.

I risultati hanno mostrato che sette partecipanti su dieci hanno registrato un aumento della sensibilità alla luce, con miglioramenti di entità variabile. In sei casi l'aumento è stato considerato clinicamente significativo, secondo una soglia individuata dagli autori sulla base della letteratura scientifica.

Anche alcune prove pratiche, nelle quali i partecipanti dovevano individuare, localizzare o raggiungere oggetti, hanno fornito segnali incoraggianti, con miglioramenti osservati in circa la metà delle persone che hanno completato queste valutazioni.

Risultati preliminari promettenti che però sono stati ottenuti in un numero molto limitato di persone e dunque richiederanno ulteriori conferme. Soprattutto il miglioramento della sensibilità alla luce non significa recuperare una visione normale: la capacità di riconoscere volti, leggere o distinguere i dettagli delle immagini rimane ben lontana dalle possibilità attuali di questa tecnologia.

DAL NOBEL ALLE FUTURE APPLICAZIONI

A sottolineare il significato dei risultati è anche Karl Deisseroth, uno dei tre vincitori del Nobel per la Medicina 2026, che ha accompagnato la pubblicazione dello studio con un editoriale sul New England Journal of Medicine.

Secondo il ricercatore, la sperimentazione rappresenta un esempio concreto delle possibilità offerte dall'optogenetica in campo terapeutico. Il lavoro dimostra che il controllo delle cellule attraverso la luce non deve necessariamente rimanere confinato ai laboratori, ma può essere sfruttato per provare a recuperare funzioni compromesse da una malattia.

La strada, naturalmente, è ancora lunga. Per migliorare i risultati saranno necessarie proteine più sensibili alla luce, dispositivi più efficaci e studi clinici più ampi, capaci di dimostrare benefici funzionali duraturi.

Ma l'interesse per l'optogenetica va ben oltre le malattie della vista. Come ricorda Deisseroth, questa tecnologia sta già contribuendo allo sviluppo di strategie per individuare con maggiore precisione i circuiti cerebrali coinvolti in condizioni come epilessia, dolore neuropatico e disturbi psichiatrici.

In questi casi non si tratta necessariamente di utilizzare direttamente la luce nei pazienti. Le conoscenze ottenute attraverso l'optogenetica possono infatti guidare lo sviluppo di farmaci o tecniche di stimolazione cerebrale più mirate.

È forse questa la prospettiva più interessante delle scoperte premiate con il Nobel: una tecnologia che ha rivoluzionato la ricerca di base comincia a fornire strumenti per sviluppare nuove possibilità terapeutiche. Lo studio sulla retinite pigmentosa rappresenta uno dei primi esempi concreti di questo passaggio.

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