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Neuroscienze

La solitudine reale e percepita: come cambia l’impatto sulla salute

Ogni tanto un ente internazionale per la salute avverte che nel mondo si sta espandendo un’epidemia di solitudine. Al di là – o forse a causa di – tutti i mezzi di comunicazione così diffusi e pervasivi. Ora dallo Stato di New York (Usa) vengono due ricerche firmate dalla Cornell University di Ithaca che distinguono due tipi di solitudine: l’essere soli e il sentirsi soli. Che non sempre coincidono. Anzi gli studiosi nella prima indagine (pubblicata su Jama Network Open) parlano di una “asimmetria sociale” consistente nella divaricazione tra un isolamento sociale oggettivo e il sentimento soggettivo di abbandono.

LA SOLITUDINE COME UN PUNGOLO CONTINUO

Analizzando i dati di 7.845 adulti sopra i 50 anni in Gran Bretagna, seguiti per oltre 13 anni, i ricercatori della Cornell trovano che questo sfasamento, l'asimmestria sociale, è correlata ad un aumento di rischio di malattia e di morte. I partecipanti che si percepivano più soli rispetto al loro livello di connessione sociale apparivano, nel tempo, esposti a un maggior pericolo di ogni tipo di mortalità, di problemi cardiovascolari, di broncopneumopatia cronica ostruttiva, in confronto a quanti godevano di sensazioni e agganci sociali in linea tra di loro. Perché il sentirsi soli agisce come uno stress cronico, un pungolo continuo, che va a influire sulla salute negativamente. Mentre l’essere solitario può dare serenità, il sentirsi distaccati da tutti alimenta ansia, depressione, sofferenza fisica indipendentemente da quante persone si hanno intorno.

L’”ASIMMETRIA SOCIALE” SI PUÒ MISURARE

La gran parte dei messaggi pubblici sulla salute si focalizzano sulla necessità di espandere i collegamenti sociali. Ma il nostro studio suggerisce che i collegamenti oggettivi da soli non esauriscono tutta la problematica – ha dichiarato il co-autore della ricerca Anthony Ong, professore di Psicologia: «Due persone possono avere la stessa rete sociale e affrontare differenti problemi di salute in relazione al come vivono queste circostanze». «Il lato incoraggiante – continua Ong – è che l’asimmetria sociale si può misurare, il che vuol dire che potremmo identificare gli individui a maggior rischio prima che si verifichino le conseguenze negative sulla salute».

SENTIRSI ESCLUSI, UNA MINACCIA SOCIALE

Il secondo studio della Cornell University, pubblicato sulla rivista del gruppo Nature Communications Psychology, offre una finestra su come il disallineamento può apparire e continuare nella vita di ogni giorno. In questa ricerca 157 persone di mezza età sono state “tallonate” ripetutamente per 20 giorni, dovendo rispondere a chiamate sullo smartphone cinque volte al giorno.

Ogni volta dovevano riferire quanto si sentivano soli, se avevano parlato/incontrato altre persone, quanto avevano parlato di sé in questi rapporti, e se si erano sentiti rifiutati o criticati.

I momenti di solitudine erano strettamente legati alla sensazione di minaccia sociale – vale a dire il sentirsi esclusi, criticati o svalutati. Questi sentimenti, a loro volta, erano associati a cambiamenti nel comportamento, incluse la riduzione dei contatti con gli altri e una minor voglia di confidare informazioni personali.

Col tempo questi modi di rapportarsi inducevano quelle che i ricercatori hanno chiamato sequenze che si rafforzano l’un l’altra, creando uno stato emotivo in cui le percezioni e i comportamenti si alimentano a vicenda. 

NON BASTA ALLARGARE LA RETE DI CONOSCENZE

Insieme, i due studi portano sul terreno di come la solitudine viene sentita. Commenta il professor Ong: «Tutti i risultati suggeriscono che gli interventi su questo tema richiedono ben più dell’allargamento della rete sociale di una persona. Occuparsi di solitudine vuol dire non solo prestare attenzione alle condizioni concrete che la producono, ma pure alla percezione e alle dinamiche comportamentali che la sostengono».

Claudio Gentili, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università di Padova, osserva che oggi si studia di più il fenomeno della solitudine e che è diffusa la consapevolezza che quel che conta veramente è come viene percepita: «Paradossalmente c’è gente che ha una ristretta rete sociale, eppure si sente collegato agli altri ed è, perciò, più vitale di quanti sentono il freddo dell’isolamento anche se hanno tanti contatti umani. La psicologia cognitiva ci dice, del resto, che la maggior parte delle nostre preoccupazioni o sintomi dipendono da come percepiamo le vicende della vita, non da come sono oggettivamente».

UNA GRANDE COMPAGNA NELLE MALATTIE MENTALI

La solitudine, sottolinea Gentili, è un grande tema nelle malattie mentali: chi ne soffre tende ad avere meno relazioni, si ritrae dagli altri, «ma si isolano anche perché vengono isolati. Questo è particolarmente vero nei disturbi psichiatrici gravi: sono proprio soli, dentro e fuori».

Quando la solitudine è una sofferenza, forse – è il suggerimento – potrebbe servire un incontro con uno psicologo per escludere che, sottostante, non agisca una patologia mentale, anche se sfumata. «Tipico della depressione è il sentirsi soli, vuoti dentro, mentre la persona che soffre di ansia sociale si ritira essa stessa, teme il contatto». 

Il Covid ha creato una grande cesura obbligando tutti a “distanziarsi” dagli altri. «In tanti si è capito cosa vuol dire essere soli – spiega il professore – Ad alcuni in questo frangente è riuscito addirittura di riprendersi la vita, altri invece si sentono ancora segnati in modo spiacevole. Poi, ecco, avevo una paziente affetta da ansia sociale: per lei il lockdown è stato una panacea, stava benissimo. Perché? Non doveva più sforzarsi di creare rapporti, cosa per lei difficile».

PRIMA MANCA IL GRUPPO, POI L’AMORE, POI UNA FAMIGLIA

Claudio Gentili esemplifica: sentirsi soli può voler dire “non trovo nessuno cui dire i miei pensieri, o “non so cosa fare la domenica” oppure “vorrei sentire qualcuno intorno a me”. Ma anche: “non c’è nessuno che mi accompagni dal dottore” ed ecco che l’isolamento può andare a intaccare la cura di sé.

Diversa può essere la “coloritura” del senso di abbandono sociale a seconda delle età: i giovani cercano il gruppo, i giovani adulti soffrono per motivi sentimentali, la mancanza dell’amore, più oltre il desiderio è “vorrei una famiglia”.

Infine, eccoci ai social, il massimo della comunicazione? Il professor Gentili è laconico: «Sono soltanto uno strumento, dipende da come li si usa. Al pari del coltello: ci si può tagliare un buon salame o si può uccidere. Sta a noi».

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