C’è un nesso, studiato da tempo, fra il sonno, anche il pisolino pomeridiano, e i rischi di problemi cardiovascolari, compreso l’ictus. Ora un’analisi della letteratura scientifica esistente approfondisce la questione e delinea le modalità per una pennichella salutare.
INDAGINE SULL’ICTUS
L’ictus è un evento improvviso, capace di cambiare in un attimo la vita di una persona. Ma non è improvvisa la sua genesi. C’è un cammino biologico di preparazione all’attacco cerebrale, infatti si parla di tanti fattori di rischio, in genere silenti: ipertensione, diabete, fumo, colesterolo alto, sedentarietà… Ora, in uno studio dell'Università di Zielona Góra, in Polonia, comparso sulla rivista Sleep Medicine Reviews, il punto di osservazione è decisamente inatteso: la pennichella. Sì, la dormitina in genere pomeridiana cui ci si abbandona volontariamente o senza accorgersene. I ricercatori hanno intitolato così la loro indagine: “Collegamenti non ovvii tra sonnellini e ictus”. Ma davvero la paciosa siesta può avere a che fare con quel terremoto che è un ictus?
LA REVISIONE DI STUDI SU 600.000 PERSONE
La risposta è sì e gli scienziati polacchi attraverso una revisione di studi che ha compreso ben 600.000 persone (di cui 16.000 circa sono andate incontro a un ictus) hanno delineato contorni e orari precisi. Ce ne parla la dottoressa Maria Paola Mogavero, neurologa del Centro Medicina del sonno dell’ospedale San Raffaele di Milano. L’importante è che il sonnellino pomeridiano non interferisca con il sonno notturno, che è un vero sonno ristoratore e ha una sua struttura fisiologica. «Da questa premessa deriva l’indicazione ideale per chiudere gli occhi nel pomeriggio: tra le 13 e le 16. E la durata ideale dovrebbe essere entro i 30 minuti». Questo – aggiunge la dottoressa Mogavero – assicura di sentirsi più freschi al risveglio e di non avere conti in sospeso con la salute cerebrovascolare.
DURATA E FREQUENZA IDEALI PER IL SONNELLINO
Secondo la revisione dei ricercatori polacchi, aumentare questo tempo di relax è associato ad un aumento del rischio di ictus rispetto a chi non dorme di giorno. In particolare, l’abitudine ad una pennichella di 90 minuti è correlata ad un rischio di ictus aumentato dell’80 per cento.
Meglio arrendersi alle palpebre che si abbassano dopo pranzo solo qualche volta, come un lusso che ci si concede ogni tanto? «A dire il vero la dormitina diurna abituale è meno nociva rispetto a quella saltuaria – corregge Maria Paola Mogavero – sempreché si resti entro i 30 minuti. E il pisolino non dovrebbe mai arrivare allo stadio del sonno Rem (il periodo dei sogni, ndr) e del sonno profondo, che appartengono al sonno notturno sano».
IL RIPOSO NOTTURNO IDEALE? 7-8 ORE
Questo riposo acquista sempre più rilevanza nello studio della salute complessiva. Qui lo si definisce come l’unico davvero ristoratore. I suoi limiti corretti, dettati dal nostro bisogno di recupero, sono le 7-8 ore. Sbagliato dormire meno e pensare alla pennichella lunga per rifarsi. Così come è scorretta anche la durata protratta a 9 o più ore. L’insidia, in tutti questi casi, sta in problemi infiammatori, aterosclerosi, colesterolo alto, ipertensione alterazioni del sistema nervoso autonomo, fattori di rischio per l’ictus e l’infarto.
LO STRESS CRONICO, SPESSO MISCONOSCIUTO
In un documento di A.l.i.ce, Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, la ricerca sul pisolino pomeridiano è stato collegato alle alterazioni del sonno notturno e allo stress cronico in quanto anch’essi tra i fattori di rischio cerebrovascolari spesso sottovalutati. Ne parla la dottoressa Valeria Caso, responsabile della Neurologia e Stroke Unit all’ospedale di Saronno (Varese): «Lo stress cronico significa un organismo che resta in allarme, non si spegne mai davvero e in questo modo mantiene attivi due sistemi fondamentali: l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il sistema nervoso simpatico. Nel tempo, questa attivazione continua produce aumento stabile della pressione arteriosa, maggiore rigidità delle pareti vascolari, incremento dello stress ossidativo e stato infiammatorio cronico di basso grado». Continua la dottoressa Caso: «Il risultato è un ambiente favorevole all’ictus ischemico».
IL PREZIOSO “DIPPING” PRESSORIO
Passando al sonno fisiologico, la neurologa ne descrive effetti e pregi: il sistema cardiovascolare entra in una fase di recupero, la pressione del sangue si riduce (il cosiddetto “dipping” notturno), l’attività simpatica cala, l’infiammazione viene modulata. «Ma quando il sonno è insufficiente o frammentato, questo equilibrio si altera e nel tempo comporta perdita del “dipping” pressorio, maggiore variabilità della pressione, incremento della frequenza cardiaca notturna, aumento dei marcatori infiammatori, maggiore aggregabilità piastrinica. Il sonno non è quindi un semplice momento di riposo: è una fase attiva di regolazione cardiovascolare. Quando viene meno, il rischio aumenta».
L’APNEA OSTRUTTIVA CONCORRE AL DANNO
Tra i rischi che fanno storia a sé c’è l’Osa, termine abbreviato per l’apnea ostruttiva del sonno, quel tipo di respirazione che produce ipossia intermittente, vale a dire brevi momenti di bassi livelli di ossigeno. «Ne derivano brusche oscillazioni pressorie e intensa attivazione simpatica, così ogni episodio rappresenta uno stress emodinamico acuto – spiega Valeria Caso. - Ripetuto centinaia di volte per notte, diventa un potente fattore di danno vascolare. Non sorprende, quindi, che l’apnea notturna sia associata a un aumento significativo del rischio di ictus e di recidiva». La specialista della Stroke Unit di Saronno conclude legando i due temi trattati, stress cronico e sonno alterato, in quanto condividono meccanismi comuni: «Si potenziano a vicenda generando iperattivazione simpatica, disfunzione endoteliale, infiammazione sistemica e stato protrombotico, vale a dire maggiore tendenza del sangue a coagulare, aumentando il rischio di trombosi venose o arteriose e portando a complicanze gravi come infarto, ictus o embolia polmonare».


