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Neuroscienze

Stress post-traumatico: il THC può ridurre gli incubi notturni

Uno studio clinico su 171 persone mostra risultati promettenti del dronabinol contro gli incubi ricorrenti. Restano da chiarire efficacia e sicurezza nel lungo periodo

L'impiego del THC contro gli incubi notturni di chi soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) ha dato risultati promettenti in uno studio clinico tedesco. I ricercatori hanno utilizzato il dronabinol, un farmaco contenente tetraidrocannabinolo, il principale principio psicoattivo della cannabis. Dopo 10 settimane di trattamento, oltre un terzo dei pazienti che avevano ricevuto il farmaco non riferiva più incubi e un ulteriore 21 per cento ne aveva registrato una riduzione di almeno la metà. I risultati, pubblicati su Nature Medicine dai ricercatori dell'Ospedale universitario Charité di Berlino, aprono una possibile nuova strada per affrontare uno dei sintomi più debilitanti della malattia.

GLI INCUBI E I FLASHBACK DELLO STRESS POST-TRAUMATICO

Gli incubi che accompagnano il PTSD non sono semplici brutti sogni: spesso ripropongono in modo vivido il trauma all'origine del disturbo, come se la persona lo stesse rivivendo, con tutto il suo terrore e la sua angoscia. Alcuni pazienti sviluppano persino la paura di andare a letto la sera.

Questi vissuti notturni possono accompagnarsi a un altro sintomo caratteristico del disturbo: i flashback, ricordi improvvisi e intrusivi che possono far percepire il trauma come se stesse accadendo nuovamente. All'origine possono esserci esperienze estreme, come un terremoto, un grave incidente stradale, un'aggressione armata o una violenza sessuale.

Il disturbo da stress post-traumatico può essere affrontato con trattamenti efficaci, soprattutto psicoterapeutici. Tuttavia, gli incubi ricorrenti rappresentano ancora una sfida terapeutica, anche perché le opzioni farmacologiche specifiche sono limitate.

LO STUDIO: THC CONTRO PLACEBO

Lo studio tedesco è stato condotto su 171 persone con PTSD e incubi ricorrenti, attraverso una sperimentazione randomizzata, in doppio cieco e controllata con placebo. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: uno ha ricevuto dronabinol, l'altro una sostanza priva di principio attivo. Il trattamento è durato dieci settimane, con una somministrazione quotidiana prima di andare a dormire.

L'idea dei ricercatori nasce dal ruolo del sistema endocannabinoide, coinvolto nella regolazione del sonno, della risposta allo stress e dell'elaborazione delle memorie emotive. Il professor Stefan Roepke del Charité ha ipotizzato che il THC possa modificare alcuni processi legati al sonno REM, la fase in cui si concentra gran parte dell'attività onirica, contribuendo così ad alleviare gli incubi. Il meccanismo preciso, tuttavia, non è ancora stato chiarito.

I risultati hanno mostrato una differenza significativa tra i due gruppi. Su una scala clinica da zero a otto, che misura frequenza e intensità degli incubi, il punteggio è diminuito mediamente di 3,7 punti nei pazienti trattati con dronabinol e di 2,2 punti in quelli che ricevevano il placebo.

Oltre un terzo dei pazienti trattati con il farmaco non riferiva più incubi al termine delle dieci settimane, mentre un ulteriore 21 per cento aveva registrato una riduzione di almeno il 50 per cento. Questo non significa, però, che gli incubi siano scomparsi definitivamente: lo studio non permette di stabilire se il beneficio si mantenga nel tempo.

Inoltre, il miglioramento degli incubi non si è tradotto in un miglioramento significativo della gravità complessiva del PTSD. Il dronabinol potrebbe quindi rappresentare una possibile terapia per uno specifico sintomo della malattia, senza sostituire i trattamenti già disponibili.

UN'AZIONE SUI CIRCUITI DELLA MEMORIA EMOTIVA

Letizia Bossini, psichiatra e psicoterapeuta dell'Università di Siena, è referente per l'Osservatorio nazionale per la valutazione e la terapia del danno psico-sociale nelle vittime del terrorismo e nei loro familiari, dunque in prima linea nel trattamento del PTSD.

La specialista accoglie con interesse i risultati dello studio: «È una cosa nuova. Coinvolgere il sistema endocannabinoide è significativo perché interviene sui circuiti amigdala-ippocampo-prefrontale che regolano la memoria emotiva, dà una risposta alla paura. Perché il cervello, in questo disturbo, mantiene uno stato di allarme anomalo anche durante il sonno».

Una precisazione è fondamentale quando si parla di sostanze psicoattive: «Non si confonda il dronabinol utilizzato nello studio con il consumo ricreativo di cannabis. È preparato e somministrato come un farmaco. Va detto che si sono visti gli effetti, ma non si è svelato il meccanismo per cui il dronabinol agisce».

C'è poi il tema della sicurezza del trattamento. Nello studio, eventi avversi sono stati segnalati nell'89,7 per cento dei pazienti trattati con dronabinol, contro il 77,1 per cento di quelli che ricevevano il placebo. Eventi avversi gravi sono stati registrati in sette pazienti del primo gruppo e in nessuno del secondo. Questo non significa necessariamente che tutti gli eventi siano stati causati dal farmaco, ma è un dato che richiede attenzione. Saranno necessari ulteriori studi per chiarire il profilo di sicurezza, soprattutto nel lungo periodo.

DORMIRE MEGLIO PUÒ AIUTARE ANCHE DURANTE IL GIORNO

Ridurre gli incubi notturni rappresenta già un beneficio importante per i pazienti. Ma da un sonno migliore potrebbero derivare anche altri vantaggi, durante il giorno.

Spiega Bossini: «L'anormale e continuo stato di allerta altera il sonno, gli incubi provocano risvegli e frammentazione del riposo, un sonno disturbato peggiora la capacità di regolazione emotiva durante il giorno e può aumentare la vulnerabilità agli stimoli che richiamano il trauma. I famosi flashback».

Interrompere almeno in parte questo circolo vizioso potrebbe aiutare i pazienti ad affrontare meglio la quotidianità e il percorso di cura.

«Se riusciamo a interrompere almeno in parte questo circuito, se il paziente dorme meglio può avere migliori risorse durante il giorno per contrastare gli assalti della malattia e – cosa importante – per affrontare un percorso psicoterapeutico. Il dato davvero importante è che iniziamo a comprendere meglio quanto il sonno sia parte integrante della neurobiologia del PTSD. Agire sugli incubi non significa semplicemente somministrare qualcosa che faccia dormire: significa intervenire su uno dei meccanismi attraverso i quali la memoria traumatica continua a riattivarsi notte dopo notte».

Quanto alla psicoterapia più indicata per affrontare il disturbo da stress post-traumatico, Bossini cita la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma e l'EMDR, un trattamento che utilizza la stimolazione bilaterale, spesso attraverso i movimenti oculari, per favorire l'elaborazione dei ricordi traumatici.

Resta infine una domanda: quanto manca perché il dronabinol possa diventare una terapia prescrivibile per gli incubi associati al PTSD?

«Chi può dirlo? Limitiamoci a sapere che il dronabinol è una prospettiva terapeutica interessante».

Una prospettiva promettente, dunque, ma ancora da confermare, soprattutto per quanto riguarda la durata dei benefici e la sicurezza del trattamento.

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