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Oncologia

Tumore al seno metastatico: portare i farmaci dove servono

Come si può portare un farmaco antitumorale fino a un tumore che si trova nel cervello, superando le barriere che proteggono questo organo? È una delle domande al centro del progetto di ricerca di Filomena Del Piano, ricercatrice post-dottorato presso il Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, nel laboratorio di Biologia Molecolare diretto dal professor Massimiliano Caiazzo.

Il suo lavoro si concentra sulle metastasi cerebrali del tumore al seno, una complicanza complessa da trattare anche perché molti farmaci non riescono a raggiungere il tessuto cerebrale in quantità sufficienti. La barriera emato-encefalica, una struttura che protegge il cervello e regola il passaggio delle sostanze dal sangue al sistema nervoso centrale, rappresenta infatti un ostacolo per numerose molecole terapeutiche.

Una possibile strada per superarlo arriva dai nanocorpi, piccole porzioni di anticorpi che, grazie alle loro caratteristiche, possono essere studiate come strumenti per trasportare molecole attraverso questa barriera.

Nanocorpi per terapie più mirate

L’idea alla base del progetto nasce da risultati precedenti del gruppo di ricerca. «La scelta deriva dall’urgente necessità di gestire una delle complicanze più difficili del tumore al seno: le metastasi cerebrali», spiega Filomena Del Piano. «Avendo precedentemente individuato nanocorpi capaci di superare efficacemente questa barriera, abbiamo ipotizzato che potessero rappresentare uno strumento per trasportare i farmaci antitumorali direttamente nel cervello. Alcuni nanocorpi possono inoltre riconoscere specifiche proteine presenti sulle cellule tumorali, offrendo la possibilità di indirizzare il trattamento verso bersagli selezionati».

Il progetto punta quindi a sviluppare complessi che combinino nanocorpi e molecole antitumorali. La sfida non consiste soltanto nel raggiungere il cervello, ma anche nel capire quali combinazioni siano più efficaci e sicure e come si comportino una volta arrivate nel tessuto bersaglio. «L’efficacia dei complessi sviluppati sarà testata su modelli tridimensionali avanzati che riproducono il microambiente del cervello umano, permettendo di valutare in modo realistico l’efficacia e la sicurezza delle terapie di precisione».

È una fase importante del percorso che separa un’intuizione scientifica da una possibile applicazione clinica: prima di immaginare un impiego nei pazienti, occorre verificare sperimentalmente che le strategie sviluppate funzionino e siano sufficientemente sicure. Un aspetto interessante del lavoro è che il progetto apre prospettive importanti sia per la conoscenza biomedica sia per le possibili applicazioni cliniche: «A livello scientifico, permette di approfondire il funzionamento dei nanocorpi, ampliando le conoscenze su come trasportare farmaci in modo mirato nel cervello. A lungo termine, queste strategie potrebbero tradursi in terapie più precise ed efficaci contro le metastasi cerebrali del tumore al seno, con un impatto concreto sulla qualità e sull’aspettativa di vita dei pazienti. Inoltre, le metodologie sviluppate potrebbero essere adattate ad altre forme di tumori cerebrali, aprendo la strada a nuove possibilità terapeutiche nel campo dell’oncologia» osserva la ricercatrice.

La curiosità come punto di partenza

Filomena Del Piano è nata ad Aversa nel 1996. Dopo la laurea magistrale in Farmacia e Farmacia Industriale, ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze veterinarie, proseguendo poi il proprio percorso nella biologia molecolare.

La decisione di dedicarsi alla ricerca è maturata durante la prima esperienza in laboratorio, all’inizio della tesi sperimentale. È stato allora che ha scoperto un ambiente capace di stimolarla ogni giorno, mettendo alla prova la sua curiosità e il desiderio di trovare risposte. «Ho sempre desiderato un lavoro che non fosse monotono, ma che mi stimolasse quotidianamente e mi desse la possibilità di contribuire, nel mio piccolo, a qualcosa di positivo» racconta. A convincerla è stata proprio la natura del lavoro scientifico: un percorso fatto di domande, tentativi, risultati inattesi e nuove strade da esplorare. Non sempre, naturalmente, gli esperimenti danno gli esiti sperati. Ma anche questo fa parte del mestiere. «Ricordo giornate in cui nulla sembrava funzionare, seguite però da piccoli successi inaspettati. È proprio questa alternanza, a tratti imprevedibile, che rende il lavoro di ricerca così stimolante e gratificante».

Crescere attraverso il confronto

Nel suo percorso, le esperienze internazionali hanno rappresentato un’importante occasione di crescita. Durante il dottorato ha trascorso un periodo di ricerca in Svezia e, successivamente, ha svolto un’esperienza nei Paesi Bassi.

Confrontarsi con ambienti scientifici diversi le ha permesso di acquisire nuove competenze, sviluppare maggiore autonomia e imparare ad adattarsi a contesti e modalità di lavoro differenti. Non sono mancate le difficoltà iniziali, dalla necessità di orientarsi in un ambiente nuovo alla costruzione di relazioni professionali, ma sono state proprio queste sfide a contribuire alla sua crescita.

E l’Italia? «Mi è mancata, in particolare per la vicinanza agli affetti e per alcuni aspetti della mia quotidianità. Ma, da buona napoletana, devo ammettere che anche il cibo ha avuto il suo peso… Una buona pizza resta sempre una priorità!».

Guardando al futuro, Filomena Del Piano si immagina ancora nella ricerca, con il desiderio di guidare un laboratorio e coordinare progetti capaci di contribuire concretamente al progresso delle conoscenze. Sa però che la passione e il talento, per esprimersi, hanno bisogno anche di opportunità: la precarietà è infatti uno degli aspetti che più rendono difficile programmare il futuro professionale di chi sceglie questa strada.

La ricerca è un investimento sul futuro

Per Filomena Del Piano, fare ricerca significa soprattutto coltivare curiosità, passione e pazienza. «Curiosità, perché alla base di tutto c’è il desiderio di capire come funzionano le cose; passione, perché è ciò che spinge ad andare avanti anche quando il percorso diventa complesso; e pazienza, perché i risultati richiedono tempo, tentativi ed errori. La scienza e la ricerca per me sono proprio questo: un equilibrio tra entusiasmo e perseveranza, fatto di domande continue e della voglia di trovare risposte».

Ma la ricerca ha bisogno anche di condizioni che consentano ai progetti di proseguire e ai ricercatori di crescere. Per questo il sostegno di Fondazione Veronesi ha un significato che va oltre il finanziamento di un singolo studio: permette di dare continuità a un percorso professionale e di lavorare su domande scientifiche che potrebbero contribuire, nel tempo, a migliorare le possibilità di cura. «Donare è un gesto che dimostra fiducia nella scienza e nel futuro, ed è un contributo concreto che fa davvero la differenza», sottolinea la ricercatrice. «Un atto di fiducia che ci permette di continuare a inseguire idee, progetti e scoperte, e rappresenta per noi una motivazione costante a dare il massimo ogni giorno».

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