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Oncologia

Tumore al seno: studiare il metabolismo del colesterolo per superare la resistenza alle terapie

La ricerca di Alfredo Smiriglia, sostenuta da Fondazione Veronesi, studia il ruolo del metabolismo del colesterolo nelle cellule di tumore al seno resistenti alla terapia endocrina, con l’obiettivo di individuare nuovi possibili bersagli terapeutici

La terapia endocrina rappresenta uno dei principali strumenti per il trattamento dei tumori al seno sensibili agli ormoni. In alcuni casi, però, nel tempo le cellule tumorali possono sviluppare meccanismi di resistenza, riuscendo a sopravvivere nonostante il trattamento. Comprendere come ciò avvenga è fondamentale per individuare nuove strategie terapeutiche.

A studiare il ruolo svolto in questo processo dal metabolismo tumorale, e in particolare da quello del colesterolo, è Alfredo Smiriglia, ricercatore post-doc dell’Università degli Studi di Firenze nel laboratorio del professor Andrea Morandi. Sostenuto da Fondazione Veronesi, Smiriglia sta cercando di comprendere quali meccanismi permettano alle cellule resistenti di adattarsi e continuare a proliferare.

Come nasce l’idea del vostro lavoro?

L’idea nasce all’interno di un progetto più ampio dedicato allo studio del metabolismo tumorale nelle cellule di tumore al seno che hanno sviluppato resistenza alla terapia endocrina. In particolare, vogliamo capire come queste cellule riescano ad adattare il proprio metabolismo per sopravvivere nonostante i trattamenti farmacologici.

Attraverso un’analisi bioinformatica dei dati di espressione genica abbiamo identificato un gene il cui silenziamento, associato a un trattamento farmacologico, induce la morte delle cellule resistenti. Questo risultato suggerisce che il gene possa avere un ruolo importante nei meccanismi di adattamento metabolico e di resistenza alle terapie e rappresentare quindi un possibile nuovo bersaglio terapeutico.

Perché avete scelto di orientarvi su questa linea di ricerca?

Il laboratorio di cui faccio parte studia da tempo il rapporto tra la riprogrammazione del metabolismo delle cellule tumorali e la comparsa di meccanismi di resistenza ai farmaci. Approfondire questa relazione può aiutarci a comprendere meglio come il tumore riesca ad adattarsi alle pressioni esercitate dalle terapie.

Quali sono gli aspetti ancora poco noti da approfondire?

Vogliamo capire se il gene che stiamo studiando svolga un ruolo cruciale nel metabolismo del colesterolo nelle cellule di carcinoma mammario e se possa contribuire ai processi di adattamento metabolico associati alla progressione tumorale.

Come intendete portare avanti il progetto durante quest’anno?

I prossimi passi saranno dedicati ad approfondire il ruolo del gene e della proteina da esso prodotta nei meccanismi che regolano la formazione e l’utilizzo dei metaboliti del colesterolo nelle cellule tumorali. Cercheremo in particolare di comprendere come questa proteina intervenga nei processi biochimici che permettono alle cellule tumorali di modificare il proprio metabolismo favorendo la crescita e la sopravvivenza del tumore.

Quali prospettive potrebbe aprire questa ricerca?

Il nostro lavoro può contribuire ad ampliare la conoscenza dei meccanismi metabolici che permettono alle cellule tumorali di adattarsi e sopravvivere ai trattamenti farmacologici. Comprendere meglio il ruolo del metabolismo del colesterolo nel carcinoma mammario potrebbe permettere di identificare nuovi bersagli terapeutici e strategie di trattamento più efficaci.

Nel lungo periodo, questi studi potrebbero contribuire allo sviluppo di approcci più personalizzati, capaci di superare o prevenire la resistenza alle terapie endocrine.

Hai avuto esperienze di ricerca all’estero?

Sì, sono stato per tre mesi a Barcellona presso il Centre for Genomic Regulation (CRG). Mi ha spinto soprattutto la voglia di imparare nuove tecniche sperimentali, conoscere altri laboratori e confrontarmi con ricercatori diversi, sia dal punto di vista professionale sia umano.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Ti è mancata l’Italia?

Mi ha lasciato molto, sia professionalmente sia personalmente. Ho acquisito nuove competenze e avuto la possibilità di lavorare in un ambiente internazionale e stimolante. Vivere all’estero, però, non è sempre semplice: soprattutto nei momenti più impegnativi si sente la distanza dagli affetti e dalla propria quotidianità.

L’Italia mi è mancata soprattutto per la famiglia, gli amici e quel senso di appartenenza culturale che continua a essere un punto di riferimento anche quando si decide di fare un’esperienza fuori dal proprio Paese. Credo però che proprio l’equilibrio tra difficoltà e opportunità abbia reso questa esperienza ancora più formativa.

Perché hai scelto di fare ricerca?

Fin dagli anni del liceo sono sempre stato attratto dalle materie scientifiche, in particolare chimica, biologia e fisica. La biologia ha avuto un ruolo speciale, anche grazie al rapporto con il mio insegnante, che ha contribuito a rendere ancora più stimolante lo studio di questa disciplina. Per questo, al momento di scegliere l’università, non ho avuto dubbi nell’orientarmi verso un percorso che mi permettesse di approfondirla.

Cosa ti piace di più della ricerca?

La possibilità di scoprire cose nuove e capire come funzionano i processi biologici a livello molecolare. Ogni esperimento può produrre risultati inaspettati e aprire nuove domande.

A motivarmi è anche sapere che studi condotti oggi in laboratorio potrebbero un giorno contribuire allo sviluppo di terapie migliori o più personalizzate per i pazienti oncologici. È questo a dare un significato concreto al lavoro quotidiano.

E cosa invece eviteresti volentieri?

L’incertezza e l’instabilità che caratterizzano molto spesso la carriera di un ricercatore.

C’è una figura che ti ha particolarmente ispirato?

Il professor Andrea Morandi, responsabile del laboratorio in cui lavoro. Fin dal tirocinio durante la laurea triennale mi ha trasmesso la voglia e la passione per questo lavoro.

Perché è importante donare a sostegno della ricerca scientifica?

Perché permette di finanziare studi e progetti che altrimenti non sarebbero possibili. Ogni contributo offre ai ricercatori la possibilità di sperimentare, comprendere meglio le malattie e lavorare allo sviluppo di trattamenti più efficaci.

Sostenere la ricerca significa investire nel futuro della medicina e contribuire a trasformare le conoscenze scientifiche in soluzioni concrete per i pazienti.

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di sostenere la ricerca?

Vorrei ringraziarle di cuore. Ogni contributo, piccolo o grande, può fare la differenza perché permette ai ricercatori di portare avanti i propri studi e sperimentare nuove strategie terapeutiche.

Donare significa investire nel futuro della medicina e aiutarci a trasformare la ricerca scientifica in nuove possibilità per la salute delle persone.

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