Il tumore al seno triplo negativo (TNBC) è una delle forme di carcinoma mammario più difficili da trattare e per questo la ricerca è alla continua ricerca di nuovi bersagli terapeutici. Uno di questi potrebbe essere WWP1, un enzima che interferisce con l'attività di PTEN, un importante gene oncosoppressore coinvolto nel controllo della crescita cellulare.
Da questa scoperta nasce il progetto di ricerca di Enrico Fassi, che punta a identificare nuove molecole capaci di bloccare WWP1 e riattivare così alcuni dei meccanismi che normalmente frenano la crescita tumorale. L'obiettivo, in prospettiva, è sviluppare nuove strategie terapeutiche per il tumore al seno, con particolare attenzione al triplo negativo.
Perché avete scelto di orientarvi su questa linea di ricerca?
La nostra ricerca prende le mosse da uno studio del gruppo del professor Pandolfi, pubblicato su Science, che ha identificato WWP1 come un enzima capace di ridurre l'attività di PTEN. WWP1 è coinvolto in diversi tumori e la sua inibizione potrebbe quindi rappresentare una nuova strategia per contrastare la crescita delle cellule tumorali.
Abbiamo deciso di concentrarci sul tumore al seno e in particolare sul carcinoma triplo negativo, una forma per la quale rimane forte il bisogno di nuove strategie terapeutiche.
Per noi che ci occupiamo di chimica computazionale, WWP1 rappresenta inoltre un bersaglio particolarmente interessante: conosciamo la struttura tridimensionale della parte della proteina responsabile della sua attività e possiamo quindi utilizzare strumenti informatici per progettare molecole capaci di interferire con il suo funzionamento.
A questa motivazione scientifica si aggiunge anche una ragione personale. Nella mia famiglia sono stati riscontrati diversi casi di mutazioni di BRCA2, associate a un aumento del rischio di sviluppare alcuni tumori, tra cui quello della mammella. Aver conosciuto da vicino questa malattia ha rafforzato la mia volontà di contribuire alla ricerca in questo campo.
Quali sono gli aspetti poco noti da approfondire?
Oggi uno dei composti conosciuti in grado di interferire con WWP1 è l'indolo-3-carbinolo (I3C), una molecola presente naturalmente nelle crucifere, come broccoli, cavolfiori e cavoli. Il problema è che la sua capacità di bloccare WWP1 è limitata e poco specifica.
La sfida è quindi identificare nuovi inibitori più potenti e selettivi e capire quale effetto possano avere sul carcinoma mammario triplo negativo.
In particolare, vogliamo verificare se bloccare l'asse WWP1-PTEN possa rallentare in maniera significativa la crescita del tumore e se, con il tempo, le cellule tumorali possano sviluppare meccanismi di resistenza.
I primi risultati sono incoraggianti, ma dovranno essere confermati attraverso studi preclinici più approfonditi.
Come intendete portare avanti il vostro progetto durante quest'anno?
Nel corso dell'anno utilizzeremo strumenti di intelligenza artificiale e chimica computazionale per progettare nuove molecole capaci di legarsi a WWP1.
Partiremo da un peptide promettente che abbiamo già identificato grazie all'intelligenza artificiale e cercheremo di modificarlo per aumentarne la capacità di interagire con WWP1.
Le molecole più interessanti verranno poi prodotte e studiate sperimentalmente per verificare se riescano effettivamente a legarsi alla proteina e a bloccarne l'attività.
I candidati migliori saranno successivamente veicolati attraverso nanoparticelle degradabili e testati su cellule di tumore della mammella, comprese quelle di carcinoma triplo negativo. Studieremo sia il loro utilizzo da soli sia la combinazione con farmaci che agiscono sulla via di PI3K.
Parallelamente continueremo a utilizzare le simulazioni al computer per progettare nuove molecole ancora più selettive nei confronti di WWP1.
Quali risultati avete già raggiunto?
Abbiamo ottenuto alcuni primi risultati promettenti. Utilizzando strumenti di intelligenza artificiale abbiamo identificato un peptide capace di legarsi a WWP1 e di inibirne l'attività.
Questo rappresenta il punto di partenza per sviluppare molecole ulteriormente ottimizzate e verificarne il possibile effetto antitumorale.
Quali prospettive apre, anche a lungo termine, per la conoscenza biomedica e le eventuali possibili applicazioni alla salute umana?
Nel lungo periodo, l'identificazione di nuovi inibitori di WWP1 potrebbe fornire una base per lo sviluppo di nuove strategie farmacologiche contro il tumore al seno, in particolare quello triplo negativo.
Una delle possibilità che vogliamo esplorare è l'associazione con farmaci che bloccano PI3K. L'inibizione contemporanea di WWP1 potrebbe infatti aumentare l'efficacia di questi trattamenti e, in prospettiva, consentire di utilizzare dosaggi inferiori, riducendone gli effetti indesiderati.
Si tratta ancora di una ricerca in fase iniziale. L'obiettivo è però capire se WWP1 possa diventare un nuovo bersaglio terapeutico e aprire la strada a trattamenti più efficaci e selettivi.
Sei mai stato all'estero a fare un'esperienza di ricerca?
Sì. Ho lavorato a Bellinzona, in Svizzera, presso l'Institute for Research in Biomedicine (IRB), prima durante la tesi sperimentale e successivamente per un anno come ricercatore post-laurea. Sono poi tornato nello stesso istituto per altri sei mesi durante il dottorato.
Mi ha spinto soprattutto la possibilità di lavorare in un centro di ricerca internazionale e innovativo, confrontandomi con ricercatori provenienti da contesti diversi e acquisendo nuove competenze.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
È stata un'esperienza molto importante dal punto di vista professionale. Lavorare in un centro di ricerca all'avanguardia mi ha permesso di imparare molto e di confrontarmi con persone provenienti da tutto il mondo.
Allo stesso tempo ho capito quanto fossero importanti per me gli affetti e il legame con l'Italia. Anche per questo, pur avendo la possibilità di proseguire la mia carriera in Svizzera, ho scelto di tornare e costruire qui il mio percorso professionale.
Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?
La mia scelta è avvenuta quasi per caso. Durante l'università cercavo un laboratorio in cui svolgere la tesi sperimentale. Inizialmente ero interessato alla chimica tossicologica, ma non c'erano posti disponibili e mi venne suggerito di rivolgermi a un altro laboratorio.
È così che ho incontrato la chimica computazionale e ho avuto l'opportunità di svolgere la tesi in Svizzera. Durante quell'esperienza ho capito quanto mi appassionasse il mondo della ricerca. È stato lì che ho deciso che la scienza sarebbe diventata il mio lavoro.
Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e/o professionale?
John Lennon.
Qual è l'insegnamento più importante che ti ha lasciato?
Soprattutto l'importanza della pace, della libertà individuale e della solidarietà tra le persone. Il messaggio che associo maggiormente alla sua figura è quello di immaginare una società capace di superare divisioni e conflitti e di mettere al centro ciò che accomuna gli esseri umani.
Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?
Vista la mia laurea in Farmacia, probabilmente avrei lavorato in un'azienda farmaceutica o in farmacia. Oppure avrei provato a dedicare più tempo alla musica, che è una delle mie grandi passioni.
Ma credo che difficilmente avrei trovato qualcosa capace di appassionarmi quanto la ricerca.
In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?
Uno degli aspetti su cui possiamo migliorare è la comunicazione con il grande pubblico. Il linguaggio scientifico è spesso complesso e rischia di creare una distanza tra chi fa ricerca e la società.
Credo che i ricercatori debbano imparare a spiegare meglio ciò che fanno, in maniera chiara e trasparente, soprattutto quando si parla di salute.
Allo stesso tempo, la ricerca ha bisogno di maggiori risorse e investimenti pubblici. Significa avere laboratori meglio attrezzati, poter sostenere un maggior numero di ricercatori e offrire ai giovani prospettive professionali più stabili. Investire nella ricerca permette non soltanto di trattenere competenze e talenti, ma anche di produrre conoscenze con ricadute concrete sulla società.
Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?
Non credo esista un sentimento antiscientifico diffuso. La maggior parte delle persone continua ad avere fiducia nella ricerca e nella medicina.
I social network possono però amplificare posizioni minoritarie e non supportate dalle evidenze, facendo apparire alcune idee più diffuse di quanto siano realmente.
Per questo credo sia ancora più importante riuscire a comunicare la scienza in maniera chiara, comprensibile e trasparente.
Perché è importante donare a sostegno della ricerca scientifica?
Le donazioni permettono a molti progetti di ricerca di nascere e proseguire. Dietro ogni nuova conoscenza, ogni possibile terapia o miglioramento nella diagnosi ci sono anni di lavoro e risorse necessarie per sostenere ricercatori, strumenti ed esperimenti.
Anche risultati che possono sembrare piccoli contribuiscono ad aumentare progressivamente le nostre conoscenze e possono diventare il punto di partenza per nuove cure.
Donare alla ricerca significa quindi investire nelle possibilità offerte dalla medicina di domani.
Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?
Vorrei innanzitutto ringraziarle. Una donazione può sembrare un gesto piccolo, ma contribuisce concretamente a rendere possibile il lavoro quotidiano dei ricercatori.
Arrivare a comprendere meglio una malattia o sviluppare una nuova terapia richiede tempo, competenze e molte risorse. Il sostegno alla ricerca permette di compiere questi passi, uno dopo l'altro.
La ricerca di oggi costruisce le cure di domani. Ogni contributo può quindi trasformarsi, nel tempo, in nuove conoscenze, diagnosi più precoci e trattamenti migliori.

