Nel tumore del polmone in stadio avanzato si sta aprendo una nuova fase. Dopo l’arrivo dell’immunoterapia, che ha cambiato il trattamento della malattia metastatica, la ricerca punta ora a renderla più efficace combinandola con altri meccanismi d’azione.
È questo il messaggio che arriva da due studi presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago. Da una parte ci sono gli anticorpi bispecifici, capaci di colpire contemporaneamente due bersagli. Dall’altra gli anticorpi-farmaco coniugati, progettati per portare un farmaco chemioterapico in modo più mirato verso le cellule tumorali.
Due strategie diverse ma con un unico obiettivo: andare oltre i limiti della sola immunoterapia.
IL TUMORE DEL POLMONE OGGI
Il tumore del polmone non a piccole cellule è la forma più frequente di tumore polmonare. Quando viene diagnosticato in fase avanzata, l’obiettivo delle cure è controllare la malattia, rallentarne la progressione e prolungare la sopravvivenza.
Negli ultimi anni l’immunoterapia, insieme alle terapie a target molecolare per quei tumori che hanno le giuste caratteristiche, ha segnato un cambio di passo. Farmaci come pembrolizumab e altri inibitori dei checkpoint immunitari hanno permesso di ottenere risposte durature in una parte dei pazienti. Ma non tutti rispondono. E anche quando la risposta c’è, può essere molto diversa da persona a persona.
Per questo la ricerca si sta muovendo verso combinazioni più sofisticate. L’obiettivo non è sostituire l’immunoterapia, ma potenziarla.
IMMUNOTERAPIA E VEGF: IL CASO IVONESCIMAB
I dati presentati ad ASCO hanno mostrato che nel gruppo trattato con ivonescimab più chemioterapia, metà dei pazienti era ancora viva dopo quasi 28 mesi dall’inizio della cura. Nel gruppo di controllo, trattato con tislelizumab più chemioterapia, questo traguardo arrivava prima, poco sotto i 24 mesi. Non significa che tutti abbiano vissuto solo quel tempo: è un valore usato negli studi clinici per confrontare l’andamento della sopravvivenza nei due gruppi. Considerando l’intero periodo di osservazione, ivonescimab ha ridotto del 34% il rischio di morte.
La cautela però è necessaria. Lo studio è stato condotto in Cina e non è detto che gli stessi risultati siano automaticamente trasferibili alla popolazione occidentale, spesso più anziana e con più comorbidità. Inoltre il blocco di VEGF nei tumori squamosi richiede attenzione per il possibile rischio di sanguinamento. Per questo molti oncologi stanno attendendo i risultati dello studio globale HARMONi-3 che dovrebbero arrivare probabilmente in ottobre al congresso dell'European Society for Medical Oncology (ESMO), l'equivalente europeo di ASCO.
GLI ADC ENTRANO IN PRIMA LINEA
Il secondo studio riguarda sacituzumab tirumotecan, o sac-TMT, un anticorpo-farmaco coniugato diretto contro TROP2. Gli ADC -come raccontato in questo nostro approfondimento- possono essere immaginati come una forma di chemioterapia più mirata: l’anticorpo riconosce un bersaglio presente sulle cellule tumorali e porta con sé il farmaco chemioterapico.
Nello studio OptiTROP-Lung05, sac-TMT è stato associato a pembrolizumab e confrontato con pembrolizumab da solo in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato, PD-L1 positivo e senza alterazioni di EGFR o ALK.
Il risultato è stato favorevole alla combinazione. Con sac-TMT più pembrolizumab la malattia è rimasta sotto controllo più a lungo rispetto al solo pembrolizumab. Nel gruppo trattato con pembrolizumab da solo, metà dei pazienti aveva avuto una progressione della malattia dopo 5,7 mesi. Nel gruppo trattato con sac-TMT più pembrolizumab, invece, questo momento non era ancora stato raggiunto al momento dell’analisi: significa che più della metà dei pazienti non aveva ancora avuto una progressione. Considerando tutto il periodo dello studio, la combinazione ha ridotto del 65% il rischio di progressione o morte.
Anche qui il segnale è rilevante. Gli ADC, finora usati soprattutto nelle linee successive di trattamento, stanno provando a entrare già nella prima linea della malattia avanzata.
Resta però un limite importante: il confronto è con pembrolizumab da solo. In molti pazienti, soprattutto quando PD-L1 non è molto alto, lo standard più usato è pembrolizumab più chemioterapia. Serviranno quindi studi capaci di confrontare questa nuova strategia con le combinazioni realmente più utilizzate nella pratica clinica.
LE PROSPETTIVE
I due studi indicano una direzione comune: nel tumore del polmone avanzato la sola immunoterapia potrebbe non essere più il punto di arrivo, ma la base su cui costruire nuove combinazioni.
Con ivonescimab si prova ad associare immunoterapia e blocco dell’angiogenesi. Con sac-TMT si affianca l’immunoterapia a un anticorpo coniugato.
I dati sono promettenti ma andranno confermati in studi globali, con confronti adeguati e con attenzione alla tossicità. Il messaggio, però, è chiaro: nel tumore del polmone si sta entrando in una fase nuova, in cui il futuro delle cure passerà sempre più dalla combinazione di diverse strategie. Esattamente come sta accadendo per altri tumori.


