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Quali organi si possono prelevare da un donatore a cuore fermo?

pubblicato il 29-05-2015
aggiornato il 20-06-2017

Dagli Stati Uniti segnalano la procedura come un’opportunità per ampliare il bacino degli organi disponibili. Sul fegato i chirurghi italiani sono scettici. Confortanti, invece, i dati riguardanti il polmone

Quali organi si possono prelevare da un donatore a cuore fermo?

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Più insidioso per l'uomo, soprattutto dopo i sessant'anni, il tumore del fegato (ma anche le epatiti virali e la cirrosi) ha un'unica soluzione radicale: il ricorso al trapianto dell’organo, la vera “centrale energetica” del corpo umano. Tra i pazienti oncologici, ad accedere alla procedura sono nella maggior parte dei casi coloro che hanno una massa di dimensioni inferiori a cinque centimetri, con non più di tre lesioni e privi di metastasi. Un insieme di condizioni difficili da riscontrare, se si considera che la malattia - a carico di un organo quasi sempre già colpito da epatiti croniche o cirrosi - è spesso asintomatica e si manifesta in fase già avanzata.

 

CHI DONA UN FEGATO?

Quanto ai potenziali donatori, oltre alla quota (ancora piccola) dei viventi, gli organi sono quasi sempre prelevati da cadavere: nello specifico da persone morte per lesioni cerebrali. Quasi mai si considera chi risulta deceduto per cause cardiovascolari, poiché si ritiene che l’assenza di ossigeno comprometta la funzionalità epatica. Un limite che torna periodicamente a far discutere, dal momento che in Italia sono più di mille le persone in attesa dell’organo e che in Inghilterra è stato proprio un nostro connazionale, il chirurgo bresciano Paolo Muiesan (oggi al Queen Elizabeth Hospital di Birmingham), a sperimentare con successo l’approccio “alternativo”. Dell’opportunità, ora, parlano i ricercatori della Mayo Clinic sull’American Journal of Transplantation.

 

SERVONO NUOVI ORGANI

Gli autori sono partiti da un assunto: i pazienti che hanno un cancro del fegato, entro certi limiti, possono essere curati con un trapianto. Ma a impedirne il trattamento, troppo spesso, è la scarsità di organi donati. Un problema che, a detta loro, potrebbe essere contenuto ricorrendo al prelievo di organi da donatori a cuore fermo (morti per problematiche cardiache). I chirurghi hanno così messo a confronto i tassi di recidiva del carcinoma al fegato in due categorie: un gruppo di pazienti (1633) aveva ricevuto l’organo da persone in cui era stata registrata la morte cerebrale, l’altro (243) da chi era morto per cause cardiovascolari. Partendo da un quadro clinico omogeneo, nessuna differenza è stata registrata dopo l’intervento sui tassi di sopravvivenza e sull’incidenza della recidiva del carcinoma. L’impiego di organi prelevati a cuore fermo potrebbe, secondo gli autori della ricerca, aumentare in maniera sensibile la quota di interventi salvavita per i pazienti affetti da un tumore del fegato. 

 

COSA ACCADE IN ITALIA?

Per questioni di tempo, la procedura può essere affrontata soltanto nei pazienti che muoiono in una struttura ospedaliera. Ma i tassi di successo dell’intervento, per adesso, non sono sempre eccezionali. Come dichiara Daniele Antonio Pinna, direttore dell’unità operativa di chirurgia generale e dei trapianti di fegato al policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna, «negli Stati Uniti e in Gran Bretagna un terzo dei fegati prelevati a cuore fermo risultano inutilizzabili per gravi lesioni ischemiche sulla via biliare. Decisamente più alti, invece, sono i tassi di successo con rene e polmone (nei mesi scorsi per la prima volta è stato trapiantato anche il cuore di una persona deceduta, ndr).

Ciò non toglie che se la procedura fosse più utilizzata anche nel nostro Paese, il numero di organi disponibili aumenterebbe». Dopo essere stato perfuso in ipotermia (a - 4 gradi), una volta fuori dal corpo un fegato deve essere impiantato nel giro di poche ore. È questo aspetto, unito all’età e alle condizioni dell’organo, uno dei principali “inibitori” del prelievo da donatore a cuore fermo. «La procedura andrebbe incentivata, ma al momento nessuno ha quantificato il reale impatto che si registrerebbe, in termini di organi disponibili - resta scettico Salvatore Agnes, direttore dell'unità di chirurgia generale e trapianti d'organo del Policlinico Gemelli di Roma -. Un organo può essere prelevato e perfuso non prima di un’ora dopo l’arresto del cuore. Questo arco temporale può essere sufficiente a compromettere la qualità del fegato». 

 

IL "NODO" DELL'ATTESA

Per simili interventi, nel caso del fegato, mancano anche risultati sulla sopravvivenza a lungo termine. Occorre poi fare una differenza tra l'Italia e altri Paesi, come la Spagna e la Gran Bretagna. Se nella realtà iberica la donazione "a cuore fermo" è più diffusa in ragione della presenza di un minor numero di centri trapianti, ma di assoluta eccellenza, nel Regno Unito - dove opera Muiesan - è il ridotto numero di donatori a rendere l'ipotesi quasi una necessità. C'è poi il discorso relativo ai tempi di attesa per il prelievo di un organo da un donatore deceduto per cause cardiache, in Italia superiori rispetto a tutte le altre realtà occidentali: venti minuti, quanto basta talvolta per compromettere la funzionalità epatica.

 

PROSPETTIVE PER IL POLMONE

Diverso, invece, è il discorso per quanto riguarda il polmone, per cui la mortalità in lista di attesa è oggi più alta (pari al 20%) rispetto a tutti gli altri organi (126 i trapianti effettuati in Italia nel 2014). Il primo del genere da donatore "a cuore fermo" è stato eseguito nei mesi scorsi al Policlinico di Milano: l'organo proveniva da un uomo di 45 anni deceduto per dissecazione aortica, a riceverlo una ragazza di vent'anni più giovane affetta da fibrosi cistica. «Nonostante le precarie condizioni della ricevente e la complessità dell'intervento, i polmoni hanno iniziato fin da subito a funzionare, senza dar segni di disfunzione primaria», ricorda Luigi Santambrogio, direttore dell'unità operativa di chirurgia toracica alla guida dell'equipe che ha effettuato l'intervento. «Gli organi sono stati preservati per tre ore nel cadavere, prima di essere prelevati. Poi, una volta trasferiti al Policlinico, sono stati "riparati" e "ringiovaniti" mediante perfusione e ventilazione extracorporea». Questo modello di prelievo degli organi potrebbe rendere disponibili circa 12-15 donatori di polmone all'anno nella sola area di Milano e Monza-Brianza, aumentando il numero di trapianti in Lombardia del 20-30%. 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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