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La lotta al dolore cronico rimane un diritto ignorato

pubblicato il 13-05-2013

Allarme europeo: tra terapie e costi indiretti, il dolore cronico brucia 300 miliardi l’anno. I metodi per curarlo ci sono, ma sono ancora poco conosciuti e poco applicati

La lotta al dolore cronico rimane un diritto ignorato

 

Allarme europeo: tra terapie e costi indiretti, il dolore cronico brucia 300 miliardi l’anno. I metodi per curarlo ci sono, ma sono ancora poco conosciuti e poco applicati

Sono ancora milioni i pazienti che in tutta Europa soffrono di dolore cronico, con più di una persona su tre bloccata anche nel normale svolgimento delle attività quotidiane. Le terapie per combatterlo ci sono, ma sono ancora troppo poco conosciute. Importante è l’impatto della malattia sia sulla qualità della vita sia sui costi indiretti che gravano per circa il 90%. A lanciare l’allarme sono Action on Pain UK, la Spanish Pain Association (EFHRE Sine Dolore) e la German Pain League a seguito di uno studio, The Painful Truth, su oltre mille pazienti.

I COSTI – Situazione pesante anche per l’Italia, nonostante sia fra i pochi paesi ad avere promulgato una legge (Legge 38 del 15 Marzo 2010) nella quale il dolore cronico viene equiparato a una vera e propria malattia, meritevole di trattamenti specifici. «Il ritardo nell’applicazione della legge – spiega la dott.ssa Rossella Marzi, Coordinatore della Commissione Terapia del Dolore della Regione Piemonte e Direttore della struttura di Algologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Novara – che all’art. 1 tutela il diritto dei cittadini ad accedere alla Terapia del Dolore, causa direttamente un danno psico-fisico, ed indirettamente una perdita di produttività con conseguente riduzione del reddito per nucleo familiare di circa il 31% (in media 5000 euro) ed aggravio di costi che nello studio è stimato in 300 miliardi euro/anno sui sistemi sanitari europei».

LE TERAPIE – Le cose non vanno meglio quando si parla di soluzione medica al problema: metà della popolazione non si reca in centri di cura specialistici, peraltro esistenti in tutte le nostre regioni, e non segue un trattamento specifico (dunque non trae beneficio). Sulla carta, sembrerebbe tutto in regola per controllare meglio il dolore: c’è la legge, ci sono i farmaci e le terapie. «Sono molteplici le opportunità terapeutiche – commenta la Dottoressa Marzi – ma se esaminiamo i dati dell’Information Management System Health (IMS), selezionati dall’entrata in vigore dell’ordinanza sull’uso degli oppioidi forti (giugno 2009) fino ad ottobre 2012 notiamo che c’è un aumento ancora limitato del loro utilizzo, specie se confrontato con il mercato dei FANS, forte e stabile». Da qui, la necessità di insistere nella formazione del personale medico ospedaliero, degli specialisti territoriali e dei medici di medicina generale sul corretto uso degli oppioidi con percorsi omogenei che consentano al paziente, nell’ambito della propria Regione, di avere punti di riferimento istituzionalmente certificati ed accedere quindi a procedure invasive solo in casi complessi e selezionati dagli specialisti algologi degli Hub, i centri per la terapia del dolore.

Francesca Morelli

 


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