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La privacy in ospedale non è un optional

pubblicato il 31-01-2012
aggiornato il 15-06-2017

Secondo appuntamento con la rubrica "L'impaziente", a cura di Riccardo Renzi. Questa settimana parliamo di privacy negli ospedali

La privacy in ospedale non è un optional

Secondo appuntamento con la rubrica "L'impaziente", a cura di Riccardo Renzi. Questa settimana parliamo di privacy negli ospedali

Mi è recentemente capitato, purtroppo, di accompagnare due persone in due diversi ospedali e di seguire le procedure di accettazione. Nel primo caso, oltre alla richiesta dei dati anagrafici e sanitari, al paziente è stato consegnato in modo sbrigativo un foglio da firmare, definito “liberatoria della privacy”. E’ stato firmato praticamente senza leggerlo. Nel secondo caso l’impiegato addetto all’accettazione ha formulato lui stesso le domande relative alla privacy. Ha chiesto, tra l’altro, se il paziente desiderasse essere registrato  e chiamato con il proprio nome o con un numero che rispettasse l’anonimato. E ha spiegato come i dati computerizzati sarebbero stati trattati, chiedendo se accettasse che fossero accessibili a chi era autorizzato, compreso il medico di famiglia.

Ora, è vero che quando uno entra in ospedale (salvo casi particolari) quella della privacy non è certo la prima delle preoccupazioni. E’ vero che quasi a nessuno, se non sono delle rockstar, piace essere chiamato con un numero e che pochi, a meno che non ci abbiano appena litigato, si oppongono al fatto che il proprio medico possa seguirli durante il ricovero (il che è effettivamente avvenuto in questo caso: anche i medici di famiglia, a quanto pare, hanno imparato a usare il computer!).  Ma è vero anche che quelle domande rappresentano un segnale fortemente positivo che le complesse regole che proteggono la privacy e la dignità del paziente siano seguitein quell’ospedale, anche nella pratica e non solo sulla carta. E suggeriscono anche che il rispetto che in tal modo si manifesta nei confronti del paziente si estende al di là del ristretto campo della normativa sulla privacy e coinvolge in generale il rapporto tra i medici e i loro assistiti.

Nel 2008 l’autorità del garante per la protezione dei dati personali aveva compilato una sorta di classifica, stilata sulla base dei reclami pervenuti, delle violazioni lamentate dai pazienti nell’uso del sistema sanitario. Al primo posto c’era appunto l’abitudine di essere chiamati ad alta voce per nome nelle sale d’aspetto, soprattutto nelle visite ambulatoriali. La seconda violazione più gettonata riguardava la scarsa insonorizzazione dei luoghi di visita, che spesso permette di seguire in diretta anamnesi e indagini varie, trasformando gli ambulatori in una specie di Grande Fratello. La terza lamentava le modalità di consegna dei risultati degli esami medici eseguite in modo tutt’altro che privato. E così via. Si segnalavano anche casi eclatanti extraospedalieri, come la consegna alle Poste di assegni  con in evidenza la scritta “liquidazione per malati di mente” e il recapito a domicilio di pacchi con la stampigliatura “prodotti per l’incontinenza”.

Anche sulla base di quei reclami, è stato elaborato e  pubblicato quest’anno online, sul sito del garante (www.garanteprivacy.it) una sorta di vademecum, destinato  ai pazienti, ai cittadini, che spiega quali sono i loro diritti in campo sanitario. Era ora: perché ancora oggi i regolamenti che impongono a ciascuna struttura sanitaria di attuare le norme previste a protezione della dignità dei pazienti non sono applicate o sono applicate soltanto parzialmente in molti ospedali. A cominciare dal primo passo: l’obbligo appunto  di  spiegare ai pazienti i propri diritti in modo chiaro e dettagliato e non attraverso una generica richiesta di consenso poco informato.


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