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Cardiologia

Covid-19: l'aumento dei casi non è dovuto alle mutazioni del virus

pubblicato il 25-11-2020

Sars-CoV-2 non è diventato più contagioso: questo l'esito dall'analisi di oltre 46mila genomi virali. Una notizia incoraggiante in vista dell'arrivo dei vaccini

Covid-19: l'aumento dei casi non è dovuto alle mutazioni del virus

Né più né meno aggressivo rispetto al passato. Sars-CoV-2, il virus responsabile della malattia Covid-19 che finora ha provocato quasi 60 milioni di casi nel mondo, ha la stessa capacità di farci ammalare che aveva alla fine dello scorso anno, quando fu documentato il passaggio da un animale all'uomo. Ad affermarlo è un gruppo di ricercatori inglesi e francesi, attraverso le colonne della rivista Nature Communications. Il lavoro conferma la sensibilità dei coronavirus alle mutazioni. Ma al contempo esclude che una o più di queste abbiano conferito al patogeno maggiore contagiosità. Una risposta che sgombera il campo dai dubbi relativamente alla seconda ondata di casi che ha colpito l'Europa durante l'autunno. A determinarla, con ogni probabilità, è stato un mix legato alla ripresa di alcune abitudini sociali (scuole, attività lavorative in presenza) e all'abbandono dei luoghi all'aperto in favore di quelli chiusi (case, uffici, mezzi di trasporto, negozi).


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COVID-19: IL VIRUS È MUTATO O NO?

Il coronavirus, in un anno di circolazione nell'uomo, è «variato» a più riprese. Analizzando i genomi provenienti da oltre 46mila pazienti ammalatisi di Covid, i ricercatori dell'Istituto di genetica dell'University College di Londra hanno rilevato quasi 13mila mutazioni. Nello specifico, 398 sono risultate le più frequenti. Non è dunque in discussione che il virus, poco alla volta, sia mutato. «Come tutti i virus a Rna, Sars-CoV 2 si replica generando una sorte di sciame di entità biologiche che fra loro presentano piccole variazioni - afferma Maria Rosaria Capobianchi, direttore del laboratorio di virologia dell'Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma -. Abbiamo registrato, per esempio, mutazioni scaturite con ogni probabilità dall'insediamento del virus in organi differenti. Questa potrebbe essere la conseguenza di un meccanismo di adattamento alle diverse sedi anatomiche in cui avviene la replicazione». Detto ciò, nessun allarme. Secondo la scienziata che per prima a febbraio isolò il nuovo coronavirus in Italia, «stiamo parlando di un virus con una variabilità genetica dalle dieci alle cento volte inferiore a quella dell'HIV».

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L'EFFETTO DELLE MUTAZIONI

Al di là dell'aspetto quantitativo, quello che si sono chiesti i ricercatori è: può una o più di queste mutazioni aver reso il virus più contagioso? E di conseguenza: la seconda ondata di contagi può essere ricondotta alla capacità di Sars-CoV-2 di provocare più casi di malattia? Risposta negativa, leggendo le conclusioni del lavoro. «Nessuna delle mutazioni rilevate sta contribuendo a una più rapida diffusione di Covid-19», dichiara Lucy van Dorp, genetista computazionale e prima firma della pubblicazione. A questa conclusione i ricercatori sono giunti dopo aver ricostruito l'albero evolutivo del virus e valutato se le ultime varianti fossero più o meno presenti nei casi studiati. L'analisi ha svelato una sostanziale parità nella diffusione dei diversi genotipi del virus. Ciò vuol dire che l'aumento dei contagi registrato anche in Italia negli ultimi due mesi non può essere ricondotto alla circolazione di una forma di Sars-CoV-2 dotata di maggiore trasmissibilità. 


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IL RUOLO DELLA MUTAZIONE D614G

Nello specifico, i ricercatori si sono concentrati anche su una mutazione chiamata D614G. Questa - descritta per la prima volta in Cina a gennaio - determina la sostituzione di un aminoacido nella proteina Spike. Ovvero in quella porzione che il virus utilizza per agganciare la cellula ospite (attraverso il recettore ACE2) e invaderla. In uno studio pubblicato ad agosto sulla rivista Cell, questa mutazione (oggi riconosciuta come la più diffusa in Europa) è stata associata a una più alta carica virale nelle alte vie respiratorie. Non, però, all'insorgenza di una malattia più grave. Risultato a cui si aggiunge quello registrato nell'ultimo studio. Oltre a non determinare forme di Covid-19 più aggressive, alla base delle quali sembra invece avere un ruolo la genetica dell'uomo, la mutazione D614G non è responsabile di una maggiore contagiosità. Secondo van Dorp, «il virus sembra essersi adattato alla trasmissione nell'ospite umano fin da quando è stato identificato». In altre parole, Sars-CoV-2 si replica con la stessa velocità nella cellula colonizzata: al di là della variante della proteina Spike presente. 

PERCHÈ I VIRUS MUTANO?

I virus - sia quelli a Dna sia quelli a Rna - sono soggetti a frequenti mutazioni. La ragione che è alla base di questo processo è una: la necessità di sopravvivere in un ospite dotato di un sistema immunitario con cui fronteggiarlo. «Le mutazioni possono presentarsi con una riduzione della virulenza o con l’acquisizione di caratteristiche di maggiore aggressività per la specie ospite - spiega Carlo Alberto Redi, già ordinario di zoologia all'Università di Pavia e presidente del comitato etico di Fondazione Umberto Veronesi -. Da qui il pericolo, perché i genomi virali mutano ed evolvono velocemente». Dal momento che ogni virus è di fatto un parassita, in grado di replicarsi e di provocare una malattia soltanto quando «accolto» dall'ospite, eludere l'azione delle difese dell'organismo che l'accoglie è cruciale per la sua sopravvivenza. Nel caso di Sars-CoV-2, non è ancora chiaro quale processo abbia guidato le diverse mutazioni. Alla base potrebbero esserci degli errori nella duplicazione dell'Rna, l'interazione con altri virus presenti nelle cellule bersaglio o una forma di adattamento inevitabile alla risposta messa in atto dal sistema immunitario


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UN AIUTO IN VISTA DEI VACCINI

Per i tre vaccini descritti a un passo dal traguardo - quelli prodotti dalle multinazionali PfizerModerna e Astrazeneca - la notizia che giunge da Londra è incoraggiante. Sapere di avere di fronte un virus che muta entro certi limiti e senza acquisire una maggiore contagiosità potrebbe rendere più efficace la profilassi. «La maggiore stabilità di Sars-CoV-2 rispetto ad altri virus dà la speranza di poter avere una risposta efficace alla pandemia: tramite i vaccini, ma anche ricorrendo ai farmaci», è l'auspicio di Capobianchi. Secondo Francois Balloux, direttore dell'Istituto di genetica dell'University College di Londra e coordinatore della ricerca, «con l'arrivo dei vaccini, il virus potrebbe sviluppare ulteriori mutazioni, nell'ottica di eludere l'azione del sistema immunitario. In questo caso, dovremo intervenire per favorire il loro aggiornamento». Quanto durerà l'efficacia della profilassi, d'altra parte, è un aspetto ancora da chiarire.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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