Sostieni Fondazione Veronesi, dona ora

Insieme per il nostro futuro. Sostieni la ricerca e la cura!

Dona ora
Cardiologia

Ipertensione: perché a volte i farmaci non bastano

pubblicato il 13-02-2012
aggiornato il 11-07-2017

Secondo una recente ricerca i farmaci che dovrebbero abbassare la pressione arteriosa sembrano non essere efficaci in molti pazienti. Quali sono le cause e quali i rimedi secondo i consigli di due specialisti

Ipertensione: perché a volte i farmaci non bastano

ìSecondo una ricerca della Società italiana per l’ipertensione arteriosa (SIIA), negli ultimi vent’anni sono aumentati del 62%  gli italiani con la pressione alta che non rispondono ai farmaci appositi. Un dato che sarebbe preoccupante perché l’ipertensione è un disturbo che  se non viene curato può avere serie conseguenze.  Mentre è ben noto che gli anti-ipertensivi sono in genere di grande efficacia. La ricerca ha suscitato in molti pazienti comprensibili perplessità che cerchiamo di dissipare ascoltando il parere di due esperti. Due specialisti interpellati, e associati alla Siia, non intendono sbilanciarsi con una conferma o una negazione  netta su quel 62%, però avanzano molti distinguo. Sì, certo, anche indagini americane parlano di un aumento della resistenza ai farmaci per abbassare la pressione del sangue, ma... «Ma bisogna vedere come è stata presa la pressione e lo stile di vita della persona -, mette subito in guardia il professor  Nicola Glorioso, specialista dell’Università di Sassari e responsabile del Programma Aziendale Ipertensione Arteriosa e Malattie Correlate della Azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari. –Può essere che la persona  debba solo mettersi in riga con la dieta, abbandonando formaggi, insaccati, acciughe, olive, cibi conservati sotto sale. Anche fumo e alcool in eccesso possono concorrere ad innalzare i valori della pressione del sangue. Dopo due-tre mesi di uno stile di vita corretto la pressione di quel paziente potrebbe risultare entro limiti tollerati, che sono sotto 140 nella massima (sistolica) e 90 nella minima (diastolica). Succede con oltre il 30% dei pazienti».

CAMICE INQUIETANTE - Glorioso mette in guardia contro l’effetto camice bianco o, meglio, camice del medico perché, presa dall’infermiere, la pressione risulta quasi sempre più bassa. Come se la figura del clinico generasse ansia, timore dunque un balzo in su dei valori pressori. «Facendo tre misurazioni per mettere il paziente in stato di rilassamento è impressionante la caduta di valori che si osserva tra la prima e l’ultima: da 141/93 a 130/80, o anche più, per esempio». Che va bene anche se i dati ideali sarebbero 120/80. Ma è anche chiaro come misurando la pressione una sola volta il dato può indurre a modificare la terapia mentre in base all’ultima misurazione si deduce che la terapia funziona correttamente. Il professor Glorioso cita i dati internazionali sull’efficacia degli anti-ipertensivi, specie se usati in “terapia combinata”: con 2 farmaci si normalizza il 65-70% degli ipertesi, con 3 farmaci l’80-85%. «Resta un 15% di possibili resistenti. Ma prima di emettere questo verdetto va controllato se non ci siano motivi organici indipendenti dal cuore  ad innalzare i valori: per esempio, piccoli tumori benigni nelle ghiandole  surrenali oppure un restringimento (stenosi) dell’arteria  renale, a sua volta congenito o acquisito, etc». Comunque, continua Glorioso, la classificazione di “ipertensione arteriosa resistente” è molto delicata dato che comporta poi appesantimemti terapeutici e approfondimenti diagnostici al fine di accertare eventuali cause sfuggite alle indagini preliminari. Secondo le raccomandazioni internazionali tale definizione può essere data solo se la pressione arteriosa, rilevata secondo le modalità dette prima, risulta superiore a 140/90 mmHg pur sotto l’effetto di tre farmaci di cui uno deve essere un  diuretico tiazidico. In caso contrario, l’unico provvedimento da prendere è quello di adeguare la terapia alle linee guida internazionali e giudicare successivamente.

BRACCIALE SPECIALE PER L’OBESO - Molta cautela nel fare la diagnosi di resistenza ai farmaci anti-ipertensivi raccomanda anche il professor Enrico Agabiti Rosei, specialista dell’Università di Brescia, mettendo in guardia da altri possibili errori indotti esternamente: «Per esempio con un obeso se non dispongo di un bracciale più grande è probabile che la pressione risulti più alta. Oppure nel caso di una persona molto  anziana, se le pareti dei vasi sono diventate così dure da non comprimersi col manicotto, ancora i valori risulteranno falsati all’insù». Secondo i canoni internazionali si può parlare di resistenza solo se la pressione arteriosa non si abbassa entro i limiti 140/90 con l’impiego di almeno 3 farmaci di cui uno sia un diuretico tiazidico. E a condizione, ovviamente, che il paziente segua scrupolosamente la terapia.Non si può, dunque, parlare di resistenza alla cura contro l’ipertensione in aumento? Senza citare alcuna cifra, il professor Agabito Rosei afferma che sì, un aumento c’è, lo constatano anche in Usa, in quanto molte cause derivano dallo stile di vita occidentale. «Intanto – elenca – c’è da citare al numero 1) l’invecchiamento della popolazione; 2) l’aumento dei casi di sovrappeso e di obesità che generano una maggiore incidenza del diabete e, per via di questa malattia, pressione alta; 3) più obesità determina la sindrome delle apnee notturne, a loro volta causa di ipertensione resistente; 4) stile di vita sedentario con riduzione dell’attività fisica che contribuisce a tenere bassa la pressione; 5) sempre più si assumono farmaci per varie affezione di cui alcuni possono interferire con la pressione, per esempio i “banali” antinfiammatori,  certi cortisonici (a volte anche solo in crema o pomata, ma di uso quotidiano), o gli spray nasali vasocostrittori».

I DANNI DA EVITARE - Forse di resistenti agli anti-ipertensivi si può parlare nel 5-6% dei casi, conclude  il professor Agabito Rosei. Per queste situazioni si stanno introducendo terapie non farmacologiche. La più invasiva vede l’installazione tipo pacemaker di uno stimolatore dei barocettori nelle carotidi. Oppure, sempre invasiva ma in misura minore, la denervazione renale, ovvero l’ablazione con alcune bruciature delle vie nervose vicine al rene.  «Importante -, conclude lo specialista, - è curare l’ipertensione sempre e dall’inizio altrimenti col tempo si generano rigidità o ispessimenti delle pareti dei vasi sanguigni che non sono più reversibili». 

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza