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Così sto provando a sconfiggere il tumore al seno che è dentro di me

pubblicato il 04-05-2015
aggiornato il 20-02-2017

Maria Del Pilar Camacho-Leal ha scoperto di essere ammalata un anno fa. Adesso il male è quasi alle spalle. E la ricercatrice non ha perso la speranza di vincere la battaglia contro il cancro

Così sto provando a sconfiggere il tumore al seno che è dentro di me

Servono «coraggio» e «perseveranza» per andare avanti nella ricerca, parafrasando due sostantivi che Umberto Veronesi ha utilizzato di fronte ai 179 ricercatori premiati con il grant. Ma se il “nemico” di cui cerchi i punti deboli è lo stesso che ha preso la residenza nel tuo organismo, serve un’audacia ai limiti della temerarietà per affrontarlo a mente fredda, senza farsi tradire dalle emozioni. Una sfida che a molti parrebbe impossibile, ma che Maria Del Pilar Camacho-Leal, 41 anni da Città del Messico, ha deciso di continuare a combattere. Tumore al seno Her2 positivo, la diagnosi che la ricercatrice, con alle spalle una laurea in biologia (a Città del Messico) e un dottorato di ricerca (McGill University, Montreal), ha ricevuto quasi un anno fa. Nel frattempo non ha mai smesso di lavorare, nei laboratori del centro di biotecnologia molecolare dell’Università di Torino, città in cui vive da otto anni. Nonostante tutto. Nonostante la malattia.

Maria, a cosa punta la tua ricerca?

«Il tumore al seno è il più frequente e rappresenta la principale causa di mortalità nelle donne occidentali, fra i 40 ed i 50 anni. Grazie alla borsa di ricerca ricevuta dalla Fondazione Veronesi cercherò di comprendere i cambiamenti molecolari che avvengono nel carcinoma mammario. L’obiettivo ultimo è sviluppare nuovi e più efficaci approcci diagnostici, terapeutici e di prevenzione. Lavorerò, in particolare, sulla proteina ErbB2. La sua marcata espressione determina un aumento della proliferazione cellulare. Nel nostro laboratorio abbiamo già dimostrato che, nei tumori mammari, l’aumento d’espressione di ErbB2 e della proteina adattatrice p130Cas promuovono la trasformazione e l’invasione delle cellule epiteliali mammarie».

Quando è nata la passione per la scienza e per la ricerca?

«L’ho sempre avuta. Quando avevo 12 anni, con una zia malata di tumore al seno, decisi di affrontare il tema della prevenzione oncologica in un convegno a cui come studentessa ebbi modo di partecipare. C’era poca sensibilizzazione, allora, su questi temi. Ma mi bastò vivere una situazione simile in famiglia per capire che avrei voluto fare qualcosa che potesse essere utile per gli altri. Non ho perso quello spirito fanciullesco: dentro di me sogno ancora di poter trovare l’arma per sconfiggere più di una forma tumorale».

Come hai vissuto la scoperta della malattia?

«Il contraccolpo c’è stato, ma la lucidità e la concentrazione non sono mai venute meno. Così sono andata avanti, tanto nella lotta personale alla malattia quanto nella sfida che si gioca in laboratorio. Sono in terapia, ma credo che il tumore sia prossimo a essere sconfitto».

Come trascorri il tuo tempo libero?

«Non che ne abbia abbastanza, lavorando e avendo due figli: di tre e sette anni. Di norma sono in laboratorio tra le 9 e le 19, fino al venerdì. Ma quando ci sono da fare esperimenti molto lunghi, lavoro anche il sabato e la domenica. In linea generale, però, io e mio marito, non appena possiamo, ci rifugiamo in montagna. Amiamo camminare in quota e stiamo facendo scoprire questa passione anche ai nostri bambini».

Qual è il momento della vita professionale che vorresti incorniciare?

«La massima soddisfazione per un ricercatore si ha quando si raggiungono i risultati che, nell’ipotesi di lavoro, erano descritti come quelli attesi. Da dimenticare, a parte la scoperta della malattia, ce ne sono pochi. Gli insuccessi fanno parte della vita di uno scienziato. Quando si verificano, vanno visti come punti di partenza da cui intraprendere un nuovo percorso». 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Con un camice, in laboratorio. Non potrei fare altro, sinceramente. Ma so bene che la carriera di un ricercatore non è facile, in Italia: con questa precarietà, che si ripercuote anche sulla vita privata, diventa difficile fare programmi a medio e a lungo termine».

Cosa, invece, ti piace di più della ricerca scientifica?

«La curiosità che caratterizza i momenti in cui si attendono gli esiti di un esperimento e lo scambio di idee costante con i colleghi. Ma non disdegno nemmeno la fase di scrittura di un paper, che per molti è invece la parte meno appassionante di questo lavoro».

Fabio Di Todaro
@fabioditodaro

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