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Neuroscienze

A 28 anni terrorizzata per attraversare la strada

pubblicato il 30-01-2012

«L’attacco fu improvviso: angoscia, la gola chiusa, il cuore a mille, la sensazione di morire. Poi è tornato cento volte. E m’è venuta la paura di piazze, folla, tunnel. Una vita impossibile. Si chiama panico, ed è una malattia. Curabile, per fortuna»

A 28 anni terrorizzata per attraversare la strada

Gli psichiatri dicono che il primo attacco non si scorda mai. Proprio come il primo amore. Ma c’è poco da scherzare. Un attacco di panico è tremendo. Avvenne  a una partita di tennis. Faceva un gran caldo, mi ero stancata giocando e come smisi e mi dirigevo alle docce ecco, a ciel sereno, il cuore cominciò a battermi all’impazzata, la gola era chiusa, non respiravo, mi sentii morire, “muoio, muoio” mi dicevo sedendomi per terra. Mi vennero incontro, che cosa avevo?, vuole che chiamiamo un medico? Poi mi ripresi, dopo un lunghissimo… minuto!

Ma che cosa avevo avuto?,  mi chiedevo poi. Forse una conseguenza dello stress da caldo più stanchezza?

Ma l’attacco ritornò più e più volte, sempre senza preavviso, inoltre io avevo subito imparato a temerlo e a bloccarmi in un numero crescente di situazioni. All’inizio la crisi veniva prima del pranzo e mentre cercavo una cura avevo constatato che se mangiavo  verso le 12 l’attacco non veniva. Così pranzavo prima del resto della famiglia, a parte.  La pace durò poco. E nella ricerca della cura fui fuorviata: mi consigliarono prima un neurologo, poi uno psichiatra “che è anche psicoanalista”. Pessima abbinata. Mi faceva andare da lui due volte la settimana a parlare e mi dava dei farmaci che, come ho potuto capire dopo, erano del tutto inadeguati.

La mia vita ormai era devastata.. Non potevo andare in strada da sola, le scale mobili mi terrorizzavano, idem l’ascensore: la paura mi prendeva la gola , la testa, le orecchie. A salire o scendere le scale per più di un piano mi sentivo soffocare e mi si chiudevano le orecchie come in alta montagna. L’ansia mi torturava alla vista di un ponte o di una grande piazza. Mi sentivo persa e bisognosa di un bastone cui appoggiarmi.

Dopo circa un anno, sono stata indirizzata da un altro psichiatra che, senza troppe “chiacchere”, mi disse un nome preciso per la malattia: disturbo di panico, e mi diede delle medicine che si sono rivelate per me miracolose. Adesso mi vengono le lacrime agli occhi quando mi accorgo che posso attraversare una strada senza accovacciarmi nel mezzo per il terrore. Se penso che a 28 anni, così giovane ed essendo anche una bella ragazza, imploravo i passanti come fanno i vecchi: “Per favore,  mi aiuta ad attraversare la strada?”. Quando mi sveglio al mattino ed esco assaporo tutto di un mondo che non mi è più ostile.

Togliere le medicine? Ha dovuto insistere lo psichiatra dopo un paio d’anni che stavo bene per diminuire le dosi e, successivamente, sospenderle. Era tale la “grazia” che mi avevano fatto che io volevo tenermele ben strette.

Cecilia R., Milano

Cos'è un attacco di panico? - Risponde Gian Franco Placidi, ordinario di psichiatria all’Università di Firenze


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