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Neuroscienze

Giudiziari ma sempre manicomi: la battaglia per chiuderli

pubblicato il 06-12-2011

Nei prossimi giorni molte iniziative delle 25 associazioni in lotta per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. “Ergastoli di fatto o lunghe pene per piccoli reati”, sono le accuse. “Qui finiscono i più poveri e indifesi”. Convegni, libri, festival da Trieste a Potenza

Giudiziari ma sempre manicomi: la battaglia per chiuderli
Nei prossimi giorni molte iniziative delle 25 associazioni in lotta per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. “Ergastoli di fatto o lunghe pene per piccoli reati”, sono le accuse. “Qui finiscono i più poveri e indifesi”. Convegni, libri, festival da Trieste a Potenza

“Negli ospedali psichiatrici giudiziari finiscono i più poveri e i meno acculturati e lì restano spesso per anni e anni, anche con reati di poco conto. Fino al caso degli ‘ergastoli bianchi’ come li chiama l’on. Ignazio Marino. A volte per avere, che so, rubato una bicicletta o scassato una slot machine”. Giovanna Del Giudice, psichiatra, portavoce nazionale del Forum salute mentale, spiega così una delle motivazione che spingono la sua associazione e altre 24, riunitesi in maggio nel gruppo “Stop Opg”, a chiedere l’abolizione di tali strutture, con grande intensità di incontri e di iniziative.

BASAGLIA E MARINO- In molte di queste iniziative si richiama il nome e la dottrina di Franco Basaglia ricordando che sono passati 33 anni dalla riforma per la chiusura dei manicomi che porta il suo nome e che ora Stop Opg chiede di estendere con urgenza al settore giudiziario. La contestazione dei “manicomi criminali”, come erano chiamati, è di lunga data ma ha ripreso virulenza quando, l’estate scorsa, la Commissione parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore Ignazio Marino, il celebre chirurgo dei trapianti, ha effettuato visite a sorpresa in alcuni dei sei opg italiani ricavandone racconti e immagini di puro orrore. Come un uomo legato nudo a un letto provvisto di un buco per il libero scorrere di urine e feci, un altro legato immobile da 5 giorni senza neppure un campanello per chiamare gli infermieri, altri rimasti “dentro” di proroga in proroga, anche 25 anni, pur avendo estinto da tempo la sanzione carceraria loro inflitta.

TANTI “DIMISSIBILI”- “Sono 399, su una popolazione di 1.500 internati, quelli che dovrebbero essere dimessi subito ma restano ‘dentro’ perché Regioni e Asl non hanno predisposto adeguate strutture esterne di accoglienza e programmi di reinserimento”, denuncia Stefano Cecconi, responsabile delle politiche per la salute della Cgil, che aderisce alla campagna. “La qualifica di ‘dimissibili’ ha due aspetti”, spiega il professor Leo Nahon, primario di psichiatria all’ospedale Niguarda di Milano. “C’è la dimissibilità clinica, quando il medico dichiara che la cura della malattia mentale può proseguire altrove, fuori da una struttura giudiziaria. Ma poi c’è la dimissibilità sociale: a chi si affida questa persona non più ‘pericolosa’ ma sempre da curare? Le famiglie spesso sono sparite o non ne vogliono sapere, occorrerebbe preparare delle strutture specifiche per pazienti psichiatrici che in passato sono stati giudicati, cioè che hanno commesso un reato”.

PROROGHE SU PROROGHE- E’ allora che scattano le ‘proroghe’: non sapendo dove mandare questi malati, i giudici rinnovano la sentenza di pericolosità sociale. “La cosa è aggravata dal fatto che negli opg le misure di sicurezza vengono riviste a scadenze fisse: dopo 2 anni, 5 anni, 10 anni”, chiarisce Giovanna Del Giudice. Spiegando anche perché nell’opg finiscono quasi solo i più deboli, quelli che non sanno difendersi: chi è ricco e di un buon ambiente sociale può avvalersi dei migliori avvocati ed esperti e sa sfruttare al meglio le due sentenze con cui la Corte costituzionale, nel 2003 e nel 2004, ha dichiarato lecito e auspicabile il ricorso a trattamenti alternativi all’opg in ogni fase. “Quelli mostrati da Marino sono lager, non ospedali”, ha commentato il professor Umberto Veronesi. Aggiungendo: “Quale avvocato invocherebbe per il suo assistito di avere agito in stato di infermità mentale se potesse vedere che cosa toccherà poi al suo disgraziato cliente? Invece di curare, molti farmaci vengono usati al solo scopo di contenere il malato, creargli una ‘camicia di forza’ chimica“. “Abbiamo trovato persone abbrutite e non curate”, conferma Ignazio Marino, “ dove la dignità della persona non è rispettata né la pena è commisurata al reato: per ingiurie, rissa o danneggiamento di oggetti in un luogo pubblico non si può restare reclusi così, per anni”.

L’INCURIA DI 10 REGIONI- L’alternativa disegnata dal senatore pd sono comunità affidate, per la cura, a psichiatri e psicologi e dipendenti dalle Regioni. “Avevamo anche individuato presso il Ministero della salute 5 milioni di euro per dar vita a queste strutture”, dice ora Marino, “ma ben 10 Regioni non hanno neppure chiesto di accedere a questi fondi”. Il passaggio degli opg dal Ministero della giustizia a quello della salute e, dunque, alle Regioni e ai Dipartimenti di salute mentale è stato deciso nel 2008 con un decreto ministeriale, passaggio fondamentale cui però le Regioni si sono adeguate lentamente e che ancora non è stato adottato dalla Regione Sicilia.  Il “doppio binario” dove scontare una detenzione penale creato dagli opg poggia, dicono le 25 associazioni, su un presupposto sbagliato: che molti malati siano in totale incapacità di intendere e di volere. “Questa condizione è invece un evento talmente eccezionale”, dicono i vari operatori “da non giustificare l’esistenza di un istituto di pena a parte, come l’opg”. “Quanti commettono un reato mantengono per lo più la capacità di riconoscere il loro reato, quindi devono essere messi in carcere, con una sentenza che terrà conto delle loro condizioni mentali come un’attenuante tra le altre”, dicono Giovanna Del Giudice e Stefano Cecconi. “ E nel contempo vanno curati”.

“SONO COLPEVOLI”- Concorda Leo Nahon: “Per me deve rimanere l’aspetto della colpa, della responsabilità, anche i malati più gravi devono rispondere di fronte alla legge come gli altri. Il mio suggerimento è di fare dei reparti psichiatrici dentro le carceri. Già a San Vittore, a Milano, ne esiste uno dove viene spostato chi si ammala di un disturbo mentale mentre sta scontando la pena”. E’ un’ipotesi che considera anche Giovanni Cassano, professore emerito di psichiatria all’Università di Pisa: “Sì, si può pensare a strutture contigue alle carceri. Ma, è d’obbligo chiedersi, come sono le carceri italiane? Questi malati devono avere intorno persone più che preparate e un’assistenza intensiva. Infermieri espressamente formati che seguano il detenuto-paziente dal lato sanitario ma che sappiano anche svolgere funzioni di custodia perché non faccia violenze sugli altri. O su se stesso. Sono malati più che difficili. Purtroppo non tutti sono curabili con gli attuali mezzi farmacologici. E chi è stato molto grave resta pericoloso. La patologia criminale esiste, è congiunta alla medicina legale e forense. Per seguire questi pazienti occorre un’ultraspecializzazione della psichiatria”. La paura di Cassano è che alla giusta richiesta di abolizione degli opg e al giusto affidamento del settore alle Regioni e alla sanità del territorio non segua la dotazione di mezzi adeguati: “Lo stato di abbandono dei malati si verifica in tante altre strutture psichiatriche, non giudiziarie. Tante sono affidate ai privati, soprattutto al Sud, comunque oltre il 50% in tutta Italia mentre per la medicina interna e per la chirurgia si registra solo un 20% in mano ai privati. E lì chi controlla?”. La preoccupazione basilare che lo psichiatra pisano ripete è questa: “Non facciamo le cose facili!”.

I “DANNI COLLATERALI” DEL1978- A tale proposito a chi fa il cronista corre l’obbligo di ricordare cosa accadde dopo la cosiddetta legge Basaglia nel 1978: i manicomi furono chiusi senza che fossero state predisposte strutture alternative, per cui molti malati si ritrovarono ‘liberi’ sì, fuori sì, ma abbandonati a se stessi e ci fu una vera strage. In una manifestazione a Torino proprio gli psichiatri che erano stati pro riforma li dichiararono, polemicamente per una simile applicazione dei principi basagliani, ‘desaparecidos’. Molti, infatti, finirono sotto i ponti, sotto i treni, sotto i tram o si uccisero deliberatamente. Altri trovarono la porta delle famiglie di origine: e le famiglie si trovarono sconvolte e sole, con quel tremendo carico di un congiunto malato mentale. Le cose, allora, erano state fatte facili. Un’esperienza da non replicare.

Serena Zoli

GLI APPUNTAMENTI DELLA PROTESTA

A cominciare da mercoledì e durante due settimane ecco gli incontri e i dibattiti organizzati dalle 25 associazioni in lotta per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari

  • a Trieste la seconda edizione di “Impazzire si può” da mercoledì 22 al 24, presso il parco di San Giovanni, una tre giorni in cui a guidare i giochi dovrebbe essere il pubblico-assemblea con gli esperti ad ascoltare;

  • ancora mercoledì la presentazione del libro Il folle reato presso l’opg di Castiglione delle Stiviere (Mantova);

  • giovedì il convegno “A porte aperte” al Museo provinciale di Potenza

  • e ancora giovedì il convegno “Un progetto per la chiusura dell’opg di Montelupo Fiorentino” presso l’Auditorium S. Apollonia di Firenze, organizzato dalla Regione Toscana e dal Centro Basaglia di Arezzo.

  • dal 28 giugno al 2 luglio, a Buggiano di Potenza una lunga manifestazione, “Roba da matti”, chiamata provocatoriamente Festival.


Gli ospedali psichiatrici giudiziari italiani sono 6: 

Aversa (Caserta), Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), 2 a Castiglione delle Stiviere (Mantova), l’opg maschile e l’unico opg femminile d’Italia.



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