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Neuroscienze

Quando lo schermo diventa un rischio per la salute mentale dei più giovani

Più tempo davanti a schermi e streaming è associato, nei preadolescenti, a un aumento di ansia e depressione e a cambiamenti nei meccanismi cerebrali che regolano autocontrollo e benessere mentale

Più tempo trascorso davanti agli schermi durante l’infanzia e la preadolescenza si associa, negli anni successivi, a un aumento del rischio di ansia, depressione, stress e comportamenti aggressivi. A rafforzare un filone di ricerca già ampio è ora un nuovo studio longitudinale condotto su 4.557 preadolescenti, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Clinical and Health Psychology, che ha seguito i partecipanti per tre anni analizzando l’impatto dell’uso quotidiano di smartphone, computer e televisione sulla salute mentale.

LO STUDIO

A tre anni dall’inizio dell'indagine, i giovani (di un’età media iniziale di 10 anni) che avevano trascorso più tempo al telefono, al computer o davanti alla tv mostravano una maggiore probabilità di riportare ansia, stress e depressione. «Per quanto sia difficile stabilire una relazione causa-effetto univoca, molti studi confermano questa associazione», nota Stefano Vicari, Responsabile dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e autore del libro Adolescenti interrotti.

«Le richieste di aiuto in psichiatria per i giovani in età evolutiva sono aumentate drasticamente con la diffusione capillare degli strumenti digitali, avvenuta circa 15 anni fa. Nel periodo 2010-2013 accoglievamo nel nostro Pronto Soccorso circa 230 ragazzini l’anno; oggi superano i 1.600». Un quadro confermato dal recente rapporto UNICEF sullo stato dell’infanzia nell’Unione Europea: il 13% dell’intera popolazione giovanile europea vive con un disturbo mentale. Con l’ingresso nell’adolescenza la prevalenza sale al 19%, con l’8% dei ragazzi che soffre d’ansia e il 4% di depressione. «Se diversi studi mettono in relazione le ore passate davanti allo schermo con la sintomatologia ansiosa o depressiva – aggiunge Vicari – esistono anche evidenze che mostrano come un allontanamento dai dispositivi porti a una riduzione di tali sintomi».

IL PESO DELLO STREAMING E DEGLI ALGORITMI

In questo caso i ricercatori hanno analizzato l’impatto specifico di sei diverse attività digitali: televisione, video, videogiochi, messaggistica, chat video e social media. Hanno così scoperto che, in particolare, guardare video online (streaming su piattaforme) per molte ore è l'attività più fortemente associata a problemi di salute mentale, con un impatto misurabile sui cambiamenti funzionali e strutturali del cervello.

«Vedere video in continuazione porta a una serie di problemi. Pensiamo all’insoddisfazione e al calo di autostima generati dai modelli di corpi, specialmente femminili, ritratti online», commenta Marco Gui, professore di sociologia dei media all'Università di Milano-Bicocca e presidente della Fondazione Patti Digitali, estendendo il discorso ai social. «Il problema è che i social media si sono trasformati: da luoghi di interazione sociale sono diventati flussi di contenuti proposti per tenerci incollati allo schermo».

Conosciamo bene la capacità degli algoritmi di proporci video utili o divertenti. Tuttavia, questa personalizzazione, basata su stimoli gratificanti a breve termine, facilita l’innescarsi di meccanismi di dipendenza. «Tra i giovani che incontriamo in reparto riscontriamo comportamenti simili a quelli di altre dipendenze, come lo shopping compulsivo o il gioco d’azzardo», nota Vicari. «Se a un bambino si scarica il telefono e il genitore non ha il caricabatterie, la reazione può diventare incontrollabile. Proprio come accade in caso di astinenza da sostanze. E con il tempo, per sperimentare la stessa gratificazione, servono sempre più ore».

UN OSTACOLO ALL’AUTOCONTROLLO

Questo accade a ogni età, ma la preadolescenza è una fase particolarmente delicata. Gli autori dello studio hanno osservato cosa succede nel cervello dei giovani partecipanti tramite risonanza magnetica, individuando un meccanismo preciso.

Un uso più elevato di attività come la visione di video è risultato associato, negli anni successivi, a variazioni nella comunicazione funzionale tra due reti di neuroni: il Cingulo-Opercular Network (CON), coinvolto nel controllo cognitivo e attentivo, e il Retrosplenial Temporal Network (RTN), implicato nell’integrazione di informazioni che riguardano memoria e contesto. Questo suggerisce che, in una fase di particolare plasticità cerebrale, livelli più elevati di esposizione a contenuti video possano essere collegati nel tempo a cambiamenti nei circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione del comportamento e del benessere psicologico.

«In Italia la preadolescenza coincide con il passaggio alle scuole medie, il momento in cui si comincia a diventare autonomi nella gestione del tempo. È una fase di grande sensibilità emotiva associata però a una scarsa capacità di autocontrollo», spiega Gui. «Se in un momento così delicato diamo libero accesso a strumenti progettati per profitto per tenerti attaccato allo schermo, indirizziamo l’attenzione del giovane verso una dimensione di pura gratificazione immediata».

UNA TECNOLOGIA PER OGNI ETÀ

Non si può prescindere dal digitale, che porta con sé dei vantaggi. Bisogna però trovare un equilibrio che non comprometta lo sviluppo. Vicari e Gui concordano sulla necessità di stabilire età minime per l’uso dei dispositivi personali. «Bisognerebbe evitare di lasciare un bimbo di meno di 5 anni da solo davanti alla televisione, anche se si tratta di cartoni animati, che oggi hanno ritmi molto diversi dal passato e possono essere fonte di stress. Fin da subito bisogna accompagnare i bambini nella visione, facendola diventare un’occasione di relazione e non di abbandono», sottolinea Vicari.

Lo smartphone personale andrebbe introdotto non prima dei 13 anni, per poco tempo al giorno e verificando sempre l'uso che ne viene fatto. Fondamentale è proporre dei limiti in famiglia: «Si potrebbero spegnere tutti i cellulari alle 8 di sera fino alla mattina dopo: ricordiamoci che l’esempio conta più di qualunque regola, e spesso sono i genitori stessi che non riescono a separarsi dagli schermi», nota Vicari. Secondo Gui, inoltre, ogni Paese dovrebbe riflettere sull'opportunità di stabilire età minime per l'accesso ai social media.

A SCUOLA DI DIGITALE

Un altro fronte su cui lavorare è lo sviluppo di competenze per un uso consapevole dei media. «Oggi questo tema è affrontato in modo molto parziale con il corso di educazione civica digitale nelle scuole», spiega Gui. «Dal 2019 sono previste 33 ore l’anno in cui si affrontano tre pilastri: istituzionale, ambientale e digitale. Al digitale sono quindi dedicate una decina di ore in cui ogni scuola si occupa del tema che preferisce. Servirebbe un percorso strutturato che offra contenuti indispensabili e porti poi a una sorta di patentino».

Esistono diversi progetti che vanno in questa direzione, tra cui Benessere Digitale, diretto da Gui e testato in uno studio pubblicato su Computers & Education nel 2023. La ricerca, che ha coinvolto oltre 4.000 studenti di 45 scuole superiori del Nord Italia, ha dimostrato che un percorso di Media Education basato sulla spiegazione dei meccanismi economici dell’attenzione e sull'insegnamento di strategie pratiche di gestione porta a una riduzione statisticamente significativa dell’uso problematico dello smartphone e a un aumento della capacità di concentrazione.

E POI C’È L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Gli effetti negativi del digitale, in particolare tra bambini e adolescenti, sono dovuti soprattutto a un uso scorretto e sregolato degli strumenti diffusi negli ultimi anni.

Cercare di regolare in qualche modo le nuove tecnologie, nell’ottica di garantire il benessere mentale dei giovani, è oggi particolarmente importante.

«L’intelligenza artificiale generativa sta aprendo scenari nuovi, dai confini ancora più incerti», conclude Gui. «Molti ragazzini si rivolgono a questi strumenti: per questo dobbiamo regolarne l’uso per affrontare le sfide future in modo più efficace di quanto abbiamo fatto nell’era degli smartphone e dei social».

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