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Neuroscienze

I disturbi di memoria dopo l’anestesia si possono prevenire

pubblicato il 13-04-2015
aggiornato il 20-02-2017

Per uno studio canadese un terzo delle persone operate perde ricordi, a volte anche per dei mesi. Ma ci sono metodi, dice un esperto, per evitare lo spaesamento cognitivo indotto dall’intervento chirurgico

I disturbi di memoria dopo l’anestesia si possono prevenire

Dopo l’anestesia, perdita di memoria. Per tanti se non per tutti. La ricerca parte dalla descrizione di questa conseguenza e la analizza. Scrivendo: «Finora gli scienziati non hanno capito perché un terzo dei pazienti che si sono sottoposti a un intervento chirurgico e all’anestesia riscontrano un qualche disturbo cognitivo all’uscita dall’ospedale, tipo la perdita della memoria.

Per un paziente su dieci la situazione persiste ancora dopo tre mesi». La professoressa Beverley Orser col suo gruppo dell’Università di Toronto (Canada) specifica che l’anestesia attiva recettori per la perdita di memoria, così da assicurare che i pazienti non ricorderanno i momenti (per forza) cruenti della chirurgia. La sua scoperta è che questa attività cerebrale di cancellazione del vissuto continua anche molto dopo il risveglio della persona. Invece della memoria, si può anche perdere il sonno. O avere un disagio come da spaesamento. E comunque ci sono gruppi più a rischio di altri, tipo gli anziani, così come interferiscono lo stato di salute generale, il tipo di anestetico usato, il tipo di intervento chirurgico (più è pesante, più incide).

 

NON SOLO L’ANESTESIA

E concludono, i ricercatori canadesi: la realtà è che sappiamo poco dei farmaci che usiamo per l’anestesia e che comunque questi non inducono il sonno, come pensano i pazienti, ma generano un coma farmacologico. Da tutto l’articolo emana un’atmosfera un poco allarmante, oltretutto non è un fatto notorio tra il pubblico la possibilità di vuoti di memoria in seguito a un’anestesia. Tutt’altra è l’atmosfera che creano le parole di Luigi Beretta, primario dei Servizi di Anestesia e Terapia intensiva neurochirurgica al San Raffaele di Milano.  Intanto sposta subito l’attenzione (e l’indice) dall’anestesia all’intervento chirurgico «di cui l’anestesia e solo una componente». Quel che conta è che una persona va a stare fuori di casa sua, è in tensione, preoccupata, l’intervento è sempre una manipolazione, c’è perdita di sangue. «Da qui possono nascere disturbi cognitivi da definire post-operatori, non post-anestesia», contesta il professor Beretta. «Ci può essere anche calo dell’attenzione, depressione. Raramente delirio post-operatorio. Parlerei, dunque, di influsso globale».

 

NUOVE REGOLE, PRESTO A CASA

Ma è vero che l’anestesia induce un coma farmacologico, non fa soltanto dormire? «Se uno fosse addormentato a toccarlo si sveglierebbe, come è esperienza di tutti, no? Diciamo che il paziente si trova in una perdita di coscienza indotta dai farmaci». E si deve sorbire le inevitabili - per alcuni - conseguenze di spaesamento e smemoratezza.

Nient’affatto, replica lo specialista, molto si può - e si deve – fare per evitare il disagio cognitivo. «Noi ci atteniamo al progetto Eras che applica nuove regole per migliorare il recupero post-operatorio», spiega Beretta. Ed enumera i punti chiave:

1) visita del paziente e descrizione dettagliata di quanto avverrà (counseling) fatta insieme da chirurgo, anestesista, infermiere.

2) evitare la vecchia tradizione del lungo digiuno per tre giorni, tra pre e post intervento. Il malato dovrà mangiare e bere spontaneamente il più vicino possibile al momento della chirurgia e riprendere velocemente dopo. «Si tratta di fargli riprendere le normali funzioni fisiologiche al più presto», dice il primario anestesista.

3) così non deve neppure star fermo per tre giorni. Bisogna “mobilizzarlo” al più presto, farlo tornare alla normalità e al recupero di sé.

4) impiegare tecniche anestesiologiche diverse che riducono fortemente il disagio post-operatorio senza farmaci per endovena (come la morfina) che hanno un effetto sulle facoltà cognitive

5) in conseguenza di tutte queste regole, la degenza sarà il più breve possibile in modo che la persona possa tornare a casa sua e alla sua vita consueta prestissimo

6) c’erano, infine, i drenaggi, che inchiodavano in ospedale per tre giorni dopo l’intervento. «Invece ne basta uno in sicurezza, se fatto in un certo modo».

Poi il paziente può lasciare l’ospedale. «Meno spaesato, meno scosso nelle sue abitudini, essendo stato accudito con un metodo peri-operatorio tagliato su misura per lui», conclude il professor Luigi Beretta.

 

 

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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