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Neuroscienze

I malati di ludopatia attratti più dai soldi che dal sesso

pubblicato il 02-12-2013

Lo dimostra una ricerca che ha studiato con risonanza magnetica l’area del cervello che presiede a questi impulsi dei giocatori d’azzardo

I malati di ludopatia attratti più dai soldi che dal sesso

Il denaro vince sul sesso, che pure è un istinto così primordiale. Accade nella mente dei giocatori patologici. L’indagine esplorativa su 18 di loro è stata condotta con la Risonanza magnetica funzionale che permette di vedere il cervello “in azione”: ai 18 - e ad altri 20 non affetti da compulsione per il gioco d’azzardo - sono stati dati da svolgere alcuni compiti che implicavano, poi, un premio in soldi oppure in stimoli erotici visivi. Ebbene, i giocatori compulsivi hanno mostrato nella zona dello striato ventrale minori reazioni agli stimoli sessuali che davanti  al denaro. Nel gruppo di controllo, le 20 persone non affette da patologia ludica (“ludopatia”), si è verificato esattamente il contrario: più eccitante il sesso.

PIU’ DENARO PIU’ GIOCO - Un proseguimento del test ha evidenziato ancora un’altra area cerebrale sollecitata diversamente nei due gruppi di fronte alle diverse ricompense. I ricercatori francesi del Centro di neuroscienze cognitive di Lione, che hanno condotto l’esperimento sotto la guida del dottor Jean-Claude Dreher, hanno commentato che il cervello dei drogati dal gioco «appare condizionato a preferire i soldi in quanto potenziale sostegno per continuare a giocare». La stessa osservazione fa il professor Donato Munno, psichiatra dell’ospedale Le Molinette di Torino, esperto nelle “nuove dipendenze”. Che aggiunge: «Di fronte a qualunque “droga” (alcol, stupefacenti, gioco, internet) l’oggetto della dipendenza viene al primo posto. Persino il mangiare, che è un istinto davvero primario, si sposta al terzo o quarto posto. Prima osservazione sullo studio di Lione: i bisogni patologici scavalcano i bisogni fisiologici. Seconda osservazione: quanto la risonanza ha evidenziato nello striato ventrale  è la dimostrazione biologica di una dimensione psicologica».

CAUSA O EFFETTO? - E’ la psicologia che si “incarna” in quel segnale di una zona cerebrale oppure il segnale colto dalla risonanza magnetica è la causa della ludopatia e non l’effetto? Una causa genetica? «Nient’affatto – replica  Munno, che è docente di Psicologia clinica all’Università di Torino. -, correttamente si dice che è un “correlato”. L’aggressività sì che, per esempio, ha una base biologica».

Fermo nel ribadire questo concetto anche un altro esperto di Gap (gioco d’azzardo patologico): «No, la speciale attivazione neurologica non indica una predisposizione genetica innata». Piuttosto, da psicologo, andrebbe a scavare nel passato affettivo dei singoli il dottor Cesare Guerreschi, presidente e direttore clinico di una onlus di Bolzano, la Siipac  che è dedita all’”intervento nelle patologie compulsive”. Ma forte è, comunque, il significato: «Lo striato ventrale è una zona del cervello molto antica e il fatto che si attivi di preferenza per  il denaro (uno stimolo recentissimo sul piano evolutivo rispetto, ad esempio, al sesso) ci dà una misura della gravità della condizione della persona affetta da Gap».

REGALI AL POSTO DELL’AMORE - Ipotizza, Guerreschi, che per cercare una causa della dipendenza dal gioco andrebbe «ricostruita la storia del singolo, in particolare nelle fasi infanzia e adolescenza, quando il cervello è ancora molto plastico e la sua organizzazione» viene segnata dai rapporti importanti, come quelli con i genitori. C’è stato, allora, il padre o la madre che abbia cercato di compensare il senso di abbandono del figlio per la sue assenze, il suo disinteresse, con soldi e regali costosi?  La deformazione che antepone il denaro a tutto può essersi generata allora, nella delicata età dello sviluppo, producendo «un’autentica alterazione neurale come quella riscontrata nello studio lionese».

DOPPIA TERAPIA - Dai due interventi dei due studiosi si evincono anche le possibilità di cura: certi antidepressivi con azione che frena l’impulsività, suggerisce il professor Dunno; più specifiche tecniche psicologiche di decondizionamento, dichiara il dottor Guerreschi, che possono anche suggerire in certi casi l’opportunità di un ricovero in comunità. E se si riesce a uscire dal vortice del Gap, la consegna è la stessa che per gli ex alcolisti: «Mai più riprovarci, neanche per una volta!». Quel segnale nel centro antico del cervello è pronto a riaccendersi.

Serena Zoli


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