Ictus e pressione arteriosa: medici a caccia di risposte
In presenza di ictus i valori della pressione arteriosa sembrano influire sulle possibilità di guarire. Lo stato dell’arte nella ricerca
La pressione alta può provocare un ictus. Ma nei pazienti che già ne sono stati colpiti, non è detto che abbassare di molto i valori della pressione arteriosa possa essere un vantaggio. La giusta misura è ancora da comprendere, anche per i medici. Uno studio che arriva dall’Università della Georgia (Usa) ha trattato questo argomento, constatando che il 60 per cento di pazienti colpiti da ictus arrivati ai pronto soccorso americani risultavano ipertesi e alcuni studi mostravano che questo dato sembrava esporli a più alti tassi di morte e di pesante disabilità. Allora, abbassare tanto la pressione nella fase acuta? Attenzione: bisogna che il sangue abbia forza sufficiente per irrorare i tessuti cerebrali e non estendere così l’area in necrosi.
ICTUS CEREBRALE: FARE PREVENZIONE E' POSSIBILE
UN DILEMMA CLINICO: CHE VALORE E’ GIUSTO?
«Questo è un vero dilemma clinico», osserva il capo-équipe della ricerca Changwei Li, epidemiologo e biostatistico. «Finora non ci sono linee-guida e i clinici nell’affrontare questa emergenza si basano sulla propria esperienza e sapienza». Una verità ufficiale dunque non c’è. Si ritiene che sia meglio abbassare la pressione fino a quei valori che di solito i medici ci indicano come margini da non sorpassare: 140/90. Questi livelli darebbero risultati migliori della classica pressione giusta: 120/80. Per cercare una indicazione il dottor Li e i suoi collaboratori hanno esaminato i casi di quattromila partecipanti a uno studio cinese sull’ipertensione e l’ictus. Un gruppo dopo l'ictus era stato sottoposto a un lungo trattamento contro la pressione alta, mentre l'altro (di controllo) non aveva ricevute cure del genere.
BUONI RISULTATI A QUOTA 140
Il professore dell’Università della Georgia ha condotto controlli sugli uni e sugli altri dopo una settimana in ospedale, poi dopo 3 mesi, dopo un anno e dopo due anni. Alla fine i dati raccolti dai quattromila hanno detto che la pressione sanguigna tenuta sui 140 mmHg ha indotto minori conseguenze negative, tipo un secondo ictus o disturbi cardiovascolari. «Un buon controllo della pressione ci è parso, infatti, che riduca la morte dei tessuti intorno al punto colpito, eviti danni alle arterie e dia benefici sul breve e sul lungo termine», ha dichiarato Changwei Li. «Allora questi nostri dati potrebbero essere una indicazione per i medici che devono affrontare un ictus? Un suggerimento, certo, ma sui valori pressori ideali occorrono altre conferme, su larga scala».
IL PARERE
Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, concorda con i suggerimenti dell’Università della Georgia: «Nel caso dell’ictus ischemico mantenere la pressione un po’ più alta, diciamo 90/140, permette di irrorare il cervello. Tutti gli studi che sono stati fatti su interventi in fase acuta hanno mostrato che abbassando la pressione a valori normali non si hanno benefici». Ricordiamo che si sta parlando dei valori pressori da mantenere nelle persone colpite da ictus per aumentare le possibilità di recupero, non dei valori da mantenere in una persona sana che vuole ridurre il rischio di esserne colpita. Continua la dottoressa Caso: «Si sono esaminati malati colpiti da ictus, chi trattati e chi non trattati: gli esiti più negativi si sono avuti con la pressione sistolica da moderata a bassa. D’altro lato non possiamo neanche affermare che le cose stiano così. Siamo tutti alla ricerca del valore ottimale in un ictus acuto». Un dilemma clinico a tutte le latitudini, come dice il professor Li.
I dieci farmaci che hanno cambiato la medicina in 70 anni
Cloropromazina (1953) Si tratta del primo antipsicotico, sintetizzato nel 1951 e lanciato in Gran Bretagna nel 1953. Secondo gli esperti, il farmaco ha rappresentato una rivoluzione nell'assistenza alle persone affette da schizofrenia. A partire dalla cloropromazina, sono state sintetizzate le successive molecole utilizzate per il trattamento della depressione, della fase maniacale del disturbo bipolare e degli stati di agitazione
Vaccino antipolio (1955) Si tratta del primo antidoto utilizzato all'interno di un programma di vaccinazione voluto dal sistema sanitario inglese (Nhs). Le stime dicono che, soltanto in Inghilterra, sia stato in grado di prevenire diecimila decessi negli ultimi sessant'anni
Pillola anticoncezionale (1961) La contraccezione orale ha rappresentato una novità assoluta, perché per la prima volta è stato proposto a persone sane di assumere un farmaco. In questo modo si è contribuito a ridurre le gravidanze indesiderate e l'incidenza del parto pretermine e della morte fetale
Penicilline di seconda-quarta generazione (1961) Ampicillina, Amoxicillina e Flucloxacillina: queste le penicilline considerate più innovative, a poco più di trent'anni dalla messa a punto della prima (1928). L'impiego di questi farmaci ha ridotto i tassi di infezione nelle procedure chirurgiche
Betabloccanti (1965) I betabloccanti vengono utilizzati principalmente come antiaritmici, antipertensivi e antianginosi. Il primo a essere usato fu il propanololo. L'impatto, oltre che sulla salute dei pazienti, è stato significativo anche per le casse dello Stato, grazie a una notevole riduzione nel numero dei ricoveri
Beta agonisti (1969) Il salbutamolo, primo beta agonista a lunga durata, ha rivoluzionato l'approccio terapeutico all'asma e alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), malattie che fino agli anni '60 determinavano un numero di decessi ben più alto rispetto a quanto registrato in seguito
Tamoxifene (1972) Il tamoxifene è un farmaco antitumorale assunto per via orale, scoperto casualmente mentre si cercava di sintetizzare un nuovo anticoncezionale. Inizialmente venne utilizzato nei casi di tumore mammario metastatico con buoni risultati, ma s'è poi scoperto che è in grado di prevenire la ripresa della malattia (recidiva) in donne già operate per tumore al seno
Immunosoppressori (1983) Gli immunosoppressori (il primo è stato la ciclosporina) hanno rivoluzionato il campo dei trapianti d'organo, elevando i tassi di successo e riducendo i costi di ospedalizzazione. In seguito il loro utilizzo è aumentato: oggi sono impiegati per controllare anche le gravi manifestazioni allergiche e le malattie autoimmuni
Antiretrovirali (1987) La zidovudina è stato il primo farmaco messo a punto per trattare l'Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita provocata dall'Hiv. Secondo gli esperti, ha contribuito a evitare quella che avrebbe potuto essere una pandemia, riducendo sopratutto la trasmissione verticale (mamma-figlio) dell'infezione
Vaccino morbillo-parotite-rosolia (1988) Un primo vaccino per prevenire il morbillo fu reso disponibile nel 1963, quelli per la parotite e la rosolia furono resi disponibili nel 1967 e nel 1969. I tre vaccini sono stati combinati nel 1971 per diventare il vaccino morbillo-parotite-rosolia (MPR), offerto a tutti i cittadini inglesi dal 1988 a partire dall'anno di età, con una seconda dose prima di cominciare la scuola (tra i 5 e 6 anni)