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Oncologia

Tumore al seno: quanto prolungare la terapia ormonale adiuvante?

pubblicato il 28-11-2017
aggiornato il 20-02-2018

Uno studio suggerisce di prolungare fino a 10 anni la terapia ormonale nei tumori al seno ormono-dipendenti. Ma i casi sono da selezionare con cura

Tumore al seno: quanto prolungare la terapia ormonale adiuvante?

Il limite, in molti casi, è già stato superato. Ma quella in corso potrebbe essere una fase di svolta per la gestione della terapia ormonale adiuvante indicata alle pazienti operate di tumore al seno: nello specifico le forme ormono-dipendenti, pari al 75 per cento delle nuove diagnosi. In molti casi la soluzione, adottata per ridurre il rischio di recidiva della malattia, risulterebbe più efficace con un allungamento dei tempi di somministrazione: dagli attuali cinque ad almeno dieci. 


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CONFERME A CINQUE ANNI

La notizia giunge da un'ampia metanalisi pubblicata sul New England Journal of Medicine in cui sono stati presi in considerazione i dati tratti da 88 studi clinici: per un totale di oltre 62mila donne coinvolte, tutte colpite da un tumore sensibile ai recettori estrogenici. Le pazienti - una volta trattate chirurgicamente e in alcuni casi con chemio e radioterapia - avevano iniziato la terapia ormonale adiuvante, così come da prassi. Obiettivo: distruggere eventuali cellule tumorali ancora presenti e non uccise con il trattamento iniziale. Il focus è stato rivolto a quelle donne che, dopo cinque anni di terapia adiuvante con tamoxifene o inibitori delle aromatasi assunti per via orale, non avevano visto ricomparire la malattia. Ma prolungando l'osservazione, in molti casi lo scenario è risultato diverso.

CURE PER IL TUMORE AL SENO:
COME SONO CAMBIATE NEGLI ANNI?

RECIDIVE COMPARSE FINO A VENT'ANNI DOPO

Lo scenario è però cambiato negli anni successivi all'interruzione della terapia ormonale, durante i quali il rischio di sviluppare una recidiva rimane costante. Oltre alla mammella, le ossa, il fegato e i polmoni sono i distretti più spesso colpiti. I ricercatori hanno rilevato la probabilità che una donna colpita da un tumore al seno potesse far registrare la ripresa della malattia fino a vent'anni dopo la diagnosi iniziale. Il rischio di recidiva è risultato direttamente legato alla dimensione e alle caratteristiche del cancro originale: nello specifico al numero di linfonodi colpiti. Per i tumori in fase iniziale - tecnicamente: in stadio T1 - la quota di donne che andava incontro a una recidiva era compresa tra il 13 (senza linfonodi colpiti) e il 34 per cento (da 4 a 9 linfonodi coinvolti): considerando un numero di linfonodi coinvolti compreso tra zero e nove. Per le neoplasie di stadio 2, più grandi dunque di due centimetri, a essere interessate dal problema era un campione più ampio di pazienti: tra il 19 (senza il coinvolgimento dei linfonodi) e il 41 (4-9 linfonodi) per cento, a seconda dell'entità del tumore al seno scoperto anni prima. Il rischio cumulativo di sviluppare una recidiva nei casi in cui il tumore arriva a colpire i linfonodi è stato stimato al 52 per cento delle pazienti. 

DONNE PIU' SICURE CON LA TERAPIA ENDOCRINA

«Partendo da quest'ultimo dato, è come dire che, interrompendo la terapia ormonale dopo cinque anni, più di una donna su due svilupperà una recidiva nei vent'anni successivi - commenta Saverio Cinieri, direttore dell’unità di oncologia medica e della breast unit dell’ospedale Perrino di Brindisi -. Ma in realtà è interessante notare come anche chi ha avuto un tumore con la prognosi più incoraggiante, non può ritenersi al riparo da una recidiva. Trova dunque conferma quello che è un orientamento seguito già da qualche anno negli ospedali italiani: l'estensione della terapia ormonale va valutata caso per caso, a eccezione delle donne in cui la malattia non ha intaccato i linfonodi. Nel loro caso si è concordi nell'interrompere la terapia ormonale dopo cinque anni».


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L'EQUILIBRIO CHE SERVE PER GESTIRE GLI EFFETTI COLLATERALI 

Il tema dell'estensione della terapia ormonale - sono già diversi che documentano un profilo di sicurezza ed efficacia almeno fino a dieci anni dopo la diagnosi della malattia - delle pazienti ormono-responsive è dibattuto in ragione degli effetti collaterali indotti dal tamoxifene e dagli inibitori delle aromatasi. Non si tratta di conseguenze particolarmente gravi, ma l'impatto sulla vita delle donne non è comunque di poco conto: vampate di calore, secchezza vaginale, dolori articolari e sindrome del tunnel carpale i sintomi più frequenti. C'è poi l'ampio capitolo del danno osseo indotto dai farmaci, le cui conseguenze sono oggi però note e dunque più facili da gestire rispetto al passato. Sta di fatto che molte donne considerano lo spartiacque dei cinque anni come una liberazione: col ritorno simbolico alla vita precedente. Altre, invece, reagiscono in maniera opposta: preoccupandosi, non avendo più lo «scudo» nei confronti della malattia. «Una ragione in più per effettuare la valutazione assieme alla paziente - chiosa Cinieri -. Oltre al grado di malignità del tumore, la valutazione deve considerare anche l'età della donna che si ha di fronte. Dopo aver seguito per un lustro la terapia ormonale, che riduce del 60 per cento il rischio di ripresa di malattia, un conto è se si ha di fronte una paziente di 55 anni, un altro se ne ha 80. In quest'ultimo caso i benefici sarebbero ridotti rispetto all'entità degli effetti collaterali».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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