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Oncologia

Tumore del collo dell'utero: obbiettivo quota zero entro il 2100

pubblicato il 07-02-2020

Aumentare la copertura vaccinale, insistere sullo screening e assicurare (se necessarie) le terapie: così il tumore del collo dell’utero potrebbe scomparire, anche dove è più diffuso

Tumore del collo dell'utero: obbiettivo quota zero entro il 2100

Entro la fine del secolo, il tumore del collo dell'utero potrebbe diventare una voce riportata soltanto nei libri di storia della medicina. Un ricordo del passato, rimosso dalla sinergia tra la vaccinazione contro il papillomavirus (Hpv) e lo screening oncologico. È questo quanto si evince da due studi pubblicati sulla rivista The Lancet da un pool internazionale di ricercatori. La sfida a quello che nei Paesi a basso e medio reddito rappresenta il secondo tumore più diffuso tra le donne può dunque essere vinta, a patto che «ci sia un notevole impegno finanziario e politico su scala internazionale, finalizzato a favorire la prevenzione, la diagnosi precoce ed eventualmente il trattamento», con riferimento alle lesioni precancerose.

 

COME FUNZIONA LO SCREENING
PER IL TUMORE DELLA CERVICE UTERINA?

 

 

VACCINAZIONE HPV E SCREENING 

Utilizzando due modelli statistici, i ricercatori sono giunti a dimostrare che, con un'azione sinergica, si potrebbe determinare una riduzione di 72 milioni delle nuove diagnosi e di 62 milioni di decessi dovuti al tumore della cervice uterina. Tutto ciò in 78 Stati (a basso e medio reddito) ed entro la fine del secolo, con risultati rilevabili anche nel breve termine. L'adozione immediata di quello che è lo schema proposto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per azzerare i numeri della malattia potrebbe infatti permettere di ridurre di un terzo i numeri della neoplasia già entro il 2030. La strategia proposta nel 2018 è la seguente: aumento delle coperture vaccinali del 90 per cento e offerta ad almeno 7 donne su 10 di uno screening cervicale in due momenti dell'età fertile (a 35 e a 45 anni). Misure che andrebbero adottate «specialmente nei Paesi che mostrano i più alti tassi di malattia», ha affermato Marc Brisson, docente di statistica ed economia sanitaria delle malattie infettive all'Università di Laval (Canada) e coautore degli studi. In questo modo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, «si riuscirebbe a garantire un trattamento precoce al 90 delle pazienti colpite dalla malattia».


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UNA FORTE DISPARITA' TERRITORIALE

Sono due le armi disponibili per ridurre i numeri e la portata del tumore del collo dell'utero: la vaccinazione contro il papillomavirus (Hpv) e lo screening, prima effettuato con il Pap test (per rilevare lesioni in fase precoce) e oggi aggiornato con la ricerca del Dna dell'Hpv (per identificare l'eventuale presenza del virus, rilevabile nell'80-90 per cento delle nuove diagnosi). La malattia, nel 2018, ha colpito all'incirca 570mila donne, mentre i decessi sono stati 310mila. Entrambi i dati risentono però del diverso impatto che la malattia ha a seconda delle condizioni socioeconomiche di un Paese. In Italia, grazie all'offerta del vaccino (gratuito per ragazze e ragazzi a partire dai 12 anni) e ai programmi di screening che permettono di diagnosticare e trattare lesioni in fase iniziale o pretumorale, l'incidenza (2.400 nuovi casi annui) e la mortalità (32 per cento dopo cinque anni) per questa malattia si sono notevolmente ridotte. Ma l’impatto resta ancora importante soprattutto laddove lo screening è meno diffuso e la profilassi vaccinale non è di fatto mai partita. «Un dramma che è ora di frenare», lo definì poco più di un anno fa Tedros Adhanom Ghebreyesus, il segretario generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Già: a patto però di fornire eguali strumenti a tutti.




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11-01-2018
L'EFFICACIA DELLA VACCINAZIONE 

L’infezione da papillomavirus è molto diffusa. La gran parte delle persone sessualmente attive vengono a contatto con il virus, che solitamente viene debellato dal sistema immunitario in breve tempo. Essere positivi all'infezione da Hpv, dunque, non vuol dire essere ammalati. Ma è un'indicazione preziosa per sottoporsi ai controlli opportuni e ridurre le possibilità di ammalarsi in futuro. In una percentuale ridotta di casi, infatti, l’infezione permane e può dare luogo a patologie benigne (condilomi e verruche) e a lesioni che nel corso degli anni possono trasformarsi in un carcinoma. La strategia preventiva passa attraverso i tre tipi di vaccini disponibili: bivalentequadrivalente e nonavalente (denominati in base al numero di ceppi virali contro cui agiscono). Quest'ultimo comprende quasi tutte le varianti implicate nell'insorgenza di condilomi e tumori, non soltanto (peraltro) della cervice uterina. In Italia il piano vaccinale prevede l’offerta attiva e gratuita della profilassi nel dodicesimo anno di età. Ma l’immunizzazione è raccomandata alle ragazze che, a 25 anni, vengono chiamate per il primo Pap test

 

IL RUOLO DELLA DIAGNOSI PRECOCE

«La vaccinazione è essenziale nel prevenire le lesioni legate all’Hpv, ma non basta - afferma Giorgio Bogani, dirigente medico della struttura di ginecologia oncologica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Vista l’ampia diffusione di diversi sierotipi di papillomavirus, è necessario sottoporsi anche a programmi di screening periodici». La diagnosi precoce rappresenta infatti l’arma più efficace per ridurre la mortalità del carcinoma della cervice uterina. In Italia la diffusione del Pap test a livello spontaneo a partire dagli anni ’60 e l’avvio dei programmi di screening organizzato hanno contribuito - grazie alla lunga fase preclinica della malattia e alla possibilità di asportare le lesioni precancerose e i carcinomi in fase iniziale - a far calare in maniera significativa la mortalità del tumore del collo dell'utero. Il consiglio è quello di sottoporsi a uno screening triennale tra i 25 e i 64 anni, anche se il sempre più diffuso passaggio all'Hpv test favorirà un aumento dell'intervallo a cinque anni (dai 30 ai 64 anni).  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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