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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 15-05-2019

Screening oncologici: resiste il divario tra il Nord e il Sud del Paese



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Cresce il numero di uomini e donne coinvolti nei programmi per la diagnosi precoce dei tumori. Ma al Sud gli screening rimangono a macchia di leopardo

Screening oncologici: resiste il divario tra il Nord e il Sud del Paese

Prevenzione e diagnosi precoce. La battaglia contro i tumori, come ricordato lo scorso 4 febbraio in occasione del World Cancer Day, passa da questi due binari. Con la prima, si può evitare l’insorgenza di un terzo dei nuovi casi di malattia. Con la seconda, si possono accrescere le probabilità di guarigione: com’è già successo a oltre 900mila italiani. Per giocare di anticipo, dunque, una delle principali opportunità è rappresentata dagli screening oncologici offerti dal Servizio sanitario nazionale. Eppure il loro utilizzo continua a essere ancora lontano dai numeri auspicabili, con il consueto gradiente che si incrocia quando si fa una «radiografia» della sanità italiana: quello tra il Sud (più indietro) e il Nord del Paese. Sono ancora troppe le persone che, dal Lazio in giù, avrebbero diritto a un controllo gratuito, ma non lo esercitano. Per inadempienze della macchina organizzativa o per scarsa sensibilità nei confronti di una medicina che può invece salvare la vita.

GLI SCREENING ONCOLOGICI IN ITALIA

I dati contenuti nell'ultimo rapporto dell'Osservatorio Nazionale Screening sono tanti e riferiscono uno scenario in chiaroscuro. A far ben sperare è l'aumento dei numeri assoluti, considerando i tre screening attivi e tutte le fasce di età: più di 14 milioni di inviti e oltre 6,3 milioni di indagini effettuate. In crescita i numeri relativi alla mammografia e alla ricerca del sangue occulto nelle feci: strategie impiegate per la diagnosi precoce del tumore al seno e del cancro del colon-retto. Sulla base dei dati raccolti dall'Osservatorio (2017), si stima che in media il 73 per cento delle donne (1,8 milioni) di età compresa tra 50 e 69 anni ha eseguito una mammografia preventiva nel corso dei precedenti due anni. Più significativa la crescita riguardante la diagnosi precoce del tumore più diffuso in Italia: oltre 2,5 milioni le persone sottoposte al test, pari al 45 per cento di uomini e donne della stessa fascia d'età. In flessione invece i numeri relativi allo screening per il tumore della cervice uterina, a cui si sono sottoposte comunque oltre 1,6 milioni di donne di età compresa tra i 26 e 64 anni (il 40 per cento). Un dato, quest'ultimo, che può essere viziato dal progressivo aggiornamento della metodica diagnostica: dal Pap test all'Hpv-test, già ultimato in oltre la metà delle regioni italiane (con un intervallo più ampio dei controlli, dai 3 ai 5 anni). 


Dai tumori si sopravvive di più dove funzionano le reti oncologiche
 

I PROBLEMI A LIVELLO LOCALE

Questi numeri offrono a Marco Zappa, direttore dell'Osservatorio Nazionale Screening, l'opportunità di essere moderatamente soddisfatto. «Nel 2017, fra l’80 e il 90 per cento della popolazione italiana in età target per lo screening mammografico e per quello cervicale e più del 75 per cento lo è per lo screening colorettale è stata regolarmente invitata. I programmi organizzati riescono a attenuare le differenze di accesso ai servizi preventivi che spontaneamente si determinano». Tutto vero, ma è proprio su questo tema che emerge il rovescio della medaglia. Dove il ricorso ai servizi sanitari è inferiore, gli screening oncologici sono meno diffusi. È quanto dicono i numeri, confrontando i tassi di copertura (rapporto tra inviti inviati e indagini svolte). Screening per il tumore al seno: si passa dal 63 per cento delle regioni del Nord al 53 e al 41 per centro rilevabile nel Centro e nel Sud del Paese. Ricerca del sangue occulto nelle feci: si va dal 52 al 24 per cento, secondo il medesimo gradiente (35 per cento al Centro Italia). Screening per il cancro della cervice uterina: si dal 28 al 51 per cento, risalendo la dorsale appenninica del Paese. «Forbici» che, in ogni caso, superano il venti per cento.

PERCHE' LO SCREENING DEL TUMORE
DEL COLON-RETTO PUO' SALVARE LA VITA? 

LE CAUSE DI QUESTO DIVARIO

Eppure dal dossier emerge che la copertura degli inviti è cresciuta al Sud e nelle Isole per tutti gli screening oncologici: rispettivamente di otto punti percentuali per lo screening mammografico, di cinque per quello cervicale e di due per quello colorettale. Come mai, allora, il divario nell'adesione rispetto alle regioni del Centro e del Nord del Paese rimane così evidente? «Probabilmente gioca un ruolo rilevante una diffusa sfiducia nella struttura pubblica - prosegue Zappa -. Anche quando questa si attiva, non riesce a convincere i propri assistiti (che talora ricorrono comunque al privato, sfuggendo così alle rilevazioni dell'Osservatorio, ndr). Per superare questa situazione, occorre investire sulla qualità del servizio e uniformando la comunicazione, per favorire un aumento dell'adesione». 


La povertà è la vera minaccia per la salute

 

Tumore del polmone: nuovi farmaci e diagnosi precoce

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UN NUOVO SCREENING ALL'ORIZZONTE?

Nel dossier, un approfondimento è dedicato all'opportunità di ricorrere alla Tac a basso dosaggio per lo screening del tumore del polmone. L'efficacia nel ridurre il numero dei decessi provocati dalla malattia è ormai fuori discussione. L'indagine guarda a coloro che hanno più di 50 anni e che risultano esposti al fumo da almeno 30 anni, con una media di 20 sigarette fumate ogni giorno. Al di là di alcuni progetti attivi in singoli centri (Campus Biomedico e policlinico Gemelli a Roma, Istituto Nazionale dei Tumori e Humanitas a Milano), l'indagine con la Tac spirale non è però attualmente offerta dal servizio sanitario. La «palla» è nelle mani del Ministero della Salute, chiamato ad attivare programmi pilota rivolti alla popolazione: dopo aver deciso chi includere nello screening, quale protocollo utilizzare, come minimizzare i possibili rischi (esposizione a radiazioni, sovradiagnosi) e come integrare la diagnosi precoce e la prevenzione (cessazione del fumo). 
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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