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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 20-11-2019

Tumore del pancreas: interventi in pochi centri per salvare più vite



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La chirurgia del tumore del pancreas (possibile in 1 caso su 5) può presentare molte complicanze. La scelta di un ospedale può fare la differenza

Tumore del pancreas: interventi in pochi centri per salvare più vite

Per salvare la vita a un maggior numero di pazienti colpiti da un tumore del pancreas, occorre agire su più livelli: dall'anticipazione delle diagnosi al perfezionamento delle cure farmacologiche. Un altro aspetto fondamentale è dato dalla centralizzazione degli interventi negli ospedali con maggiore esperienza. «È inconcepibile che la maggior parte dei centri italiani trattino un paio di casi all'anno: così il rischio di morte cresce del 300 per cento», è l'appello che giunge da pazienti e camici bianchi nella giornata mondiale dedicata alla malattia. Le chance di superare una delle forme di cancro più aggressive crescono infatti «concentrando» i pazienti nelle strutture specializzate. Sono ancora pochi in Italia quegli ospedali che possono contare su un numero minimo di casi trattati e su tassi di mortalità postoperatoria che permettano di considerarli all'altezza di uno degli interventi più complessi senza rischi aggiuntivi per i pazienti

Perché è così difficile curare il tumore del pancreas? 

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21-02-2017
OPERABILE 1 PAZIENTE SU 5

Il tumore del pancreas - quarta causa di morte oncologica: alle spalle dei tumore del polmone, al seno e al colon-retto - non è sempre operabile. Anzi. La quota delle nuove diagnosi che richiede un intervento non supera il 20 per cento. Quello che può apparire come un limite è dovuto all’impossibilità di rimuovere il tumore dai vasi circostanti e alla frequente presenza di metastasi, che rende inutile l’operazione. Ma i pazienti che finiscono sotto i ferri, subito o dopo un ciclo di chemioterapia, sono quelli che hanno maggiori probabilità di vincere la malattia. In questi casi la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi può passare dall’8 per cento (che riguarda tutti i malati di tumore del pancreas) al 20-30 per cento (per chi è stato operato con successo). La scelta della struttura, dunque, condiziona il decorso della malattia. A confermarlo sono diversi studi, l'ultimo dei quali è stato pubblicato sulla rivista Annals of Surgery. Chiare le conclusioni: più casi si gestiscono, maggiori sono le probabilità di salvare la vita ai pazienti. 

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CHIRURGIA NEI CENTRI AD ALTO VOLUME

«La chirurgia per il tumore del pancreas può essere molto dannosa, se realizzata in un ospedale che non è all'altezza - avverte Gianpaolo Balzano, responsabile dell’unità funzionale di chirurgia pancreatica dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano -. Il rischio più grave è la mortalità operatoria, che negli ospedali che effettuano meno di dieci interventi di questo tipo ogni anno può essere superiore anche del 25 per cento». Ce n'è pure un altro, altrettanto grave per il paziente. «Negli ospedali con una casistica limitata nel trattamento di questa malattia, le probabilità di assumere decisioni scorrette sono più elevate». Si può finire per perdere tempo prezioso ai fini della diagnosiintervenire su pazienti che non dovrebbero finire in sala operatoria. Scenario, quest'ultimo, che si verifica in molti centri «a ridotto volume» dove, per aumentare le performance e l'esperienza, non è così infrequente il ricorso a una chirurgia inappropriata. Questa scelta (palliativa) determina un lieve incremento delle prestazioni, a fronte di una maggiore probabilità di vedere crescere complicanze e decessi. Secondo i dati presentati durante il congresso della Società Italiana di Chirurgia, lungo la Penisola questi ospedali rappresentano i tre quarti di quelli che trattano le neoplasie pancreatiche. Troppi, con ripercussioni immaginabili per i pazienti.


Tumore del pancreas: screening efficace per le persone a rischio


VERSO LE PANCREAS UNIT?

A queste statistiche si aggiungono quelle del Programma Nazionale Esiti dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) relative al 2017, da cui si evince che il 40 per cento degli interventi è stato effettuato in dieci strutture. Nello stesso periodo, invece, in 72 centri ci si è cimentati su un unico paziente e in 33 su due. «Qualcosa di inaccettabile», aggiunge Balzano. Gli fa eco Alessandro Gronchi, presidente della Società Italiana di Chirurgia Oncologica (Sico): «I tassi di sopravvivenza a un tumore variano a seconda che l'intervento avvenga in un centro ad alto o a basso volume. Ma questa convinzione non trova ancora applicazione nel sistema dell’assistenza sanitaria italiana». In attesa di un input ministeriale, le Regioni potrebbero intanto farsi carico della razionalizzazione degli ospedali operanti sul territorio. L'obbiettivo deve essere quello di individuare un centro per regione - o anche uno in grado di coprirne più di una - in cui concentrare le professionalità necessarie per seguire questi pazienti. La decisione di eseguire l’intervento va condivisa da un team che deve essere composto da un chirurgo, dal radiologo, dal gastroenterologo, dal patologo, dall'oncologo, dal nutrizionista e dal radioterapista. Così come con le breast unit per il tumore al seno, secondo gli esperti, anche per il tumore del pancreas dovrebbero essere individuate strutture certificate sulla base della quantità, della qualità e della valutazione dei risultati clinici: le pancreas unit

CENTRI AD ALTA SPECIALIZZAZIONE IN ITALIA

In Italia, il «gotha» della chirurgia pancreatica si concentra in 150 chilometri. In quattro centri tra il Veneto e la Lombardia - l'ospedale Borgo Roma di Verona (381 interventi) e la clinica Pederzoli di Peschiera del Garda (104), il San Raffaele (187) e l'Humanitas (76) di Milano - è stato portato a termine quasi un terzo delle resezioni effettuate in Italia due anni addietro. Nel Centro Italia primeggia il policlinico di Pisa (129), dopodiché c'è un abisso prima di trovare il policlinico Gemelli di Roma (59) e il Careggi di Firenze (56). Quanto al Mezzogiorno, bisogna scorrere fino alla 14esima posizione per trovare il Policlinico di Bari, dove nel 2017 sono stati operati 26 pazienti. Oltre alla disparità di diritti garantiti a un terzo degli abitanti del Paese, c'è un altro problema che autorizza a parlare di emergenza sanitaria: il «sovraccarico» che si registra nelle strutture di riferimento. «Dove queste mancano, ci batteremo con le associazioni dei pazienti affinché vengano istituite», è il messaggio di Gronchi. In assenza di indicazioni specifiche, lo standard per considerare un centro affidabile è rappresentato dal numero di interventi effettuati (almeno 10 all'anno) e dalla mortalità che si registra nel mese successivo alla rimozione chirurgica della malattia (l'ideale sarebbe non superare il cinque per cento). 


Tumore del pancreas: la chemioterapia può fare la differenza, ma si usa ancora troppo poco


IN ARRIVO UN NUOVO SCHEMA TERAPEUTICO

Avere meno centri in cui curare il tumore del pancreas - alzando l'asticella della qualità assistenziale - è rilevante non soltanto per gli aspetti chirurgici. «I pazienti non operabili non devono sentirsi senza speranze», ha spiegato Michele Reni, direttore del programma strategico di coordinamento clinico del pancreas center del San Raffaele, nel corso di un incontro organizzato dall'associazione Codice Viola (finanzia la ricerca clinica indipendente sulla malattia). Il panorama delle cure è in evoluzione. «La chemioterapia è un'importante arma a disposizione contro il tumore del pancreas. Oggi sappiamo che lo schema PAXG, combinando quattro farmaci, migliora la sopravvivenza complessiva e aumenta l'intervallo di tempo che precede la ricomparsa della malattia». Il nuovo protocollo terapeutico è stato già approvato dall'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa): si attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per utilizzarlo nella pratica clinica

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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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