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Cardiologia

Il disturbo post-traumatico da stress triplica il rischio infarto

Una metanalisi su oltre 22 milioni di persone mostra che alcune condizioni psichiatriche, in particolare il disturbo da stress post-traumatico, sono associate a un aumento significativo del rischio di eventi coronarici acuti

Diverse patologie mentali, in particolare il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e i disturbi del sonno, sono associate a un aumento del rischio di infarto e angina instabile. È quanto emerge da una metanalisi pubblicata su JAMA Psychiatry, che ha analizzato i dati di oltre 22 milioni di persone.

Numerose ricerche avevano già suggerito un legame tra salute mentale e salute cardiovascolare, chiamando in causa meccanismi come l’infiammazione cronica, la risposta alterata allo stress e comportamenti a rischio, oltre agli effetti di alcuni psicofarmaci. Questa analisi prova a quantificare meglio il peso delle diverse condizioni.

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Nonostante le evidenze disponibili, finora sono stati pochi i tentativi sistematici di confrontare il rischio associato ai diversi disturbi mentali rispetto alla sindrome coronarica acuta (ACS), un insieme di condizioni – tra cui infarto e angina instabile – caratterizzate da una riduzione improvvisa del flusso di sangue al cuore.

Nella metanalisi, basata prevalentemente su studi osservazionali, il 12,9% dei partecipanti presentava una diagnosi di disturbo mentale all’inizio del follow-up, mentre l’1,4% ha sviluppato un evento coronarico acuto.

Il dato più rilevante riguarda il PTSD, associato a un rischio di ACS circa tre volte superiore rispetto alla popolazione generale, con un livello di evidenza definito moderato.

Anche depressione, ansia e disturbi del sonno risultano associati a un aumento del rischio, sebbene in misura più contenuta.

I disturbi bipolari e psicotici, invece, non mostrano un’associazione statisticamente significativa con l’ACS in questa analisi. Tuttavia, gli autori sottolineano che studi precedenti suggeriscono comunque un possibile legame con un aumento della mortalità cardiovascolare.

Tra le principali limitazioni: la possibile eterogeneità dei dati di base, la mancanza di informazioni dettagliate su durata del follow-up, tipologia degli eventi cardiaci e trattamenti farmacologici.

ACCANTO ALL’INFARTO, L’ANGINA INSTABILE

Sul tema interviene il professor Bernardo M. Dell’Osso, ordinario di Psichiatria all’Università di Milano e direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano:

«L'ampia metanalisi condotta su un totale di 22 milioni di pazienti mette in luce come alcuni disturbi psichiatrici maggiori quali PTSD, disturbi del sonno, disturbi d’ansia e depressivi possano essere associati a un maggiore rischio di sviluppare eventi cardiovascolari avversi, definizione che comprende diversi gradi di infarto e l’angina instabile. I meccanismi sottostanti sono molteplici, ma possono essere ricondotti in parte alla disregolazione del sistema nervoso autonomo».

IL RUOLO DELLO STRESS E DELL’INFIAMMAZIONE

Prosegue Dell’Osso: «La persistente attivazione del sistema nervoso simpatico, tipica del PTSD e dei disturbi d’ansia, comporta un aumento cronico dei livelli di cortisolo, con effetti dannosi sulla parete dei vasi e sul sistema immunitario. Questo stato favorisce l’infiammazione e aumenta la capacità aggregante delle piastrine, contribuendo alla formazione e alla rottura delle placche aterosclerotiche».

Anche i disturbi del sonno giocano un ruolo rilevante: «La disregolazione del ritmo sonno-veglia, con una riduzione della qualità e della durata del riposo, è associata ad alterazioni metaboliche, accumulo di tessuto adiposo e persistenza di uno stato infiammatorio, con effetti negativi sul controllo glicemico e sul rischio di diabete».

STILI DI VITA E ADERENZA ALLE CURE

«Depressione e ansia – conclude Dell’Osso – sono spesso associate a stili di vita non salutari, come sedentarietà, consumo di alcol e fumo, oltre a una minore capacità di gestione della propria salute. Tutti fattori che contribuiscono alla riduzione dell’aspettativa di vita nelle persone con disturbi psichiatrici non adeguatamente trattati».

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