Sport: meno morti improvvise se aumenta la rianimazione
La rianimazione cardiopolmonare migliora la sopravvivenza tra le persone colpite da un arresto cardiaco durante l'attività fisica. In Italia una nuova legge per facilitare i soccorsi
L'incidenza, ovvero il numero di episodi, è costante. Ma le morti improvvise tra gli sportivi sono oggi meno di quelle conteggiate dieci anni fa. Merito della diffusione della rianimazione cardiopolmonare come forma di primo soccorso. La procedura - che prevede una sequenza di 30 compressioni toraciche (massaggio cardiaco), alternate a due ventilazioni (respirazione «bocca a bocca» o meglio «bocca-maschera»): il tutto eventualmente seguito dal ricorso al defibrillatore - è sempre consigliata in attesa dell'arrivo dei soccorsi. E a conferma della sua validità ci sono i risultati presentati nel corso dell'ultimo congresso mondiale di cardiologia tenutosi a Parigi.
I dati presentati da Xavier Jouven, a capo del dipartimento di medicina cardiovascolare dell'ospedale Georges Pompidou della capitale francese, hanno evidenziato due aspetti: la costanza degli arresti cardiaci che si registrano tra gli sportivi e il maggiore tasso di sopravvivenza che riguarda coloro che hanno avuto la fortuna di essere stati subito soccorsi. «La rianimazione cardiopolmonare effettuata da chiunque si trovi vicino alla persona colpita da un arresto cardiaco è in grado di aumentare fino a otto volte le probabilità che questa sopravviva all'evento», ha affermato lo specialista, che ha presentato per la prima volta i dati di un'indagine condotta comparando i casi registrati nella provincia parigina in due diversi quinquenni: tra il 2005 e il 2010 e tra il 2011 e il 2016. L'incidenza, come detto, è rimasta stabile: di poco inferiore a sette casi per milione di abitanti. Nel tempo sono invece cresciute le probabilità di sopravvivere all'arresto cardiaco.
COME SI AFFRONTA L'ARRESTO CARDIACO?
LA RIANIMAZIONE CARDIOPOLMONARE PUO' SALVARE LA VITA
Dal confronto tra i due periodi, è emersa una crescente maggiore propensione ad avviare la rianimazione cardiopolmonare (tra il 2010 e il 2016 si è passati dal 46 all'81 per cento dei casi) e a utilizzare il defibrillatore automatico esterno (dall'1.3 all'11.9 per cento). I benefici di questa svolta sono lampanti. Se tra coloro che erano stati colpiti da un arresto cardiaco tra il 2005 e il 2010 è sopravvissuto un paziente su cinque, la quota è triplicata nel quinquennio successivo (60 per cento). Il beneficio è stato rilevato sia nell'immediato (evitando la morte del paziente sul luogo in cui il cuore ha smesso di battere) sia nel medio termine. Osservando i tassi di sopravvivenza in seguito al ricovero ospedaliero, la quota è cresciuta dal 51 all'85 per cento. Nel complesso, si è passati da 4.3 a 3.4 decessi per milione di abitanti, considerando le persone vittime di un arresto cardiaco durante l'attività fisica (non necessariamente agonistica).
LA CULTURA DEL PRIMO SOCCORSO
Un motivo in più, secondo Jouven, «per insegnare la rianimazione cardiopolmonare al grande pubblico, oltre che naturalmente ai medici dello sport». L'esperto ha ricordato la necessità che «un defibrillatore automatico esterno sia presente in tutte le strutture sportive». Seguendo il principio che più i soccorsi sono tempestivi e maggiori sono le probabilità di salvare una persona colpita da un arresto cardiaco, «dobbiamo diffondere e rafforzare la cultura della rianimazione cardiopolmonare, coinvolgendo tutti i cittadini: la possibilità di salvare vite passa per le loro mani», è il pensiero di Andrea Scapigliati, cardioanestesista del Policlinico Gemelli di Roma e presidente di Italian Resuscitation Council, battutosi per far entrare in vigore la nuova legge che esclude le ricadute legali per i soccorritori «occasionali». Nel nostro Paese il 70 per cento degli arresti cardiaci avviene in presenza di altre persone, ma soltanto in un quarto di questi casi qualcuno inizia subito le manovre di rianimazione cardiopolmonare. È il momento di invertire il trend.
di partimenti cardiovascolari di medicina, chirurgia, prevenzio
I dieci farmaci che hanno cambiato la medicina in 70 anni
Cloropromazina (1953) Si tratta del primo antipsicotico, sintetizzato nel 1951 e lanciato in Gran Bretagna nel 1953. Secondo gli esperti, il farmaco ha rappresentato una rivoluzione nell'assistenza alle persone affette da schizofrenia. A partire dalla cloropromazina, sono state sintetizzate le successive molecole utilizzate per il trattamento della depressione, della fase maniacale del disturbo bipolare e degli stati di agitazione
Vaccino antipolio (1955) Si tratta del primo antidoto utilizzato all'interno di un programma di vaccinazione voluto dal sistema sanitario inglese (Nhs). Le stime dicono che, soltanto in Inghilterra, sia stato in grado di prevenire diecimila decessi negli ultimi sessant'anni
Pillola anticoncezionale (1961) La contraccezione orale ha rappresentato una novità assoluta, perché per la prima volta è stato proposto a persone sane di assumere un farmaco. In questo modo si è contribuito a ridurre le gravidanze indesiderate e l'incidenza del parto pretermine e della morte fetale
Penicilline di seconda-quarta generazione (1961) Ampicillina, Amoxicillina e Flucloxacillina: queste le penicilline considerate più innovative, a poco più di trent'anni dalla messa a punto della prima (1928). L'impiego di questi farmaci ha ridotto i tassi di infezione nelle procedure chirurgiche
Betabloccanti (1965) I betabloccanti vengono utilizzati principalmente come antiaritmici, antipertensivi e antianginosi. Il primo a essere usato fu il propanololo. L'impatto, oltre che sulla salute dei pazienti, è stato significativo anche per le casse dello Stato, grazie a una notevole riduzione nel numero dei ricoveri
Beta agonisti (1969) Il salbutamolo, primo beta agonista a lunga durata, ha rivoluzionato l'approccio terapeutico all'asma e alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), malattie che fino agli anni '60 determinavano un numero di decessi ben più alto rispetto a quanto registrato in seguito
Tamoxifene (1972) Il tamoxifene è un farmaco antitumorale assunto per via orale, scoperto casualmente mentre si cercava di sintetizzare un nuovo anticoncezionale. Inizialmente venne utilizzato nei casi di tumore mammario metastatico con buoni risultati, ma s'è poi scoperto che è in grado di prevenire la ripresa della malattia (recidiva) in donne già operate per tumore al seno
Immunosoppressori (1983) Gli immunosoppressori (il primo è stato la ciclosporina) hanno rivoluzionato il campo dei trapianti d'organo, elevando i tassi di successo e riducendo i costi di ospedalizzazione. In seguito il loro utilizzo è aumentato: oggi sono impiegati per controllare anche le gravi manifestazioni allergiche e le malattie autoimmuni
Antiretrovirali (1987) La zidovudina è stato il primo farmaco messo a punto per trattare l'Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita provocata dall'Hiv. Secondo gli esperti, ha contribuito a evitare quella che avrebbe potuto essere una pandemia, riducendo sopratutto la trasmissione verticale (mamma-figlio) dell'infezione
Vaccino morbillo-parotite-rosolia (1988) Un primo vaccino per prevenire il morbillo fu reso disponibile nel 1963, quelli per la parotite e la rosolia furono resi disponibili nel 1967 e nel 1969. I tre vaccini sono stati combinati nel 1971 per diventare il vaccino morbillo-parotite-rosolia (MPR), offerto a tutti i cittadini inglesi dal 1988 a partire dall'anno di età, con una seconda dose prima di cominciare la scuola (tra i 5 e 6 anni)