Il 29 aprile, a 79 anni, è morto a San Diego Craig Venter. Figura centrale -e spesso divisiva- della biologia contemporanea, ha contribuito a cambiare il modo in cui leggiamo e, soprattutto, pensiamo di poter riscrivere il DNA.
CHI ERA CRAIG VENTER?
Nato il 14 ottobre 1946 a Salt Lake City, Venter raccontava di aver preferito il surf allo studio. La svolta arriva alla fine degli anni ’60, durante la guerra in Vietnam: il contatto quotidiano con i feriti lo spinge a intraprendere gli studi di medicina. Una volta rientrato negli Stati Uniti, sceglie però la strada della biochimica all’Università della California di San Diego, dove si laurea nel 1972 e consegue il dottorato nel 1975.
Dopo un breve periodo alla State University of New York a Buffalo, nel 1984 entra ai National Institutes of Health (NIH), l’ente pubblico statunitense che finanzia e coordina gran parte della ricerca biomedica. Qui lavora sulla genetica e mette a punto un metodo di sequenziamento del DNA molto più rapido, il cosiddetto “shotgun”. Venter è convinto che possa accelerare in modo decisivo la ricerca e decide di portarlo all’attenzione del Congresso americano. Una scelta che crea attriti con i NIH. Il rapporto si rompe definitivamente poco dopo, quando viene escluso dal Human Genome Project. Venter lascia così l’istituzione e imbocca una strada diversa: quella privata e imprenditoriale.
LA SFIDA DEL GENOMA UMANO
Con la fondazione di Celera Genomics, Venter porta nel campo della genomica un approccio industriale. L’obiettivo è chiaro: sequenziare il genoma umano più rapidamente del consorzio pubblico guidato da Francis Collins.
È una competizione senza precedenti tra pubblico e privato. Nel febbraio 2001, Celera pubblica la propria mappa del genoma sulla rivista Science, mentre il progetto pubblico esce contemporaneamente su Nature. Un risultato ottenuto grazie anche alla tecnica shotgun, che privilegia velocità e capacità computazionale.
Il contributo di Venter è stato rilevante. Ma si inserisce in uno sforzo collettivo più ampio, portato avanti dal consorzio internazionale.
DALLA LETTURA ALLA SCRITTURA DEL DNA
Dopo l’esperienza con Celera, Venter prosegue lungo una direzione ancora più ambiziosa. Nel 2005 fonda Synthetic Genomics. Qui, nel 2010, ottiene quella che definisce la prima “cellula sintetica”: un organismo controllato da un DNA progettato al computer e non esistente in natura.
Non si tratta di creare la vita dal nulla. Il DNA sintetico viene inserito in una cellula già esistente. Ma il passaggio è concettuale: non più solo leggere il codice genetico, ma iniziare a scriverlo.
Nel 2016 arriva Syn 3.0, il cosiddetto genoma minimo: un set essenziale di geni necessari alla vita. Una piattaforma di base su cui innestare nuove funzioni. Nel 2021, il passo successivo: cellule sintetiche capaci di crescere e replicarsi.
Ed è proprio per la capacità di creare delle cellule sintetiche perfettamente funzionanti che Venter sarà ricordato. Secondo Carlo Alberto Redi -professore di Zoologia e Biologia dello Sviluppo all’Università degli Studi di Pavia e Accademia dei Lincei e presidente del comitato etico della Fondazione- è qui che si trova il vero lascito scientifico di Venter:
«Lo scienziato sarà ricordato più per lo sviluppo della “vita minima” che per il sequenziamento del genoma umano, per il quale ha attinto molto dal lavoro del consorzio pubblico. L’idea è quella di una cellula “contenitore”, con il minimo indispensabile per vivere, dentro cui inserire DNA progettato per ottenere specifiche funzioni» spiega Redi.
TRA SCIENZA E CULTURA: LA POSIZIONE DI VERONESI
Di fronte ai primi risultati sulla cellula sintetica, anche il nostro fondatore Umberto Veronesi invitava alla cautela. Senza entusiasmi e senza paure.
Come scrisse nel 2010 in un editoriale sul quotidiano La Repubblica, «Non dobbiamo né osannare al miracolo, né evocare spettri di mostri artificiali. Il Dna sintetico non ci porterà vantaggi immediati né danni catastrofici».
Il punto, per Veronesi, non era tanto tecnico quanto culturale. La possibilità di intervenire sul DNA non nasce con Venter: il trasferimento di geni tra organismi è pratica consolidata. Ma qui il salto è diverso. Si apre, per la prima volta, una riflessione sulla possibilità di progettare la vita.
«La scienza avanza e la cultura resta indietro. La prima cosa da fare è combattere l’ignoranza che crea false paure e false euforie».
COSA RESTA
Il percorso di Venter segna un passaggio preciso: dalla genomica come lettura del DNA alla biologia sintetica come sua progettazione. Non è un cambio immediatamente traducibile in applicazioni cliniche. Ma è un cambio di prospettiva.
Capire il codice della vita è stato il primo passo. Intervenire su quel codice, con obiettivi definiti, è il terreno su cui si muove oggi una parte della ricerca.
È lì che si colloca, al di là delle semplificazioni, il contributo più duraturo di Craig Venter.


