Il 16 maggio 2026 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per un focolaio di malattia da Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo. I numeri aggiornati al 15 maggio parlano di 246 casi sospetti e 80 morti in tre zone sanitarie della provincia di Ituri, con due casi confermati a Kampala, in Uganda, tra persone provenienti dal Congo.
Ciò che rende questo focolaio diverso dai precedenti non è però solo la velocità di diffusione, ma il tipo di virus responsabile: il ceppo Bundibugyo, per cui non esistono vaccini autorizzati né terapie specifiche approvate. Una sfida seria — che richiede una risposta coordinata — ma che non giustifica allarmismi: Ebola non si trasmette per via aerea e il rischio per chi non si trova nelle aree colpite rimane molto basso.
COS'È EBOLA E COME SI TRASMETTE
L'Ebola è una malattia causata da diverse specie di ortoebolavirus, ciascuna con caratteristiche proprie. I tre virus noti per aver causato grandi epidemie sono Ebola virus (detto anche Zaire), Sudan virus e Bundibugyo virus. La letalità media della malattia si aggira intorno al 50%, ma ha oscillato storicamente tra il 25% e il 90% a seconda del ceppo e del contesto.
Un punto fondamentale, spesso frainteso, riguarda le modalità di contagio. «Ebola non si diffonde nell'aria allo stesso modo dei virus respiratori — sottolinea la dottoressa Daniela Manno, professoressa alla London School of Hygiene & Tropical Medicine — e la trasmissione richiede generalmente un contatto diretto con fluidi corporei o materiali contaminati di una persona infetta». Il rischio principale riguarda chi assiste i malati, i familiari conviventi e il personale sanitario non adeguatamente protetto. È importante tenerlo presente: non stiamo parlando di un virus che si propaga per via aerea come l'influenza o come il virus che ha causato il COVID-19.
I sintomi iniziali sono aspecifici: febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa, mal di gola, dopo un periodo di incubazione che varia da due a 21 giorni. Successivamente possono comparire vomito, diarrea, dolore addominale e alterazioni della funzione renale ed epatica. Il sanguinamento, spesso associato nell'immaginario comune a Ebola, è in realtà meno frequente di quanto si pensi e tende a comparire solo nelle fasi più avanzate.
LA SITUAZIONE IN CONGO: CRONOLOGIA E CONTESTO
Il primo caso sospetto conosciuto dell'attuale epidemia è stato un operatore sanitario che ha manifestato i sintomi — febbre, emorragie, vomito e forte malessere — il 24 aprile 2026 e che è deceduto presso un centro medico a Bunia. L'OMS è stata allertata il 5 maggio. I test iniziali avevano dato risultati negativi poiché ricercavano soltanto il virus Zaire e non il Bundibugyo. Solo con test specifici, i primi risultati positivi sono stati confermati il 14 maggio 2026.
Questo ritardo nella diagnosi ha avuto conseguenze rilevanti. Al 15 maggio le autorità avevano già registrato 246 casi sospetti e 80 decessi in tre zone sanitarie della provincia di Ituri. L'alto numero di morti comunitari segnalati prima ancora che l'epidemia venisse ufficialmente dichiarata suggerisce che il focolaio aveva già raggiunto dimensioni significative prima di essere identificato.
La provincia di Ituri è una delle aree più complesse del continente. L'instabilità politica, i movimenti di popolazione legati alle attività minerarie, le infrastrutture sanitarie fragili e i conflitti in corso rendono difficile il tracciamento dei contatti, il trasporto sicuro dei campioni biologici e l'accesso delle squadre di risposta alle comunità colpite. A rendere il quadro più delicato è la posizione geografica: Ituri è un crocevia commerciale e migratorio vicino ai confini con Uganda e Sud Sudan, con spostamenti continui di persone per ragioni di lavoro, commercio o cure mediche. Non a caso, il 15 e il 16 maggio 2026, due casi confermati sono stati identificati a Kampala, in Uganda, tra individui provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo.
PERCHÉ IL VACCINO NON PUÒ ESSERE LA SOLUZIONE
Negli ultimi anni, la disponibilità di vaccini contro Ebola ha rappresentato un progresso importante nella gestione delle epidemie. Vaccini come Ervebo e il regime combinato Zabdeno/Mvabea hanno permesso di proteggere operatori sanitari e contatti stretti dei malati, contribuendo a contenere focolai che in passato si sarebbero diffusi più rapidamente. Ma questo non vale per tutte le specie del virus.
I vaccini e i trattamenti attualmente disponibili sono stati sviluppati per il ceppo Zaire e potrebbero non offrire la stessa protezione contro il virus Bundibugyo. Per quest'ultimo, esistono candidati in fase di sviluppo, ma nessun prodotto è ancora autorizzato per l'uso. Allo stesso modo, i trattamenti antivirali specifici non sono disponibili: senza opzioni terapeutiche mirate, il trattamento si limita alle cure di supporto, tra cui reidratazione, equilibrio degli elettroliti e stabilizzazione dei parametri vitali.
Ecco perché la risposta a questo focolaio deve poggiare sulle misure classiche di sanità pubblica: riconoscimento precoce dei casi, isolamento in strutture dedicate, protezione degli operatori sanitari, tracciamento dei contatti per 21 giorni, sepolture sicure e comunicazione corretta con le comunità. «La diagnosi precoce può consentire cure di supporto tempestive — sottolinea la dottoressa Manno —. In assenza di farmaci specifici, la qualità dell'assistenza e la rapidità dell'intervento possono fare la differenza».
LA RISPOSTA DELL'OMS E IL CONFRONTO CON IL PASSATO
I dati storici aiutano a capire perché questo focolaio stia destando una preoccupazione particolare. Il virus Bundibugyoha causato in passato solo altri due focolai documentati: il primo nel 2007-2008 nel distretto ugandese di Bundibugyo, con 131 casi, e il secondo nel 2012 a Isiro, in Congo, con 38 casi. Con i 246 casi sospetti registrati al 15 maggio 2026, questo è già verosimilmente il più grande focolaio da virus Bundibugyo mai documentato, e si colloca al settimo posto per dimensioni tra tutti i focolai da ortoebolavirus nella storia.
Per avere un termine di paragone: il secondo focolaio più grande di sempre, quello del 2018-2020 sempre in Congo, coinvolse 3.470 casi e causò 2.287 morti, ed era causato dal ceppo Zaire — quello per cui oggi esistono vaccini e terapie. Il focolaio attuale parte da premesse più difficili, ma anche da un contesto globale diverso: il Congo ha oggi reti di laboratorio consolidate, squadre di risposta addestrate e partnership internazionali che possono essere mobilitate rapidamente.
La dichiarazione di emergenza internazionale da parte dell'OMS va letta in questo contesto. Non indica che il mondo sia di fronte a una pandemia, né giustifica chiusure indiscriminate dei confini. Significa che il focolaio richiede una risposta coordinata e urgente. «I ricorrenti focolai di Ebola sottolineano l'importanza di investimenti sostenuti nella sorveglianza, nella preparazione alle emergenze e in sistemi sanitari solidi. Inoltre è necessaria una migliore comprensione dei fattori ambientali e sociali che favoriscono il passaggio del virus dagli animali all'uomo» conclude l'esperta. Un monito che va ben oltre questa epidemia: finché quelle condizioni non cambieranno, il rischio di nuovi focolai resterà una realtà con cui il mondo dovrà continuare a fare i conti.


