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Fumo

L’Italia e l’interferenza dell’industria del tabacco

Secondo un recente rapporto internazionale, l'Italia è fra i Paesi più permeabili all'influenza delle lobby del tabacco. Ecco i punti critici

L’Italia è oggi il secondo Paese dell’Unione europea con il più alto livello di interferenza dell’industria del tabacco nelle politiche pubbliche, superato soltanto dalla Romania. Lo ha rivelato il Global Tobacco Industry Interference Index 2025, lo strumento internazionale che misura quanto le aziende del tabacco riescano a influenzare le decisioni dei governi analizzando, su base triennale, dati pubblici, atti ufficiali e notizie di stampa. Tra gli autori della sezione italiana del rapporto c’è Silvano Gallus, membro del Comitato Scientifico per la lotta al fumo della Fondazione Veronesi e Responsabile del Laboratorio di Epidemiologia degli Stili di Vita dell’Istituto Mario Negri IRCCS di Milano, che dal 2021 coordina la raccolta e la valutazione delle informazioni per il nostro paese.

L'INDAGINE

Il lavoro italiano per il Global Index consiste in una ricognizione sistematica di ciò che è pubblicamente reperibile: notizie pubblicate negli ultimi due o tre anni, comunicati ufficiali, siti delle aziende del tabacco, dei ministeri e degli enti pubblici. «Quello che facciamo è una survey documentale, niente accesso a fonti riservate. Lavoriamo solo su ciò che si riesce a trovare. Il punto è che anno dopo anno si trovano sempre meno notizie sulle interazioni tra politica e industria», dice Gallus. Non perché l’interferenza sia diminuita, avverte, ma perché sta diventando più difficile intercettarla. «La nostra sensazione è che in Italia vediamo solo la punta dell’iceberg».

COME È STATO COSTRUITO IL PUNTEGGIO

Il punteggio assegnato all’Italia nel 2025 è 76 in un range da 0 (livello minimo di interferenza) a 100 (livello massimo) , ovvero un livello molto alto di interferenza che la pone all'ottantaduesimo posto su 100 Paesi. Il punteggio nasce dall’applicazione delle linee guida dell’articolo 5.3 della WHO Framework Convention on Tobacco Control (FCTC), la prima Convenzione dell’OMS che l’Italia ha firmato nel 2008 e che indica come gli Stati dovrebbero proteggere la costruzione delle politiche pubbliche dalle pressioni dell’industria del tabacco. L’Index valuta venti domande che riguardano, tra le altre cose:

  • il grado di coinvolgimento dell’industria nella definizione delle politiche
  • la trasparenza delle interazioni con il governo
  • l’esistenza di benefici istituzionali concessi alle aziende
  • eventuali conflitti d’interesse
  • il ruolo della responsabilità sociale d’impresa
  • la regolamentazione dei finanziamenti politici.

In Italia, osserva Gallus, il peso maggiore deriva anche dalla scarsa trasparenza e dal ruolo crescente delle fondazioni politiche come canale indiretto di finanziamento.

GLI OSTACOLI ALLA TRASPARENZA

Il quadro che la survey consegna per il 2025 è quindi quello di un Paese in cui la normativa esiste, perché l’Italia ha ratificato la Convenzione Quadro dell’OMS per il Controllo del Tabacco (FCTC),  e accettato i principi dell’articolo 5.3, ma resta largamente inapplicata. Le informazioni pubbliche disponibili sono poche, frammentarie e sempre più difficili da reperire. «Non possiamo dire che l’interferenza sia diminuita: è semplicemente meno visibile – continua Gallus. - Fino a poco tempo fa c’erano evidenze pubbliche che le compagnie di tabacco elargissero centinaia di migliaia di euro l’anno ai diversi partiti politici; non in modo diretto, ma alle fondazioni che ne rappresentano l’infrastruttura economica parallela». L’introduzione della legge "Spazzacorrotti" del 2019, pensata per aumentare la trasparenza, ha paradossalmente complicato la tracciabilità: la norma impone alle fondazioni di dichiarare i donatori, ma la pubblicazione del nome e dell’importo è possibile solo se il donatore acconsente esplicitamente. «In pratica, molti dati non vengono mai resi pubblici» conclude Gallus. «Un altro fronte critico riguarda gli accordi e le interlocuzioni istituzionali tra alcuni ministeri e le aziende del tabacco, documentati attraverso atti e comunicazioni pubbliche». Sono rapporti che le linee guida dell’OMS chiedono espressamente di limitare, proprio per evitare che l’industria possa influenzare le politiche sanitarie e fiscali.

Più nello specifico, ecco i punti critici per l’Italia secondo il Global Tobacco Industry Interference Index 2025:

  1. Partecipazione dell’industria alle politiche pubbliche
    Non esistono norme che limitino il coinvolgimento dell’industria del tabacco nella definizione delle politiche sanitarie. Le multinazionali sono trattate come partner economici strategici, con potenziale influenza sulle decisioni di salute pubblica.
  2. Attività di responsabilità sociale (CSR)
    Enti e rappresentanti istituzionali hanno sostenuto o partecipato a iniziative ambientali promosse dalle aziende del tabacco, contribuendo a rafforzarne la legittimazione pubblica.
  3. Benefici fiscali e regolatori
    Prodotti come tabacco riscaldato ed e-cigarette godono di tassazione più bassa (circa il 60% in meno rispetto alle sigarette tradizionali) e non sono soggetti a un divieto pubblicitario completo, nonostante le evidenze scientifiche non ne confermino l’innocuità.
  4. Interazioni non necessarie con l’industria
    Rappresentanti istituzionali hanno partecipato a inaugurazioni e iniziative di investimento delle multinazionali del tabacco, incluse strutture dedicate a nuovi prodotti a base di nicotina.
  5. Trasparenza limitata
    Manca ancora una legge nazionale (al momento in discussione in Senato) sui rapporti fra politica e portatori di interessi (lobby, ONG, industria...), esistono registri trasparenza solo in alcuni ambiti delle istituzioni politiche.
  6. Conflitto di interessi
    Non vi è una legge che vieti contributi finanziari dell’industria del tabacco a partiti politici o campagne elettorali.
  7. Misure preventive insufficienti
    La conoscenza dell’Articolo 5.3 della Convenzione Quadro OMS per il Controllo del Tabacco è limitata al di fuori del Ministero della Salute, e non esistono politiche sistematiche per prevenire interferenze dell’industria o per vietare l’accettazione di contributi e benefici.

TUTELA DELLA SALUTE O DEGLI INTERESSI ECONOMICI?

Il mese scorso insieme ad Aiom, la società scientifica degli oncologici medici, Airc e Fondazione Aiom, oltre ad altri importanti enti nazionali, Fondazione Veronesi ha lanciato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre un’accisa fissa di 5 euro sulle sigarette. Poco tempo prima Coldiretti aveva presentato la Filiera Tabacchicola italiana, in occasione del XXIII Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione, diretta da Cesare Trippella, esponente di Philip Morris Italia.  «L’accordo di filiera tra Coldiretti e Philip Morris, avviato nel 2011 e recentemente rinnovato fino al 2034, garantisce continuità, investimenti e prospettive di crescita a lungo termine» si legge nel sito web di Coldiretti. «Si tratta di un’intesa che non si limita a definire volumi di acquisto, ma che promuove concretamente l’innovazione digitale, la sostenibilità ambientale e la redditività delle imprese agricole. Siamo orgogliosi di accogliere questa esperienza all’interno di Filiera Italia, perché rappresenta un esempio concreto di come le sinergie tra mondo agricolo e industriale possano generare valore per l’intero Paese e offrire un modello replicabile anche in altri settori». L’annuncio è avvenuto a ottobre 2025 alla presenza di Patrizio Giacomo La Pietra, Sottosegretario del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle foreste. «Dal 2011 -  si legge ancora - l’azienda ha sottoscritto con il Ministero dell’Agricoltura e Coldiretti una serie di accordi di filiera volti a migliorare la prevedibilità commerciale, e la competitività alla filiera tabacchicola italiana, promuovendo pratiche produttive attente all’impatto ambientale e sociale, in linea con gli impegni condivisi tra le parti. Questi accordi pluriennali, recentemente rinnovati con un inedito orizzonte temporale di dieci anni, hanno generato investimenti complessivi nel settore agricolo per oltre 3 miliardi di euro».

L'ITALIA ALLA COP11: CHE COSA SI È DETTO

La posizione italiana è emersa in modo evidente anche sul piano internazionale, alla Conferenza della parti (COP) 11 della Convenzione Quadro dell'OMS per il Controllo del Tabacco che si è tenuta a Ginevra tra il 17 e il 22 novembre. La COP11 ha approvato una serie di decisioni che riconoscono l’ampiezza e la gravità dei danni prodotti dall’industria del tabacco lungo l’intera filiera: dalla coltivazione alla trasformazione, fino al consumo e alla gestione dei rifiuti, compresi quelli generati dai dispositivi elettronici a nicotina. Gli Stati membri sono stati invitati a rafforzare i propri quadri normativi per affrontare l’inquinamento ambientale e a valutare strumenti giuridici che consentano di chiamare l’industria a rispondere dei danni sanitari, sociali ed ecologici. Come ha ricordato la presidente della COP, Reina Roa, l’impatto ambientale del tabacco è sostenuto da evidenze scientifiche “assolutamente innegabili”.

L'AZIONE DI LOBBYING IN EUROPA

«Quest’anno abbiamo messo a punto un nuovo strumento di monitoraggio, il MEP Tobacco Industry meetings monitoring list, che mostra quanto il quadro reale delle pressioni esercitate dall’industria del tabacco sia molto più ampio di ciò che appare nei registri ufficiali – spiega Gallus -. Emerge un segnale chiaro: dall’insediamento del nuovo Parlamento, nel luglio 2024, la frequenza mensile degli incontri tra eurodeputati e industria del tabacco è aumentata del 57%, passando da una media di 14,7 a 23 appuntamenti al mese. Un’impennata che suggerisce un’intensa attività di influenza, destinata probabilmente a essere ancora più significativa se si potessero mappare anche i contatti non ufficiali».

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